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La determinazione di Alì Ehsani nel salvare una famiglia cristiana afghana

Jane Sweeney-Robert Harding Heritage-Robertharding

Man walking down mountain road, between Herat and Maimana, after Subzak Pass, Afghanistan, Asia

Lauriane Vofo Kana Lauriane Vofo Kana - pubblicato il 23/09/21

Alì Ehsani vive in Italia, dove è scrittore e insegnante. A fine agosto ha smosso cielo e terra per far evacuare dall’Afghanistan una famiglia cristiana, messa in pericolo dall’arrivo dei Talebani a Kabul. Si confida con Aleteia su questo rischioso salvataggio, nonché sul suo percorso di esule costretto a fuggire l’Afghanistan dopo l’omicidio dei suoi genitori.

Fine delle telefonate, dell’angoscia e delle trattative. Più di un mese dopo l’arrivo a Roma della famiglia cristiana afghana che ha aiutato ad evacuare, Alì Ehsani è più tranquillo. Lo scrittore, che vive in Italia da 17 anni, conserva nondimeno un occhio vigile sulla situazione nel Paese. Bisogna dire che ha seguito, angosciato, la riconquista dell’Afghanistan da parte dei Talebani. 

«È una ferita che si è riaperta», spara all’inizio della videotelefonata su WhatsApp. L’aria di un déjà-vu, per quel trentenne che ha fuggito il Paese alla fine degli anni ’90 dopo l’omicidio dei suoi genitori cristiani. 

Come loro ancora uomini, donne e bambini formano una minoranza che vive nascosta perché la sua fede non è accettata. «I libri non ti fanno ricco, ma aprono molte porte», dice lo scrittore sorridendo. Infatti l’uomo che aveva raccontato il suo percorso in Stanotte guardiamo le stelle – romanzo autobiografico edito da Feltrinelli – si è dato da fare a fine agosto perché una di quelle famiglie recluse fosse evacuata da un Afghanistan in pieno caos. 

Papa Francesco ha incontrato, mercoledì 22 settembre, la famiglia afghana che Alì ha permesso di salvare

Effettivamente, quando all’inizio di agosto ha appreso che il padre di un’amica cristiana era scomparso ha cominciato a preoccuparsi. La giovane donna, nonché tredici membri della sua famiglia, si ritrovarono minacciati. Alì decise di agire per evitare che si ripetesse una storia come la propria: l’uomo che aveva fatto della causa degli esuli la propria battaglia personale ha interpellato anzitutto il Papa. Poi ha sollecitato le autorità italiane. Fortunatamente, poteva contare su non pochi contatti avviati nel corso dei suoi interventi pubblici. 

Sono riconoscente alla ex eurodeputata Silvia Costa, alla ONG Meet Human, all’Esercito Italiano e al ministero degli Affari esteri. Davvero, senza di loro nulla sarebbe stato possibile. La fuoriuscita di questa famiglia assomiglia a un rapimento, per quante strategie è stato necessario elaborare. 

I cammini dell’esilio 

La famiglia di Alì non ebbe la possibilità di elaborare tali stratagemmi, 25 anni fa, quando i Talebani giunsero al potere nel Paese. A Kabul, dove negli anni ’80 vivevano gli Ehsani, i genitori e i loro due bambini formavano una famiglia afghana come le altre. «Il mio fratello maggiore e io andavamo a scuola. La nostra famiglia aveva una vita normale». Normale a parte la loro fede, che in quell’angolo di mondo esce dall’ordinario. 

ALI EHSANI

Quando ero piccolo non sapevo che mio padre e mia madre erano cristiani: è stato un amico a chiedermi perché i suoi genitori non vedessero i miei in moschea. Allora ho posto la domanda a mio padre. 

Il padre si spaventò, ma rivelò al figlio la fede che lo anima: 

È vero, noi siamo cristiani e non musulmani. Può essere pericoloso, quindi fa’ finta di niente non dire nulla al tuo amico. 

L’argomento non sarebbe stato toccato mai più. 

In un pomeriggio del 1999, il ragazzino tornò da scuola e pensava di tornare a casa sua come faceva di solito. Aveva otto anni: 

Sono arrivato dove sorgeva la casa, ma non c’erano che macerie: era stato distrutto tutto quanto. Pensai di essermi perso e mi sedetti su un muretto che ancora stava in piedi. 

Il fratello Mohammad, che allora aveva 17 anni, lo raggiunse e gli disse quel che alla mente del piccolo Alì era ancora inconcepibile: la casa era davvero la loro, e i loro genitori erano stati uccisi. La terra tremò sotto i piedi del ragazzino. Un missile? Una granata? Una cosa era certa, per lui: la guerriglia tra bande talebane era costata la vita ai suoi genitori. Fu la fine dell’innocenza e l’inizio della peregrinazione. 

Dopo i funerali, i due fratelli presero la via dell’Iran e passarono per il vicino Pakistan: per un anno vissero con dei connazionali installati sul posto. Quando tentarono di raggiungere la Turchia furono arrestati. Il fratello di Alì avrebbe subito numerose sevizie per più giorni. Pudico, l’insegnante fa ancora fatica a parlarne decenni dopo. 

I due fratelli giunsero finalmente a Istanbul dopo aver recuperato la libertà: vi restarono cinque mesi. Lì Muhammad lavorò in un negozio dove fece amicizia col padrone. Decise di tentare la traversata via mare per raggiungere la Grecia. Con due amici s’imbarcarono dalla costa turca su un’imbarcazione di fortuna. Il piano era questo: una volta arrivato, Muhammad avrebbe telefonato ad Alì, messo da parte un po’ di soldi e tentato di farsi raggiungere dal fratellino. La telefonata non arrivò mai: il maggiore era morto annegato insieme con i due compagni di viaggio. 

Una luce nelle tenebre 

A soli 13 anni, Alì si ritrovò solo, in un paese straniero e privo di prospettive. Fortunatamente poteva contare su una conoscenza che lo prese con sé: raccolse del denaro col suo aiuto e intraprese un viaggio per Lesbo. È da lì che per la prima volta avrebbe tentato di raggiungere l’Italia: 

Mi sono nascosto sotto un camion che prendeva il traghetto dal porto di Patrasso per attraccare ad Ancona, in Italia. 

Il passeggero clandestino arrivò in porto, ma fu visto da una guardia di frontiera e dovette tornare in Grecia. Qualche mese più tardi riuscì finalmente nella traversata e giunse a Venezia, quindi a Roma. 

Ali Ehsani
L’azione di sensibilizzazione di Alì Ehani, rivolta a giovani e responsabili politici, si svolge prevalentemente in Italia

La traversata è stata difficile, ma ho sempre pensato che i miei genitori mi fossero spiritualmente vicini e che vegliassero su di me. 

Il giovane adolescente alloggiò in centri per rifugiati, riprese ad andare a scuola e fece leva sulla propria determinazione, così come fecero i suoi insegnanti, che volevano aiutarlo a fare più strada possibile. Si mise sui passi dei genitori, quanto alla fede, e all’età di 18 anni ricevette il battesimo: 

Scoprire la fede di mio padre e di mia madre era importante, per me, soprattutto ora che vivevo in un paese in cui potevo praticarla liberamente. 

Dopo gli studi di diritto e dopo molte esperienze nel campo dell’insegnamento, Alì Ehsani interviene oggi nelle scuole per testimoniare le ferite dell’esilio: 

In televisione come sulla carta stampata, i media hanno generalmente un approccio politico alla questione dei migranti, mentre io racconto ai giovani una storia – la mia storia. Questa realtà differente non sono soliti sentirsela raccontare. Molti piangono e si scusano, promettendomi di cambiare prospettiva. 

Il suo futuro il trentenne lo vede in Italia, dove spera di continuare a insegnare e di fondare una famiglia. In questi giorni bui per l’Afghanistan, i suoi occhi sono però rivolti alla terra della sua infanzia. Una terra segnata dalla violenza ma per la quale nutre una grande speranza. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

Tags:
afghanistanchiese orientalicristiani perseguitatiprofughitalebani
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