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Il Sinodo. Camminare insieme senza paura

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Don Fortunato Di Noto - pubblicato il 17/09/21

C’è una decisione che va in profondità: voglio uscire dall’isolamento? Dalla supponenza individualista? Dalle ritrosie egoistiche che mi sospingono a vedere nell’altro un nemico e non un compagno e amico di strada? Abbiamo paura dell’altro, chiunque esso sia, si immagini se dovessimo “amare il nemico”, e la paura pervasiva invade e paralizza i primi passi di questo camminare insieme.

Quando la paura abbraccia la sfiducia «si frantumano, che lo spirito di solidarietà si indebolisce, che la separazione e l’isolamento prendono il posto del dialogo e della cooperazione. Dalla famiglia al vicinato, dal luogo di lavoro alla città, non c’è ambiente che rimanga ospitale. Si instaura un’atmosfera cupa, in cui ciascuno nutre sospetti su chi gli sta accanto ed è a sua volta vittima dei sospetti altrui. In questo clima di esasperata diffidenza basta poco perché l’altro sia percepito come un potenziale nemico: sarà ritenuto colpevole fino a prova contraria». (cfr. Z. Bauman, Paura liquida, Laterza 2009)

Il declino, la scomposizione, la scomparsa dell’organizzazione economica solidale (oggi i ricchi sempre più ricchi, e non è un eufemismo e i poveri “accontentati” per sopravvivere! Per tanti.), la frantumazione sociale e politica, tutto questo genera “paura”: una precarietà dove il sognare è senza cammino. Paralizzante e pieni di sfiducia.

Queste paure le abbiamo nelle nostre comunità ecclesiali anche se con forza, quel « non abbiate paura, spalancate le porte a Cristo » (esclamazione nel 1978 di San Giovanni Paolo II, piena di coraggio, audacia, fiducia e speranza) e che a distanza di decenni risuona ancora forte e chiara in una società che è cambiata (tecnologica, liquida, mobile e pandemica) ma, non è cambiato il cuore dell’uomo che cerca Dio, la fratellanza umana, il rispetto del Creato e delle creature, la comunione e la solidarietà. Cerca la pace e l’amicizia tra i popoli e le fedi religiose (nel rispetto delle proprie identità).

Il cammino sinodale è una strada sempre aperta alla novità di Dio, alla Sua volontà d’amore. Ogni uomo e donna, bambino e anziano, lo stesso ‘concepito nel grembo di una madre’ deve essere riconoscente e ‘debitore’ per questo dono immenso e senza misura dell’amore che Dio ha donato alla umanità bisognosa di questo amore. Quando non si è più riconoscenti e grati subentra la “anaffettività” che è molto pericolosa nelle nostre relazioni umane ed ecclesiali.

“Piccole comunità ecclesiali e domestiche” kerigmatiche, (e non dobbiamo avere paura se le Chiese si ‘svuotano’), che “non hanno paura di annunciare l’amore di Dio” che “ovunque nello spazio e nel tempo” annuncino questo amore: dove due o tre riuniti nel nome di Gesù Cristo, si diceva e (credeva!) un tempo, lì c’è il Signore: la fraternità condivisa e faticosamente vissuta. Ma possibile.

E allora si pensa alle due vecchiette, ai due amici, ai giovani che si incontrano, ai bambini che sperano, agli anziani, ai carcerati nelle loro anguste celle, ai migranti che hanno in mano una immaginetta e un Santo rosario, a chi eleva uno sguardo al cielo, a chi lavora sotto il sole, l’amata e deturpata terra, a chi sta subendo violenza schiavizzante e delirante nel nome di un dio che è solo violenza e non il Dio Amore che da la vita in riscatto di tutti.

In quegli angoli sperduti del mondo, nei nostri quartieri e tra le mani vuote di chi cerca amore, si ascolta la Parola di Dio e si vivifica il vicino e il lontano, il nemico e il povero, il bambino. Prediletti tutti del Signore. Tra quelle poche case come a Cafarnao o a Betania e a Nazareth e nel colle del Golgota fino a quel cancello chiuso delle città metropolitane dove nella notte odono le solitudini paure che devono essere sconfitte e fraternizzate. Insieme.

Non dobbiamo avere paura. L’altro non è un nemico, e qualora lo fosse è da amare.

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