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Tônio Tavares, padre felice e orgoglioso di 46 figli

TONIO

comunidadejesusmenino.org.br

Jorge Martínez Lucena - pubblicato il 28/09/21

“Sono andato a chiederne conto a Dio, e mi ha risposto di andare a vivere con loro”

Antonio Tavares è il fondatore della Comunidad Jesús Menino (Comunità Gesù Bambino), che si occupa dell’adozione di bambini disabili abbandonati dai genitori. Molti di loro hanno paralisi cerebrale, malattie e malformazioni derivanti da tentativi di aborto falliti.

Insieme ai 46 figli che ha adottato, ha già offerto testimonianze in tre Giornate Mondiali della Gioventù. Sono stati benedetti da Giovanni Paolo e da Benedetto XVI, e sono già stati ricevuti in 7 occasioni da Papa Francesco.

Prossimamente si aprirà una casa a Porto (Portogallo), dove si inizierà ad adottare bambini portoghesi con le stesse caratteristiche, sperando poi di arrivare al resto dell’Europa.

Abbiamo intervistato Tônio quando è venuto a Barcellona perché due dei suoi figli si sottoponessero a un trattamento medico specializzato. Hanno approfittato dell’occasione per raccontare la loro esperienza all’Universitat Abat Oliba CEU e all’Hospital de Campaña della parrocchia di Sant’Anna.

In cosa consiste la Comunità Gesù Bambino?

Adoriamo il Bambino Gesù nella forma di questi miei figli, che per me sono una grazia. Siamo un gruppo formato da laici celibi, giovani sacerdoti e famiglie collaboratrici, viviamo in case vicine e ci aiutiamo a prenderci cura dei bambini che sono stati abbandonati, molti dei quali vittime dell’aborto.

In Brasile abbiamo una comunità a Petrópolis, dov’è iniziato tutto, in cui ho adottato 46 bambini, molti dei quali sono ormai maggiorenni, e un’altra a Brasilia, dove i miei figli sono 36.

Cosa succede in queste case?

Ci aiutiamo tutti a prenderci cura di questi bambini, che sono molto dipendenti e hanno bisogno di tante cure, e che non smetteranno mai di essere bambini. Il nostro desiderio e la nostra missione è trasformarci nella copia di Giuseppe e Maria sulla Terra.

Ci prendiamo cura dei miei figli come se fossero il Bambino Gesù. Per questo, la nostra vita è centrata soprattutto sulla preghiera e sul lavoro. Le nostre case sono piene di silenzio.

A volte la paternità viene vissuta come un peso. Come la vivi tu, con tanti figli tra cui dividerti?

Sì, spesso sento le lamentele dei genitori che aspetto che i figli crescano e se ne vadano da casa. Per me la cosa è diversa. Non se ne andranno mai, e ne sono contento, perché la vita di un figlio è una grazia.

Cerco di far sì che lo abbiano ben chiaro. Festeggiamo il compleanno di ciascuno di loro. Ci sono settimane in cui abbiamo torte anche tre giorni. Ogni sera passo a dare un abbraccio a ciascuno.

Anche quando sono in viaggio, come ora, alcuni non vogliono andare a letto finché non parlano con me per teleconferenza.

Nella nostra società si hanno sempre meno figli, e nascono sempre meno bambini disabili…

Sì, come ha detto Papa Francesco viviamo nella cultura dello scarto. Sembra che in tutto si debba cercare l’interesse egoista, il beneficio. Per questo, chiunque si mostri vulnerabile viene escluso o eliminato.

Molti dei miei figli sono stati aggrediti nel ventre materno, ancora prima di nascere. Hanno cercato di eliminarli nel luogo che avrebbe dovuto essere il più sicuro, il grembo della madre.

Questo possono dirlo molti cattolici, ma non tutti lo prendono sul serio al punto da far sì che determini la loro vita, come nel tuo caso. Hai consacrato la tua vita a questi bambini dimenticati dal nostro mondo…

Ero molto giovane quando sono andato a lavorare in una casa in cui vivevano molti bambini disabili. Ero il loro insegnante. Il primo giorno in cui sono entrato in quella casa, uno dei bambini mi ha preso per mano e mi ha chiesto se volevo essere suo padre.

Quella domanda è rimasta dentro di me come un seme e ha preso corpo col passare del tempo. La loro vita in quell’istituto era un inferno. Quasi senza rendermene conto li ho inseriti nella mia vita. Me li portavo al cinema, a cena a casa dei miei genitori…

Un giorno, mio padre mi ha preso da parte e mi ha proibito di portarli di nuovo. Mi ha fatto capire chiaramente che non erano i benvenuti, anche se oggi entrambi li adorano e li considerano loro nipoti come i figli dei miei fratelli.

Come sei arrivato al cambiamento di vita definitivo?

Il fattore scatenante della mia vocazione si è verificato il giorno in cui sono rimasto a dormire nella casa in cui vivevano quei bambini e ho visto l’inferno che affrontavano. Quell’ingiustizia gridava al cielo. Sono andato a chiederne conto a Dio, e mi ha risposto di andare a vivere con loro.

È partito tutto da qui. Sono andato a parlare con il vescovo, mi ha dato il suo consenso e mi ha detto che camminava con me.

Dio ti ha parlato chiaro attraverso la Sua Chiesa e i suoi prediletti, i bambini…

Sì, solo per quella certezza ho lasciato la casa dei miei genitori, ho abbandonato il lavoro e affittato una piccola casa a Petrópolis e sono andato a vivere con Alexandre, quello che il primo giorno mi aveva chiesto se volevo essere suo padre, e anche con Marcelo e Miguel. Sono stati i primi tre.

Fin dall’inizio ho vuto amici che mi hanno aiutato, perché da allora abbiamo vissuto in povertà volontaria e della Provvidenza, e non ci è mai mancato nulla, perfino quando andiamo nei migliori ospedali europei perché tentino di migliorare la vita di alcuni dei miei figli.

Raccontaci qualcosa di qualche tuo figlio…

Jan è anencefalo. Ha 9 annni e non ha il cervello. L’ho adottato da neonato, e i medici mi avevano detto che sarebbe vissuto due mesi. Nel cervello ha solo acqua.

Sorprendentemente col tempo ha acquistato sensibilità all’orecchio e reagisce alla presenza delle persone che apprezza.

Sua madre ha assunto delle pillole, venti volte più di quelle necessarie per abortire. Ha partorito in ospedale e non ha voluto neanche prenderlo in braccio. Ha detto che era un pezzo di carne e che dovevano toglierglielo da davanti.

Una dottoressa mi aveva visto in televisione e mi ha chiamato. Sono andato. Me lo ha dato e l’ho abbracciato. Hanno detto che sarebbe morto presto ma è ancora vivo, e la medicina non è in grado di spiegarlo.

Una storia molto dura…

Sì, alcuni mi chiedono se non mi fa pena la vita di Jan, così piena di sofferenza, e se non preferirei che morisse. Io rispondo che non vedo affatto la sua sofferenza.

Lui è felice e comunica allegria a me, a chi si prende cura di lui e a molti che lo conoscono, anche solo se appare in una pellicola o perché io racconto come sta.

Non solo è felice lui, ma trasmette allegria a chi lo circonda attraverso la sua semplice testimonianza nel mondo.

La vita dei tuoi figli mostra che Gesù vince la malattia, la malvagità e la morte.

Un altro dei miei figli è nato perché suo padre ha pugnalato la madre. Lei, moribonda, ha chiesto ai medici di salvare il bambino. La madre è morta.

Il bambino è nato con alcune disabilità derivanti dalla mancanza di ossigeno durante il parto. Questo mio figlio non mi può chiamare papà, perché per lui essere padre è una cosa negativa, come quello che ha fatto il suo padre biologico.

Ma ha trovato il Padre del cielo, e anche se è cieco è un ottimo musicista che ha cantato per Papa Francesco.

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