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L’ostia che avete ricevuto domenica forse è fatta da 3 migranti musulmani

Hóstias

CC

OSTIE – Chiamate anche particole, sono fatte di farina senza lievito, e una volta consacrate si transustanziano nel Corpo di Cristo. L'ostia grande viene consumata dal sacerdote celebrante, quelle piccole dai fedeli.

Giovanna Binci - pubblicato il 30/09/21

Tre ragazzi arrivati su un barcone, nei pressi della cattedrale di Santa Maria Assunta a Cosenza, hanno messo in piedi una cooperativa di ostie artigianali di alta qualità. Bello pensare che quel corpo di Cristo, sia "pane quotidiano" anche per tre giovani musulmani.

Prendi tre ragazzi, tutti musulmani, Sadia, Madi e Adama, un calabrese e un laboratorio di ostie

Non è una barzelletta

Sembra l’improbabile inizio di una strana barzelletta politically correct. Ci sono ragazzi neri, un bianco e due religioni. Invece è una storia improbabile sì, ma di improbabile bellezza, che comincia su un barcone proveniente dalla Libia e finisce (o meglio, inizia di nuovo) sotto il campanile della Cattedrale di Santa Maria Assunta a Cosenza. Qui, Umile Trasi, artigiano e commerciante, lavora nel suo negozio di articoli religiosi e realizza delle ostie di alta qualità

Una vecchia ricetta con ingredienti semplici, uno stampo elettrico che tosta non più di trenta particole per volta. 

“Io le ho prodotte qui a Cosenza fino al 1992”,

racconta a Vanity Fair Umile Trausi. 

«Con mia moglie lavoravamo anche di notte, un mestolo dopo l’altro, per soddisfare la richiesta. Poi ci siamo stancati, sono arrivate le ostie industriali, dove da una parte metti il sacco di farina e dall’altra ti vengono fuori le buste già chiuse. Arrivano dalla Polonia, ma sono un’altra cosa rispetto a quelle artigianali.».

Le ostie dell’integrazione

Che ci vuole a fare delle ostie? Farina, acqua e un po’ di mestiere. Questo artigiano ha voluto metterci anche un pizzico di solidarietà. Che quel corpo di Cristo, in fondo, è pane spezzato per tutti e allora, non c’è modo migliore di ricordarlo che farlo produrre a tre ragazzi di fede musulmana. Una strana operazione di integrazione tra religioni!

“Sì, sono musulmano, ma non ho nessun problema a fare questo lavoro”,

racconta Madi, 20 anni.

“Anzi, lo vivo come un’occasione per ringraziare la religione del vostro Paese, il Paese che ci ha accolto”.

(Fonte Vanity Fair)

Lui è senegalese e gli altri due apprendisti della Costa D’Avorio. Imbarcati tutti dalla Libia, ognuno con una storia diversa e uno stesso sogno. 

Madi era uno studente di economia, “partito perché avevo voglia di libertà e di nuove opportunità“. Arrivato in Italia frequenta un corso per produzione di pasta fresca artigianale e poi un tirocinio in un supermercato che gli propone un’assunzione,

“ma io sono concentratissimo sul progetto del pastificio e delle ostie. Se sono venuto in Italia è per fare qualcosa in cui credo, per realizzarmi come imprenditore”. 

(Fonte Vanity Fair)

Una Cooperativa per camminare da soli

Il progetto è una cooperativa di nome SAM, acronimo delle iniziali dei nomi dei tre imprenditori ed inizierà con un capitale sociale di 1500€ finanziato dalla Fondazione con il Sud insieme con l’Afn (Associazione famiglie nuove) e con la Ong Amu (Azione per un mondo unito). 

“C’è una grande concorrenza sulle ostie, ma anche una grande richiesta. Un tempo questa produzione era gestita da una congregazione di suore nata proprio per questo scopo, e in ogni diocesi c’era un laboratorio. Poi, con la crisi delle vocazioni, il mercato è cambiato. È arrivata la grande industria che le esporta in tutto il mondo, ma c’è spazio per un prodotto di nicchia e di qualità, fatto con farine artigianali e con il valore aggiunto di tre ragazzi musulmani disponibili a realizzare il simbolo della religione cristiana. Partiamo già forti di un collegamento stretto con la diocesi di Cosenza che ci permette la distribuzione di ostie in tutto il suo territorio».

(Fonte Vanity Fair)

Queste le parole di Salvatore Brullo, direttore generale della cooperativa siciliana Fo.co, capofila del progetto. 

È bello scoprire che quell’ostia sia ancora qualcosa che dia da mangiare non solo all’anima di chi la riceve con devozione a messa, ma anche a chi la produce con amore e pazienza ed è fiero di farlo. Non in nome di uno stesso credo, ma della riverenza e del rispetto per un’altra religione e un simbolo di cui noi spesso non andiamo fieri come questi tre musulmani.

Improbabile, forse, ma non impossibile

“Ho tanta voglia di lavorare, so che ce la farò. Speriamo che con le ostie ci aiuti anche il vostro Dio“,

dice Sadia, 21 anni, cicatrici del passato su braccia e gambe e, credo, altre nel cuore. 

Questi giovani hanno fatto del corpo di Cristo una opportunità di vita e riscatto. Noi allora, che crediamo che quell’ostia sia più di farina e acqua, ricordiamoci di farne opportunità di vita eterna ogni volta che possiamo. 

Sembra davvero una barzelletta improbabile quella di tre musulmani che in mezzo a pacchi di Santini, ostensori e paramenti, si mettono in testa di diventare produttori di ostie. Ma del resto, noi cattolici, a credere contro ogni probabilità, ai miracoli impossibili, anche quando tutto sembra perduto, ci siamo abituati.

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