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Ecco perché la fede c’entra con i vaccini anti Covid

NOWE OBOSTRZENIA W KOŚCIELE

Jacek Klejment/EAST NEWS

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 21/09/21

La guerra senza quartiere tra vaccinisti e novax, che malauguratamente appesta la società e i social più dello stesso Covid, sembra talvolta supporre un’adesione personale alla causa conforme a quella propria (ed esclusiva) dell’atto di fede. D’altro canto, certamente c’è un intimo legame tra la fede cristiana e quell’“atto d’amore” che è sottoporsi a un vaccino. Ne ragioniamo insieme rispondendo a una lettrice.

Tempo fa una lettrice ci scrisse: 

Scusate la domanda, ma nella descrizione “About” della vostra pagina avete scritto: «Per vivere la fede in ogni istante della vita». Quindi, cosa c’entra questo articolo [era un articolo sui vaccini, N.d.R.] con la vostra mission? In cosa mi aiuta a vivere la mia fede? Decidere se vaccinarsi o no non mi sembra una questione di fede… o sì? […] Riceviamo già abbastanza info sull’argomento da tutte le parti. Un conto comunicare, per esempio, sulle ripercussioni della crisi sanitaria o delle diverse misure imposte sulla vita della chiesa, oppure condividere il parere del Papa in riguardo, eccetera… ma non mi sembra il caso di proporre articoli oltre questo obiettivo. Personalmente, venivo sulla vostra pagina, appunto, per trovare altro, riflettere sulle cose dell’anima, trovare spunti che mi aiutano a proseguire sul mio cammino di fede, soprattutto in questi tempi difficili… ma non per trovare un ennesimo articolo sul vaccino. 

Abbiamo ringraziato subito la lettrice per le sue osservazioni, che ci permettevano di chiarire (anche a noi stessi) un punto importante. Visto che domande come la sua, anche meno ben tornite, serpeggiano attorno a noi (e probabilmente anche dentro di noi), riteniamo che valga la pena approfondire e ampliare la risposta. La signora diceva di frequentare la nostra pagina per “riflettere sulle cose dell’anima”, cosa che ci pare molto bella e per cui le siamo grati. 

L’anima, il corpo e il “culto spirituale” 

A tale proposito, anzitutto, non cessiamo di interrogarci su quanto l’Apostolo scrisse ai Romani: «Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale» (Rom 12,1). 

Più spesso di quanto sarebbe opportuno, in certe omelie si sottolinea che «la contrapposizione fra anima e corpo è un’invenzione del platonismo, mentre nell’ebraico biblico “nephesh” (diciamo “anima”) e “basar” (diciamo “corpo”) sono come sfumature diverse dell’umanità». La cosa non è del tutto falsa, però il “platonismo” (ma diciamo pure il pitagorismo e i culti misterici di ascendenza egizia e orientale) avevano permeato il tessuto ebraico ben prima dell’era cristiana, e sarebbe relativamente lungo l’elenco di testi scritturistici a sostegno di ciò, né si vede come si potrebbe pretendere di avere una Rivelazione “più pura” prescindendo da quei contributi. A mo’ di unico esempio ci permettiamo qui di rimandare alle espressioni contenute nel Salmo 41 (42), quali: 

Perché ti rattristi, anima mia,
perché ti agiti in me? 

che torna nel testo per ben tre volte. In ebraico si legge “halày naphshî” (cioè “sopra di me la mia anima”) e in greco “pròs emautòn hè psyché mou” (cioè “verso me stesso l’anima mia”): in ogni caso l’anima è sufficientemente distinta dal “me” da lasciare spazio a qualcosa, del “sé”, che non sia l’“anima” e che sia invece “altro”. Chiaramente, né questo testo da solo né tutti gli altri che si potrebbero invocare per bilanciare la vulgata dell’omelia-base basterebbero a contestare l’incontestabile, e cioè che nella rivelazione giudaico-cristiana il corpo non è mai stato “il carcere dell’anima”: in tal senso è vero che “basar” significa piuttosto “carne animata” e “nèphesh” piuttosto “anima incarnata”. 

Ecco il punto: nella concezione giudaico-cristiana c’è, tra l’anima e il corpo, una specie di “communicatio idiomatum”. L’espressione è ricalcata dalla dogmatica cristologica e di per sé significa “comunicazione delle peculiarità”: in antropologia cristiana significa che da sempre l’anima “somatizza” e che per sempre il corpo ha un suo psichismo. Per questo giustamente riteniamo che i peccati commessi col corpo siano commessi anche dall’anima, e che questa ne sia insudiciata… e viceversa che le virtù esercitate dal corpo rendano salda e bella anche l’anima (o che viceversa i vizî dell’anima fiacchino e infragiliscano anche il corpo). La questione fondamentale, quella ineludibile, è proprio la morte, che pone il tema della scissione delle due realtà e della sopravvivenza di qualcosa dell’uomo a fronte della decomposizione di un qualcosa di lui. 

Ma perché questa digressione? Dicevamo di Paolo: il culto spirituale, fu scritto ai Romani, quello che non si ferma all’esteriorità, sarebbe l’offerta dei corpi! E com’è possibile questo? 

Agostino c’insegna che uno solo è l’amore, una la carità: non è una quella che ama il prossimo e un’altra quella che ama Dio, analogamente a come non esiste una “devozione dell’anima” e una “devozione del corpo”, cosa che tutti cogliamo bene quando si tratta di sottoporci a rigori ascetici. Lo spiegò bene in un’omelia per l’Ascensione, quando era ancora un giovane vescovo: 

Due infatti sono i comandamenti ma una sola è la carità: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima; e: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due precetti dipende tutta la Legge e i Profeti 25. Un’unica carità ma due comandamenti; un unico Spirito ma donato due volte. Infatti non è stato dato uno Spirito nella prima volta e uno Spirito diverso nella seconda; come la carità che ama il prossimo non è diversa da quella che ama Dio. Non c’è una seconda carità. Con la stessa carità con la quale amiamo il prossimo amiamo anche Dio. Ma poiché una cosa è Dio e una cosa è il prossimo, vengono amati sì con un’unica carità, però non sono la stessa cosa quelli che vengono amati. Poiché è più importante, è stato raccomandato anzitutto l’amore di Dio e poi l’amore del prossimo, tuttavia si comincia dal secondo per arrivare al primo: Se infatti non ami il fratello che vedi come potrai amare Dio che non vedi? 26Perciò forse, per educarci all’amore del prossimo, Cristo quand’era ancora visibile sulla terra e prossimo ai prossimi, diede lo Spirito Santo, alitando su di essi; e soprattutto da quella carità che è in cielo, inviò lo Spirito Santo dal cielo. Ricevi sulla terra lo Spirito Santo e ami il fratello; ricevilo dal cielo e ami Dio.

Aug., s. 265 8.9

Dovere morale e/o atto di amore? 

Probabilmente per questo gli inviti del Papa a vaccinarsi si sono distinti da quelli di altri leader, pure moralmente stimati e apprezzati (come il Presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella): quest’ultimo ha infatti laicamente (quasi kantianamente) parlato di “dovere morale”, laddove Francesco ha battuto sul tasto dell’“atto di amore”: 

Con spirito fraterno, mi unisco a questo messaggio di speranza in un futuro più luminoso. Grazie a Dio e al lavoro di molti, oggi abbiamo vaccini per proteggerci dal Covid-19. Questi danno la speranza di porre fine alla pandemia, ma solo se sono disponibili per tutti e se collaboriamo gli uni con gli altri. 

Vaccinarsi, con vaccini autorizzati dalle autorità competenti, è un atto di amore, e contribuire a far sì che la maggior parte della gente si vaccini è un atto di amore. Amore per sé stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli. 

Vaccinarci è un modo semplice ma profondo di promuovere il bene comune e di prenderci cura gli uni degli altri, specialmente dei più vulnerabili. 

Chiedo a Dio che ognuno possa contribuire con il suo piccolo granello di sabbia, il suo piccolo gesto di amore. Per quanto piccolo sia, l’amore è sempre grande. Contribuire con questi piccoli gesti per un futuro migliore. Che Dio vi benedica e Grazie.

Il messaggio del Santo Padre ci ricorda che anche farsi il vaccino è un atto d’amore, verso sé stessi e verso il prossimo, e la lezione di Agostino ci ha già insegnato che questo amore non è un amore “altro”, diverso, da quello con cui amiamo Dio, anzi ne è il primo passo e il primo gradino. 

Certamente vaccinarsi non è, in sé e per sé, “culto spirituale”, ma riconoscere in questo atto umano un gesto d’amore è – eccome! – un “offrire il nostro corpo”, con candore di agnelli, per amore del prossimo e del Dio che lo ha fatto a sua immagine. Davvero, dunque, anche quando andiamo a vaccinarci possiamo, anzi dovremmo, «vivere la fede». 

L’amore si può comandare ma non imporre 

Dobbiamo prendere atto di un’incresciosa contraddizione, che rischia di oscurare il misterioso splendore del paradosso cristiano: mentre il Papa invita al “gesto d’amore” fra le strade dilaga una guerra senza quartiere che talvolta giunge a seminare zizzania – in molti ne fanno la dolorosa esperienza – anche all’interno delle sedi lavorative e perfino delle famiglie. Allo scettico e al riluttante si affibbiano così le etichette di novax e di terrapiattista; all’aderente, magari entusiasta, quelle di collaborazionista e di idiota. Non poche persone hanno cessato rapporti o si sono viste estromettere da altre in forza della divergenza di opinione su questo tema, come se l’adesione alla campagna vaccinale comportasse un intimo coinvolgimento dell’intera persona – analogamente, per capirci, all’atto di fede teologale. 

Su questo bisogna essere quanto mai chiari: è ovvio che nell’assunzione di un qualsivoglia rimedio medico è insita una componente fiduciaria (“farmaco” in greco significa “veleno”, ma lo assumiamo perché abbiamo fiducia nel medico che ce lo prescrive come cura al male di cui, attualmente o potenzialmente, soffriamo), ma né la medicina è una scienza esatta né il medico gode di una qualsivoglia infallibilità. Al contrario, la Rivelazione divina è in sé stessa esattissima e il Medico che quali mistici farmaci ne offre i sacramenti, Cristo, la Verità in persona e non può né sbagliarsi né ingannare. La Fede (teologale) nel Dio di Gesù Cristo non può in alcun modo essere assimilata alla fiducia necessaria per accogliere nel proprio corpo un preparato disposto da medici (fallibili) per preservare le persone dal contagio di una malattia: nondimeno, e la genuina volontà di cura della comunità medico-scientifica riverbera la volontà di Dio per l’uomo («pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza» Ger. 29,11), e la sincera adesione al piano vaccinale può riverberare la fiducia nell’azione anche mediata della divina Provvidenza. Per contro, non è possibile stabilire paralleli biunivoci in alcuna direzione: 

  1. non si può affermare che chi si vaccina stia agendo con genuino spirito filantropico, né tantomeno che accedere alla vaccinazione sia un “atto di fede” (in senso proprio e stretto); 
  2. non si può inferire che chi non si vaccina agisca per puro egoismo e in spregio delle sorti comuni, come neppure che non accedervi significhi chiudersi alla fiducia necessaria al rapporto con Dio. 

La dialettica quotidiana è tuttavia tracimata ben oltre, dal momento che: 

  • alcuni novax pretendono di star conducendo una solitaria crociata per la fedeltà a Dio sfuggendo alle politiche sanitarie; 
  • alcuni vaccinisti pretendono che quelle posizioni estreme siano appannaggio delle religioni in quanto tali e se ne servono per propaganda. 

Possono sembrare esagerazioni in Italia, dove tutto sommato i novax più accaniti che si professano cattolici sono confinati in una modesta per quanto chiassosa bolla della blogosfera, ma la settimana scorsa sul blog di Julie Roys Sarah Einselen ha segnalato come Jackson Lahmeyer, un pastore dell’Oklahoma (nonché candidato politico) abbia promesso di firmare esenzioni vaccinali a chiunque faccia donazioni alla sua “chiesa”. E all’improvviso si fanno più perspicui anche per l’osservatore del Vecchio Mondo perché già a luglio i sacerdoti cattolici dell’arcidiocesi di New York siano stati “invitati” dal loro vescovo a non firmare esenzioni dagli obblighi vaccinali, dal momento che farlo significherebbe «agire in contraddizione con le direttive del Papa». 

Il punto è che l’obbligo vaccinale è un passo estremo delle politiche sanitarie: anche la Santa Sede e altre amministrazioni ecclesiastiche, nei secoli scorsi, se ne sono fatte promotrici, ma le res novæ che hanno trasformato il mondo fornendo accesso di massa a istruzione e informazione esigono che ai nostri tempi esso sia veramente una extrema ratio. Difatti nessuno vorrebbe applicarlo: la politica perché, pilatescamente, spera di lucrare dei vantaggi elettorali e di lavarsi le mani dei costi umani; i cittadini perché rifuggono dall’idea di dover cedere importanti e inusitate quote di libertà individuale in cambio di una protezione neppure data per sicurissima. Anche la Santa Sede ha aderito al green pass, è vero, ma con due importanti spiragli per le eccezioni: 

  • la prima è che ha scelto di non esigerli per chi si rechi al culto in Vaticano (ad esempio per le celebrazioni eucaristiche in Basilica – mentre per le visite esso resta necessario); 
  • la seconda è che accetta da parte dei sudditi un rifiuto a vaccinarsi, se sostenuto con serio supporto medico, e perfino in mancanza di quest’ultima documentazione non licenzia i lavoratori bensì li ricolloca («un piccolo gruppo – ha detto il Papa tornando da Bratislava – che si sta studiando come aiutare»). 

A parte questo, anche i vescovi USA hanno prudentemente evitato di appoggiare l’obbligo vaccinale, e pur incoraggiando la campagna vaccinale non hanno parlato di “dovere morale”. Questo atteggiamento, che a letture superficiali e disinformate potrebbe apparire “cerchiobottista”, significa invece la consapevolezza che un atto d’amore si può anche comandare, nella Chiesa, ma non imporre. O come scrisse Benedetto XVI nella Deus est caritas

Il passaggio che Egli fa fare dalla Legge e dai Profeti al duplice comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo, la derivazione di tutta l’esistenza di fede dalla centralità di questo precetto, non è semplice morale che poi possa sussistere autonomamente accanto alla fede in Cristo e alla sua riattualizzazione nel Sacramento: fede, culto ed ethos si compenetrano a vicenda come un’unica realtà che si configura nell’incontro con l’agape di Dio. La consueta contrapposizione di culto ed etica qui semplicemente cade. Nel « culto » stesso, nella comunione eucaristica è contenuto l’essere amati e l’amare a propria volta gli altri. Un’ Eucaristia che non si traduca in amore concretamente praticato è in se stessa frammentata. Reciprocamente — come dovremo ancora considerare in modo più dettagliato — il « comandamento » dell’amore diventa possibile solo perché non è soltanto esigenza: l’amore può essere « comandato » perché prima è donato.

Benedetto XVI, Deus est caritas 14 

Se non fosse possibile trasgredire i comandamenti divini, anziché osservarli, sarebbe negata in radice ogni possibilità di peccato, e benché cattivi apologeti si appellino proprio al “libero arbitrio” per giustificare la propria ribellione al comandamento (in Paradiso tutti saranno perfettamente liberi, e proprio per questo nessuno avrà più un libero arbitrio capace di scegliere altro che il Bene) ciò che la Chiesa spera è invece che tutti si sentano interiormente motivati all’atto d’amore. Lo Stato vorrebbe poter fare lo stesso, per ragioni diverse a cui si è accennato, ma il problema radicale dell’etica kantiana è che il suo dovere morale è la pura legge priva della grazia. E basta farsi un giro sui social per trovarne conferma: senza la grazia non si adempie a un comandamento neanche dove se ne mostrino fulgidamente le ragioni; oppure se lo si adempie esteriormente lo si fa per trarne uno strumento di contrapposizione sociale e di polemica ecclesiale (a mo’ degli “splendida vitia” rimproverati dal solito Agostino ai pagani magnanimi). 

Solo i santi passeranno dalla contraddizione al paradosso 

Il punto è che se uno dice “la prima carità la devo a me stesso” non dice una cosa meno vera e meno giusta di “vaccinandomi proteggo anche gli altri”: il secondo ribatterebbe al primo che contro un virus attualmente non curabile altrimenti il vaccino è la carità maggiore che (salvo eccezioni clinicamente comprovate) ognuno può usare anzitutto a sé stesso, ma se questi evidenti principî esaurissero in sé tutta la morale, perché considereremmo eroico un medico, che per la natura stessa del suo mestiere espone sé stesso (e i suoi) a contrarre e diffondere malattie? O chi per questo biasimerebbe la professione medica? Passi per Madre Teresa, che ai suoi tempi sapeva molto più del Poverello, sulla lebbra, ma non dovremmo tornare a guardare Francesco tra i lebbrosi con ragionevole riprovazione? A che serve disporsi al bene comune se si mette in pericolo il proprio? 

Quel fine conoscitore di Gustave Thibon che è l’amico Emiliano Fumaneri, mi faceva leggere proprio stamane questa pagina del filosofo contadino: 

H. Charbonneau: «L’uomo ha sete di verità, ma è la fonte che lui cerca – o l’abbeveratoio?»  – Fatale ambiguità del sociale che fa l’uomo in quanto essere consapevole e libero, e che lo disfa trasformandolo nell’elemento di una folla manovrata dagli impulsi del Grande Animale. Dove collocare il punto a partire dal quale, dapprima per la salvezza dell’individuo e, a più lunga scadenza, per quello della città stessa, la disciplina deve far posto alla rivolta? Dove finisce l’autorità di Creonte e dove comincia la libertà di Antigone? – Ed inoltre doppia insidia: il ribelle ha sempre la tendenza a confondere disciplina e servilismo, e la bestia del gregge taccerà sempre di orgoglio colpevole chi preferisce la risalita perigliosa verso la fonte alla tranquillità davanti all’abbeveratoio…

Accettare una volta per tutte che l’ordine sociale riposi in parte sulla rimozione di ciò che c’è di più basso e di ciò che c’è di più alto nell’uomo. I ladroni e il Cristo sono promessi alla stessa croce…

Gustave Thibon, L’illusion féconde, Librairie Arthème Fayard, 1995, pp. 95-96 (traduzione di Antonella Fasoli)

Fin troppo facilmente avremo pensato entrambi ai vaccini e agli schemi manichei di cui abbiamo qui provato a ragionare. Per questo gli ho chiesto come una riflessione tanto preziosa possa essere accettata “una volta per tutte”. E lui ha risposto con queste considerazioni, che mi sembrano difficilmente superabili: 

Credo che solo i santi possano dare una qualche risposta. Penso a uno Jaegerstaetter, un mite che si ribellò quando tutta la massa si uniformava. Ma certo non lo fece per ribellismo, lo fece in obbedienza alla luce della coscienza. Thibon direbbe, credo, che questa tensione irrisolvibile mostra che «la patria dello spirito non risiede sulla terra».

Infine, speriamo a questo punto di non essere equivocati: giudichiamo temerario, perché contro l’evidenza della retta ragione, assumere posizioni schiettamente antivacciniste, ma non abbiamo mai dato addosso a chi, per motivi accuratamente soppesati, scelga di rimandare il proprio vaccino (e al contempo di assumere uno stile di vita tanto più prudente e riservato!). Siamo naturalmente contrari a ogni imposizione esterna da parte dei poteri forti, ma sappiamo anche che Cristo ci ha veramente liberati nel profondo e che, se siamo liberi dai vizi dell’anima e del corpo, niente ci può davvero assoggettare. Non ci si deve vaccinare perché ce lo impone qualcuno, dunque, ma perché è un atto di carità farlo – e la carità ci è stata comandata da Cristo, al quale tutto vogliamo dare perché Egli per primo si diede tutto per tutti e per ciascuno, senza nulla trattenere.

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