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Torturato in Libia, migrante nel Mediterraneo: ora gioca a calcio in serie B

Youtube | Padova calcio

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 17/09/21

Una storia d’altri tempi quella di Cherif Karamoko, calciatore del Padova fuggito dalla guerra civile in Guinea con un viaggio assurdo e rischiosissimo

Una storia d’altri tempi: la fuga dalla Guinea, sua terra natia in preda a bande assassine, poi i furti subiti, le torture in Libia, il viaggio su un barcone di migranti con destinazione Calabria: infine per Cherif Karamoko l’approdo a Padova dove realizza il suo sogno di giocare a calcio. Diventa un atleta della squadra veneta, che milita da quest’anno nel campionato di serie B. E’ qui che, dopo tante peripezie, ha messo a frutto il suo talento che manifestava fin da ragazzino. 

Senza scarpe e senza campo

Redattore Sociale (17 settembre) racconta che Cherif inizia a giocare a calcio a sette anni, nel sud della Guinea. Campetti in terra, dove si gioca senza scarpe. All’inizio fa il portiere, e quando cambia ruolo non se la cava molto bene. Eppure Cherif ricorda che quelli, nonostante le urla dei genitori che lo volevano sui libri piuttosto che dietro a un pallone, sono i momenti in cui il calcio lo diverte di più.

La guerra di Guinea

I continui scontri interetnici, la povertà e la perdita di entrambi i genitori spingono Cherif a guardare oltre i confini del suo Paese. Vuole seguire le orme del fratello, che nel 2013 ha lasciato la Guinea per trasferirsi in Libia. Nel 2016, dopo tre anni di lavoro, riceve da lui la somma di denaro necessaria per raggiungerlo.

L’azzardo della rotta in Niger

Il viaggio che Cherif e un altro ragazzo intraprendono dura oltre un anno. Iniziano oltrepassando il confine con il Mali, con l’idea di proseguire nel Sahara tramite Kidal e attraversando l’Algeria per poi raggiungere la Libia. Una rotta pericolosa, a causa della presenza di vari gruppi armati, e dal rischio di essere catturati e imprigionati e infatti i due vengono fermati e derubati, disavventura che li costringe a tornare in Mali. Da lì decidono di ritentare attraversando Burkina Faso e Niger, rotta conosciuta per gli altissimi livelli di estorsione a danno dei migranti. Arrivati ad Agadez, Niger, trovano un gruppo di trafficanti che li avrebbe portati a el-Gatrun, in Libia.

Due mesi di prigione in Libia

Qualcosa però va storto, scrive Redattore Sociale, e una volta in Libia Cherif viene rinchiuso in prigione per due mesi, dove subisce pestaggi e torture. In quel periodo Cherif ha solo 16 anni. Nel raccontarlo, ricorda tutta la sofferenza provata, ma anche l’aiuto di un pensiero sempre presente nella sua mente: il calcio. Una volta uscito di prigione, finalmente riabbraccia il fratello con cui per tutto questo tempo era rimasto in contatto telefonico, e assieme si spostano a Tripoli dove rimangono qualche mese. 

Poi, sempre con il fratello, Cherif s’imbarca per l’Italia. Sbarca in Calabria, poi viene trasferito in un centro d’accoglienza a Padova. Qui cambia la sua vita. 

Il provino con il Padova

In questo periodo Cherif Karamoko non perde mai di vista l’obiettivo: giocare a calcio. L’occasione arriva quando una conoscente, ascoltando per caso la sua storia, decide di scrivere a diverse squadre per fargli ottenere un provino. La prima risposta giunge da una squadra di serie D, poi dal Padova, squadra di serie B. Con quest’ultima il provino è un successo.

La chiamata alla sorella

Il giorno del suo esordio, Cherif chiama la sorella in Guinea. Lei, fiera del fratello, coglie l’occasione per ricordargli un episodio della sua infanzia. Cherif aveva dodici anni, la sua squadra aveva vinto un trofeo grazie a lui. Dopo la premiazione sono entrati tutti in casa sua cantando e tenendolo sulle spalle. Sua madre, allora malata, lo guardava fiera. C’è una credenza diffusa nel sud della Guinea: se un gruppo di persone ti solleva così, diventerai qualcuno. E così è stato per Cherif Karamoko. 

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