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Il Sinodo. Cambiare sguardo. Accogliere e ritornare bambini.

CHURCH

Rawpixel.com | Shutterstock

Don Fortunato Di Noto - pubblicato il 22/09/21

Nel cammino sinodale abbiamo bisogno di cambiare il nostro punto di vista portando lo sguardo su un bambino.

Nel servizio e esercizio dell’autorità, nelle nostre case (comunità cristiane) abiti un gesto simbolico. Un bambino accolto nel consesso degli adulti.

Se non diventerete come i bambini, una piccolezza che ci fa adulti nella fede. Debole, il bambino, da proteggere, eppure forte e combattivo, arguto e tenace, semplice e profetico, anche lui, il bambino, dal battesimo: sacerdote, re e profeta.

Un bambino supera le soffocanti onnipotenze dei nostri egoismi e superbie.

Gesù, prende un bambino e lo mette in mezzo, lo abbraccia e accompagna tutto questo con una parola: “Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato” (Mc 9,37).

«Gesù doveva spezzare la logica chiusa e autoreferenziale di discepoli che discutevano su chi di loro fosse più grande e migliore. E li obbliga a cambiare punto di vista portando lo sguardo su un bambino. Attorno al gesto di Gesù che abbraccia il piccolo bambino si crea un nuovo centro: il gesto di tenerezza di Gesù è linguaggio che invita a passare dai toni dell’arroganza, della virilità che vuole imporsi, a quelli della dolcezza e dell’accoglienza. Gesù non rimprovera nemmeno i discepoli per il loro gretto discutere e neppure per averlo fatto nascostamente da lui e neanche per non avergli voluto rispondere quando li ha interrogati. Il suo parlare e il suo agire tolgono loro anche la vergogna di una confessione. Gesù sapeva. E le parole che usa e il gesto che compie riorientano i discepoli raggiungendoli là dove sono: “Se uno vuole essere il primo” (Mc 9,35), e lo fa riorientando il loro sguardo, insegnando loro ad apprezzare anche ciò che normalmente nemmeno vedono e a cui non danno importanza, come un bambino in un consesso di adulti. Così Gesù sta ancora insegnando, sta ancora formando i suoi discepoli e sta formando anche noi che ormai sappiamo che la presenza del Risorto è da riconoscere nel fratello, anche nel più piccolo, in chi non è né grande né primo». (Luciano Manicardi)

Abbiamo bisogno del pianto e del rumore di bambini: “Il loro pianto è la miglior predica”. Una raccomandazione e una attenzione richiamata da Papa Francesco (14 dicembre 2014): “I bambini piangono, fanno rumore, vanno di qua e di là. Ma mi dà tanto fastidio quando in chiesa un bambino piange e c’è chi dice che deve andare fuori. Il pianto del bambino è la voce di Dio: mai cacciarli via dalla chiesa“.

I bambini li avremo e saranno sempre con noi, non come suppellettili ma come ‘fratelli e sorelle’. I bambini devono restare nella Chiesa e non servirci di loro ma servirli e renderli partecipi in questo camminare insieme. Non è una tenera intenzione appagante è un cambiamento di partecipazione viva nelle nostre comunità, nelle nostre assemblee. Dove sono i bambini? Li stiamo consultando? Come desiderano la Chiesa?

Rinnovo, a distanza di decenni, la proposta: nelle nostre assemblee sinodali (parrocchiali, diocesane e dei vescovi) non solo simbolicamente ci sia la presenza ‘reale’ di rappresentanza dei bambini. Nei nostro organi di partecipazione ecclesiale, ci sia la presenza rappresentativa dei bambini. Non solo dei giovani. Anche questo è un camminare insieme.

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