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L’amicizia spirituale tra Vincenzo de Paoli e Caterina Labouré

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Pascal Deloche / GODONG

Anne Bernet - pubblicato il 28/09/21

Tra Catherine Labouré e Monsieur Vincent, la cui festa ricorre il 27 settembre, s’è tessuta nel corso degli anni una relazione affettiva e spirituale tanto più forte in quanto – rinnegata dal padre naturale, la ragazza si sentiva orfana. Le loro misteriose conversazioni sono all’origine della diffusione della Medaglia miracolosa?

Per i cristiani, come dicono i testi eucologici dei funerali, al momento della morte «la vita non è tolta, ma trasformata», e i defunti continuano ad esistere, in una dimensione diversa da quella in cui noi ci muoviamo. 

Quanto è vero per tutti i fedeli, i quali normalmente hanno ancora bisogno di un momento di purificazione, lo è ancora di più, evidentemente, per i santi che sono entrati direttamente nella gloria celeste. Questa realtà spiega perché alcuni tra loro, dopo il trapasso, si manifestano familiarmente, in una maniera o nell’altra, a quanti ancora vivono in terra – che li abbiano conosciuti nella carne o meno. Il caso si è dato più volte con Martino di Porres, Teresa di Lisieux o Padre Pio, ma sapete che san Vincenzo de Paoli si prese personalmente, all’inizio del XIX secolo, la pena di formare alla sua missione mariana la futura veggente di Rue du Bac? 

Il sogno di Zoé 

Siamo nel 1824 a Fain-les-Moutiers, una grossa borgata borgognona. Dal 1815, quando morì prematuramente sua madre, la diciottenne Zoé Labouré si occupava tutta sola di mandare avanti la grande fattoria di famiglia e di tirare su i fratellini, un compito sfiancante col quale suo padre aveva giudicato sensato soverchiarla quando ancora non era che una bambina ella stessa. Da molto tempo fingeva di ignorare che sua figlia, che amava tenere in servitù, ha sentito la chiamata divina e aspira al chiostro; del resto quando, raggiunta la maggiore età, ella osò palesargli il suo cuore si scontrò con un rifiuto formale, accompagnato dalla confisca della dote e della parte di eredità paterna. 

Per il momento Zoé (come la chiamavano in famiglia, preferendo questo nome, quello della santa della sua nascita, al “Catherine” datole all’anagrafe) teneva per sé il suo segreto e si interrogava sull’ordine nel quale le conveniva entrare. Non aveva che una certezza: non sarebbe entrata fra le Figlie della Carità di san Vincenzo de Paoli, dove si trovava già la sorella maggiore. 

Ed ecco che una notte Zoé fece un sogno: si vedeva nella chiesa di Fain mentre assisteva alla messa, cosa impossibile perché a partire dalla Révolution la chiesa non ospitava più culto divino, e questo la obbligava a camminare per lunghi chilometri ogni giorno, onde poter fare la comunione. All’altare un vecchio prete che non conosceva e che la guardava con un’attenzione tanto particolare, e con tanta bontà che ella ne fu intimamente commossa, al punto di fuggire – appena ricevuta l’ultima benedizione – per sfuggire a quello sguardo che sembrava capace di leggere in lei. Poi Zoé entrava in una casa vicina, per visitare una malata; al capezzale di quella ecco di nuovo il vecchio prete, che le parlò: «Figlia mia, avere cura dei malati è cosa buona. Adesso voi scappate da me, ma un giorno sarete felice di venire da me. Dio ha dei progetti su di voi, non lo dimenticate». 

Adesso sapeva 

Zoé si svegliò in preda a un forte turbamento, ma da ragazza di buon senso cercò di pensare a dove avesse potuto incontrare quel prete o vederne il ritratto. Impossibile, era sicura di non conoscerlo in alcun modo. Eppure il suo volto, amichevole e sorridente, restava impresso nel ricordo. 

Un anno più tardi Zoé ottenne dal padre, che non aveva mai ritenuto utile scolarizzare le sue figlie, l’autorizzazione ad andare per qualche mese da una delle sue cugine, che gestiva un pensionato a Châtillon-sur-Seine, per imparare almeno a leggere e scrivere – cosa senza la quale (ma si guardò bene dal dirlo) nessun noviziato l’avrebbe voluta prendere. Il soggiorno fu un incubo: si trovò proiettata in mezzo a quelle adolescenti ricche che ridevano della paesana incapace di imparare a leggere… Scoraggiata, Zoé non sapeva più che cosa voleva Dio da lei. 

Un giorno la cugina, per rischiararle le idee, la portò dalle Figlie della Carità e lì, affissa al muro del parlatorio, stava il ritratto di un vecchio prete che Zoé riconobbe subito, poiché era lo sconosciuto del suo sogno. Quando chiese di chi si trattasse, le religiose le risposero che era san Vincenzo de Paoli, loro fondatore. D’un tratto tutti i dubbi e le reticenze di Zoé scomparvero; all’improvviso sapeva dove Dio la stava chiamando. 

I suoi nuovi genitori 

Nei fatti, a causa della perversa ostinazione del padre, ci sarebbero voluti ancora quasi cinque anni perché Zoé Labouré riuscisse, nell’aprile del 1830, a entrare nel noviziato delle Figlie della Carità, in Rue du Bac a Parigi. Anche lì non si prestò grande attenzione alla “contadinotta” dal forte accento borgognone, pressoché illetterate e la cui dote minima lasciava credere che fosse povera. Nessuno indovinò la sbalorditiva virtù di quella novizia, né la sua effettiva familiarità con le cose di Dio. 

Il 25 aprile 1830 fu una grande data: nascoste durante il Terrore, le reliquie di San Vincenzo de Paoli furono solennemente riportate in Rue de Sèvres, nella chiesa dei Lazzaristi, l’altro ordine (il ramo maschile) fondato da Monsieur Vincent per evangelizzare le campagne e formare il clero. Questa traslazione sarebbe stata seguita da un ottavario di preghiera in onore del fondatore, e le novizie avrebbero potuto andare ogni giorno davanti alle reliquie del santo padre. Zoé, divenuta in religione suor Catherine, non aveva mai dimenticato le parole del vecchio prete del suo sogno: «Un giorno, figlia mia, sarete felice di venire da me». 

Tra lei e il santo, nel corso degli anni, si è tessuta una relazione affettiva tanto più forte quanto più, rinnegata dal padre che l’aveva cacciata di casa per il suo persistere nella vocazione, la giovane donna non aveva più altro sostegno all’infuori del santo. Come allora, dopo la morte della madre, aveva eletto la Santa Vergine a madre adottiva, la signorina Labouré riversò su san Vincenzo l’affetto del quale suo padre l’aveva privata. E tutto riceveva dai suoi nuovi genitori. 

La visione del cuore di Monsieur Vincent 

Per l’intera settimana, in ogni istante libero, Catherine si raccolse in preghiera davanti alle reliquie: 

Domandavo a san Vincenzo tutte le grazie che mi erano necessarie, e anche per le due famiglie [le Figlie della Carità e i Lazzaristi, N.d.R.] e la Francia intera. Mi sembrava che ne avessero sommo bisogno. In ultimo, pregavo Monsieur Vincent di insegnarmi che cosa dovessi domandare con fede ardente. 

Domandare a Dio che cosa gli si debba domandare e non quel che si vorrebbe ottenere da lui, ecco il segreto della preghiera dei santi. A ognuna delle sue stazioni davanti alle reliquie, Catherine ha la sensazione della presenza quasi fisica di Vincent, al punto che faticava a lasciarle. Fortunatamente, nella cappella di Rue du Bac si trovava un altro reliquiario, contenente «delle piccole reliquie» del fondatore. 

E tutte le volte che tornavo da Saint-Lazare stavo tanto male che mi sembrava di ritrovare l’intimità con san Vincenzo, o almeno col suo cuore: egli mi appariva tutte le volte che tornavo da Saint-Lazare. Avevo la dolce consolazione di vederlo. 

L’annuncio della rivoluzione 

La prima volta che ebbe la visione del cuore di san Vincenzo, Catherine lo vide «bianco carne» e provò dolcezza e conforto; comprese interiormente che il bianco simboleggiava «la pace, la calma, l’innocenza e l’unione». L’indomani, nuova visione, ma stavolta il cuore del santo era 

rosso fuoco, come per illuminare la carità nei cuori. Mi sembrava che tutta la comunità dovesse rinnovarsi ed estendersi fino alle estremità del mondo. 

Avvenne poi che il terzo giorno la visione mostrasse un cuore 

rosso scuro, che mi infondeva tristezza nel cuore – una tristezza che facevo fatica a superare. Non sapevo né come né perché questa tristezza vertesse sul cambio di governo. 

Era l’annuncio della (seconda) rivoluzione francese, che in luglio avrebbe rovesciato la monarchia e scatenato in Francia nuove violenze contro il cattolicesimo. 

Quando, alla sua confessione successiva, Catherine si confidò su queste visioni, fu rimbrottata severamente da padre Aladel, il suo giovane confessore, col quale avrebbe avuto per tutta la vita un rapporto complicato… E la cosa non sarebbe migliorata quando quella andò a dirgli di vedere Cristo presente nell’ostia durante la messa, che Egli le appariva nella sua regalità splendente, e le cose sarebbero andate perfino peggio quando cominciarono le rivelazioni di Notre-Dame. 

La visita notturna 

Alla fine dell’ottavario, le manifestazioni di san Vincenzo cessarono, ma non l’affetto che Catherine gli portava. Nel calendario dell’epoca, la festa del fondatore era il 19 luglio. Il 18 suor Marthe, responsabile delle novizie, parlò loro della grande devozione mariana del fondatore e, come dono, condivise con loro una preziosa reliquia del santo – un pezzetto del suo rocchetto. Catherine ricevette il dono con gioia, ma aveva un’idea per la testa: benché si muovesse a suo agio nel mondo invisibile, col quale i suoi contatti andavano crescendo, provava il desiderio struggente di vedere la Santa Vergine… E san Vincenzo non avrebbe potuto, approfittando delle grazie rese disponibili per la sua festa, ottenerle quella di incontrare finalmente la Madre che si era data, in un grande slancio di tenerezza e di fiducia, all’indomani della morte della sua? 

Poiché ci avevano distribuito un pezzetto di lino dal rocchetto di san Vincenzo, ne ho tagliata e inghiottita la metà, e mi sono addormentata nel pensiero che san Vincenzo mi avrebbe ottenuto la grazia di vedere la Santa Vergine. 

Qualche ora più tardi, in piena notte, il suo angelo custode svegliò suor Catherine per informarla che la Santa Vergine la stava aspettando in cappella. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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