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Sacerdote con Covid-19: non si può vivere una malattia senza l’Eucaristia

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Jesús V. Picón - pubblicato il 28/09/21

In condizioni gravi, un presbitero affronta il Covid-19 mano nella mano con l'Eucaristia

Juan Carlos Romero è nato a Niquinohomo (Nicaragua), è sacerdote da 18 anni e da 10 è arrivato nella sua prima parrocchia, quella di Cristo Re. È sacerdote diocesano dell’arcidiocesi di Managua ed è diventato noto a livello mondiale per una fotografia che lo mostra mentre celebra l’Eucaristia in ospedale, dove si trova ricoverato per il Covid-19. Aleteia ha voluto parlare con lui per conoscere la sua storia e la sua situazione attuale.

Padre Juan Carlos, cos’è successo? Chi le ha scattato la foto diventata virale ovunque? Ci parli un po’ del contesto di questa immagine.

Per l’amore che provo per l’Eucaristia mi risulta molto difficile non celebrare, e in mezzo a quello che stavo passando ho sentito la necessità di celebrare la Messa, anche perché in quel lasso di tempo, in quei giorni molti difficili, sono morte mia nonna e mia sorella, e ieri è anche morto un cugino.

Sentivo quindi il bisogno di celebrare la Messa, di accompagnare la mia famiglia e di unirmi all’intenzione per la salute del cardinale Leopoldo Brenes, per monsignor Mata, per tanti sacerdoti che hanno contrato il Covid e per i miei fedeli; lo stavo facendo anche per i fedeli che soffrono per le sferzate di questo virus.

Unito nel dolore alla Vergine Maria

Quando si è contagiato, come e come se n’è accorto? Com’è stata per lei la notte oscura dell’essersi contagiato con il Covid-19?

Credo che la definizione “notte oscura” sia fondamentale, perché in fondo non so come mi sono contagiato; stavo semplicemente con i miei fedeli, insegnavo e svolgevo i miei vari compiti, ma all’improvviso sono comparse la tosse e la febbre. Un mio grande amico, don Donald McGregor, mi ha detto: “Padre, questi sintomi non vanno bene; voglio che vada a controllarti, perché non va”.

Sono andato a un controllo, sono risultato positivo e ho avvisato i miei superiori del fatto. Non ho voluto essere irresponsabile continuando a vedere i miei fedeli e a fare il Superman. Ho voluto essere responsabile e dire loro: “Sono malato e ho bisogno di riprendermi, di essere curato”. Ed è quello che sto facendo. Quando posso e sono un po’ più in forze celebro la Messa, ma ovviamente chiedo sempre prima l’autorizzazione.

Quali sono stati i sintomi della malattia? Cosa può dirci di questo male?

Ritengo che ci siano varie cose molto importanti. In primo luogo, bisogna unire misticamente questo dolore, questa sofferenza, alla sofferenza di Cristo, a quella della Vergine Maria.

Credo che per me sia stata una grazia vivere tutto questo in due giorni molto speciali: la festa dell’Esaltazione della Santa Croce e quello della Madonna Addolorata. Sono stati due giorni molti pieni in cui ho voluto offrire misticamente i dolori del Calvario.

In secondo luogo, è una malattia in cui ti passa davanti la vita, il tuo prima e il dopo, è sapere che si è nelle mani di Dio, di fronte alle risorse farmaceutiche che spesso mancano. Siamo in un momento piuttosto difficile per quanto riguarda la questione dell’ossigeno, i medici si stanno saturando e i farmaci scarseggiano.

E ovviamente i sintomi: tosse, febbre, fiacchezza, mancanza di appetito, mal di testa… e questo aumenta col passare dei giorni. I giorni chiave sono tra il 9°, il 10° e l’11°, quando si mantiene la saturazione o si abbassa, ed è lì che entra in ballo la necessità dell’ossigeno, che ora è piuttosto scarso.

Il Signore mi ha dato, il Signore mi ha tolto

Ha pensato in qualche momento alla morte?

Sì. Non nego che parlare della morte dal pulpito è una cosa. È facile parlare della morte in una lezione, è facile parlare della morte quando si è a Messa. Parlare con la morte è un’altra cosa.

Parlare con la morte è sapere che ci sono in mezzo dei progetti; che c’è una famiglia: tua madre, tuo padre, i tuoi fratelli; che ci sono progetti che bisogna abbandonare in parrocchia… Tutto quello che possiamo considerare materiale. E può esserci un momento in cui la morte diventa tristezza, paura, terrore.

Sto ancora vivendo le conseguenze degli incubi che faccio nonostante i progressi che compio. Ma in qualche momento chiave, bisogna anche essere ben consapevoli: “Il Signore me l’ha dato, il Signore me l’ha tolto”; ben consapevoli del fatto che siamo solo dei turisti in questa vita e che a un certo punto il treno arriverà a destinazione e dobbiamo scendere e sapere cos’abbiamo tra le mani, cos’abbiamo fatto nella nostra vita, qual è il senso che abbiamo visto nel viaggio di questa vita.

È molto importante prepararsi a poco a poco, perché altrimenti penso che possiamo innamorarci delle cose materiali, e questo può rendere molto difficile l’agonia. Credo che il Signore ci abbia dato le cose e debba togliercele.

Non lasciare soli i malati

Il contagio da Covid è stato la cosa più difficile della sua vita o ci sono stati momenti più complicati? C’è stato un momento della sua infanzia o adolescenza o del sacerdozio complicato come questo? E ritiene che questo sia stato un momento di purificazione agli occhi di Dio?

Ci sono due cose che ho dovuto vivere in questi due o tre anni, in primo luogo la tappa del 18 aprile…

Cos’è successo il 18 aprile?

La situazione politica e sociale che abbiamo vissuto in alcune zone in cui c’erano dei franchi tiratori, in cui si temeva un sequestro, una carneficina. È accaduto il 18 aprile 2018.

La seconda cosa che ho dovuto vivere oltre a questa malattia sono stati eventi che abbiamo superato con la fede; ad esempio, quando accade qualcosa in famiglia – quando muore un familiare… In sei anni sono morti 14 nostri familiari, di morte naturale.

Qui però le cose si sono mescolate: parenti con Covid, con malattie particolari o vecchiaia. Credo però che le prove siano sempre state molto dure e che quando si è amici di Dio bisogna essere preparati perché Dio ci mette alla prova in modo forte per essere buoni amici. Dio è mio Amico.

Qual è il suo messaggio per chi sta passando il difficile momento di essere intubato, di stare a letto con il Covid, con dolori e difficoltà respiratorie? Che messaggio dà a partire dalla sua esperienza? Come vivere questo momento così difficile?

La sua domanda è molto importante, perché in primo luogo è una delle crisi più grandi che si possano vivere.

Bisogna chiedere ai propri familiari di non lasciarci soli; la malattia porta a una crisi molto grande e forte, e ci si sente soli. Per questo chiedo sempre la vicinanza dei familiari.

In secondo luogo, come sacerdoti dobbiamo avere una seconda persona a cui obbedire, e questa persona è il medico. Bisogna obbedire ai sanitari, non pensare che si è sacerdoti e quindi si comanda. Sarebbe antipedagogico, antietico. Dobbiamo obbedire ai medici. Una volta un dottore mi ha detto che il paziente peggiore che possa avere un medico è un sacerdote, perché dice che noi sacerdoti non obbediamo. Dobbiamo obbedire e curarci molto.

E chiedere alla gente, ai nostri fedeli, di pregare molto per noi. Pregate molto per noi! Attraverso la preghiera, abbiamo bisogno di rafforzare il mistero della Croce dalla malattia.

Dobbiamo chiedere ai nostri fedeli di essere più consapevoli, più prudenti. Stiamo morendo, l’umanità sta morendo. Non possiamo andare in giro senza mascherina, non possiamo andare senza mascherina in zone dove possiamo contagiarci o contagiare, ma ci riusciremo soprattutto essendo obbedienti e mettendo in gioco la nostra fede.

È ora che chi è evangelico possa pregare, che chi è cattolico possa pregare in ginocchio, che chi ha un altro credo lo possa fare. È unire tutte le nostre forze, le nostre convinzioni, le nostre speranze in un unico Dio e dire al Signore “Eccoci”. E che questo ci porti al pentimento.

Questa malattia non è solo una cosa da avere. Credo che il mondo abbia bisogno di rinascere. Deve rinascere, e lo faremo noi.

Avevo bisogno di stare con il mio Amico

Perché per lei è stato così importante celebrare l’Eucaristia nonostante febbre, dolori, tosse e tutto ciò che soffriva? Perché si sedeva ai piedi del letto a celebrare? Che importanza o rilevanza ha per lei il sacramento dell’Eucaristia?

Non si può vivere una malattia o una crisi umana senza l’Eucaristia. Avevo bisogno di stare con il mio Amico. Perché so che il mio Amico era lì. Non è solo credere nell’Eucaristia, ma rendere presente l’Eucaristia.

Non è stata una foto per fare propaganda; è stata una foto normale, scattata per poter dire alla mia famiglia e ai miei amici che stavo offrendo la Messa anche per i loro dolori e le loro malattie.

Non c’è stata alcuna intenzione di fare propaganda, ma se questo è servito per incoraggiare e motivare tanti fratelli malati di Covid è stato positivo. Non credo si sia trattato di ego, ma chiedo perdono per questo. Aggrappiamoci all’Eucaristia. Che questo ci porti a sapere che senza Cristo non siamo nulla, che Egli è il Pane vivo.

Ci sono un prima e un dopo rispetto a questa malattia? Qualcosa è cambiato in lei?

È avere una vita nuova. Mi sono posto spesso la domanda: “Signore, cosa vuoi da me?”

È come rinascere. Avevo i miei progetti. Sono cappellano dell’Ospedale Metropolitano; celebro 8 Messe, il 24 e il 31 dicembre organizziamo giornate per regalare giocattoli sui monti del Nicaragua; organizziamo giornate per distribuire cibo e viveri vari agli anziani… Moltissimi progetti! Molti, molti progetti!

Ma ho chiesto a Dio: “Dio, cos’altro vuoi da me?” E non mi ha risposto, ma me lo dirà lungo il cammino. Bisogna sempre chiedere a Dio.

Una benedizione molto speciale

Padre Juan Carlos, prima di congedarci vorrei che impartisse una benedizione speciale per tutti coloro che sono a rischio di contagio o che sono già stati contagiati dal Covid-19, perché attraverso questa intervista la benedizione arrivi a tutti.

Certo.

“Nel Nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo. Amen. Padre, ti rendiamo grazie per la vita, per l’esistenza; grazie per quello che siamo, Signore; per i sacramenti, per la fede.

Nelle Tue mani pongo tutti i fratelli – donne, uomini, bambini, giovani, adulti; quelli che credono e quelli che non credono. Li metto nelle Tue mani perché Tu possa guarire, perché Tu possa liberare; perché Tu, Signore, possa manifestarti, dare più ossigeno; perché possa diminuire l’infiammazione dei loro polmoni; perché il loro sangue non si coaguli.

Ti chiedo, Signore, innanzitutto che possano mantenersi saldi nella fede; che possano rimanere, Signore, accanto ai loro familiari; che il calore umano non manchi loro; che la nostra preghiera sia per loro forza, la forza tra le loro debolezze.

Benedici questi fratelli che realizzano questo programma; Ti chiedo di proteggerli da ogni contagio, di proteggere la loro famiglia; benedici i loro figli, il loro coniuge; benedici, Signore, il loro lavoro. E ti chiediamo che la Tua benedizione si manifesti. Benedicili nel Nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo. Amen”.

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