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Suor Doris Engelhard, fare una buona birra è rendere lode a Dio

SISTER DORIS ENGELHARD

By Gioimpy - Own work, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia

Annalisa Teggi - pubblicato il 22/09/21

Recentemente il New York Times si è chiesto perché le suore catturino ancora molta attenzione mediatica. E lei, l'ultima monaca birraia tedesca potrebbe avere un'ottima risposta: chi dice sì a Dio, arriva a incontrarlo e lodarlo in ogni briciolo (o goccio) di realtà.

Cerca qualcuno che la sostituisca, questa è la vera notizia e molti saranno scontenti che la chiamata a questa vocazione sia femminile. Nell’abbazia francescana di Mallersdorf, in Baviera, c’è l’ultima mastra birraia, suor Doris Engelhard. Ha superato la soglia dei 70 anni e vorrebbe cedere il testimone: da 45 anni si alza alle 5.30 di mattina e dopo preghiere e Messa entra a lavorare nel birrificio dell’abbazia.

Servire Dio facendo birra

Appena 10 giorni fa il New York Times ha parlato di suore, interrogandosi sul perché queste figure siano ancora al centro di tanta narrazione contemporanea, libri e fiction soprattutto. E, a parte un affondo sullo stereotipo della suora cattiva su cui è parecchio facile speculare, c’è il riconoscimento che le donne che hanno detto un Sì totale a Dio occupano avamposti coraggiosi, prime linee anche molto rivoluzionarie.

 Se il prete è la figura frontale della Chiesa, che si fa mediatore tra Dio e il fedele, le suore sono l’avamposto di frontiera vicino a chi soffre: portano Dio agli umili, ai poveri, agli ammalati, a chi è in carcere. A quelli, in altre parole, che la società ritiene superflui, vuoti a perdere.

Da New York Times

E a tutti noi viene in mente Santa Teresa di Calcutta. Ci sono frontiere davvero estreme, abitate da presenze femminili che fanno arrossire le rivendicazioni di certe femministe. Ma ci sono anche frontiere invisibili. Milioni di uomini e donne comuni vivono ogni giorno una vita ‘normale’ (casa-lavoro-casa) e Dio è escluso sottovoce da questo contesto normale. Ci sono avamposti di dolore ed emarginazione indicibili, ma può esserci un’emarginazione radicale anche nella persona comune, quella il cui tran tran quotidiano è alienato dalla compagnia di Dio. Tutto va bene, ma niente ha più sapore.

E allora si può servire Dio anche facendo una buona birra. Le mani e la fatica di Suor Doris creano un prodotto che finisce sulla tavola di tantissimi. La tavola, l’ultima esperienza che Gesù ha fatto insieme ai suoi amici prima della Passione.

Ultima monaca birraia d’Europa, suor Doris è una vera forza della natura: oltre a produrre da sola circa 3 mila ettolitri l’anno di birra, questa Braumeister (mastra birraia) ama il suo lavoro e lo fa con una gioia contagiosa, la stessa che prova ad amare il Signore: «Puoi servire Dio ovunque, non importa che professione o che mestiere fai. E’ bello far piacere a Dio, alle mie consorelle e insieme alla nostra clientela». 

Da Osservatore romano
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Un’antica tradizione

L’abbazia di Mallersdorf produce birra fin dal XII secolo. C’è una bolla del 1432 che consente ai Benedettini di Mallersdorf di vendere la birra in botti. Nel corso dei secoli ci fu anche un’interruzione prolungata dell’attività che però riprese nel 1881. Il birrificio è decollato definitivamente quando suor Doris ne ha preso le redini: ha cominciato a lavorarci nel 1966 e ne è la responsabile dal 1975.

In convento con lei ci sono oggi circa altre 400 consorelle. Dalla fine del XIX secolo queste suore ospitavano centinaia di bambini poveri e decisero di riattivare la birreria nel 1881 per raccogliere fondi da destinare al sostentamento dei loro piccoli.

Sono una normalissima mastra birraia e cerco, come ogni mastro birraio, di produrre una buona birra

Suor Doris Engelhard

Il birrificio di Mallersdorf produce circa 300.000 litri di birra. E’ un prodotto disponibile solo a livello regionale perché non vengono usati conservanti.

Infatti c’è un’indicazione precisa sulla degustazione che viene proprio da suor Doris:

È un prodotto fresco. Non si deve lasciare la birra lì ferma, seduta, cambia sapore. Sarebbe da bere il prima possibile.

Da Scatti di gusto

La birra è donna

La birra è il pane del bavarese. Dietro questo detto c’è più di una facile battuta sulla passione dei tedeschi per la birra. Come sempre i modi di dire affondano le radici nella realtà. Birra e pane sono legati, ed è per questo che – udite, udite – la produzione della birra è tradizionalmente appannaggio delle donne.

Fino al Medioevo la birra è stata fatta quasi esclusivamente da mani femminili. «Era competenza della madre di famiglia provvedere al sostentamento, del quale facevano parte anche le bevande. Subito dopo il pane nei forni veniva prodotta la birra poiché in quegli ambienti caldi circolava nell’aria un residuo di polvere di lievito che facilitava alla fermentazione della birra. In Germania c’è un detto che recita: ‘Oggi inforno, domani faccio la birra’. 

Da Osservatore romano

Chissà se un simile affondo storico farà infuriare o esultare le donne contemporanee sempre indaffarate in una competizione malsana con gli uomini. Sì, un mestiere come il mastro birraio, che avremmo detto maschile, è in realtà tradizionalmente femminile. E lo è perché è legato alla donna che sta in casa e cucina. Oddio che cortocircuito. Sta a vedere che le proposte più all’avanguardia sono alle nostre spalle, piantate laggiù nei secoli bui.

Quando bevi birra ringrazia Ildegarda

Tutti i birrai concordano nell’applaudire Santa Ildegarda. Lei, la santa di cui basterebbe citare un minuto di vita vissuta per cancellare per sempre il pregiudizio sul Medioevo come tempo di oscurità. Furono anni di luce e conoscenza.

Anche chi – come me – è ignorante in materia di birra, la associa in qualche modo al luppolo. Ma perché? Nel Libro delle creature Ildegarda studiò e catagologò tutto ciò che esisteva in natura, minerali e vegetali. Avete presente l’entusiasmo eccessivo che hanno i bambini di fronte alle cose che vedono? Ecco, l’uomo e la donna medievale catalogavano proprio perché erano degli entusiasti del Creato. Volevano conoscere tutto perché in tutto c’era traccia del Creatore. Anche nel luppolo.

Il luppolo è caldo e secco, contiene un po’ d’umidità e non presenta grande utilità per l’uomo, poiché aumenta in lui la melanconia, provoca tristezza nella mente e appesantisce le viscere. Tuttavia, grazie alla sua amarezza, blocca la putrefazione di certe bevande alle quali lo si aggiunge, al punto che possono conservarsi molto più a lungo.

Questo annota Ildegarda nel Libro delle creature. Il luppolo induce tristezza, ma la sua amarezza ne fa un ottimo conservante naturale. E fu proprio questa scoperta a cambiare in meglio e per sempre la produzione della birra: il luppolo fu introdotto ed è tuttora indispensabile per la conservazione del prodotto.

(Appunto personale: riflettere a fondo sul fatto che l’amarezza è un conservante. Fidarsi di Ildegarda e verificarlo nella vita delle quotidiane amarezze).

Bevi perché sei felice

Racconta molto di noi il fatto che quando si parla di bere finiamo sempre a pensare agli alcolizzati. E’ segno che viviamo in un tempo triste. Mi spiego. Il bere diventa un vizio quando la persona lo usa come antidolorifico/sonnifero per il suo malessere. E se noi tanto spesso associamo il bere alla sua versione patologica è perché un malessere profondo inquina la nostra vita. Chesterton – notoriamente incline a godersi la vita – fece una distinzione di base: “Bevi quando sei felice, e mai quando sei infelice” (da Cosa c’è di sbagliato nel mondo). La moderazione va di pari passo alla gioia. Si beve troppo quando è troppo il male da dimenticare.

Suor Doris beve il giusto perché è molto felice. Il suo è un invito alla lode, alzando un boccale.

Amo il mio lavoro, amo l’odore della birra e lavorare con creature di vita come il lievito e l’orzo. Sono contenta quando la gente degusta con gioia la nostra birra. In realtà si dovrebbe poter provare piacere per tutto quello che si fa, per non diventare insopportabili.

Da Osservatore romano
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