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Federico ha saltato l’inizio della scuola… per salire in vetta al Cervino

BOY, TREKKING, MOUNTAIN

Arsenie Krasnevsky | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 17/09/21

A 11 anni ha scalato il versante italiano del Cervino, raggiungendo quota 4478 metri. Una bella notizia, ci ricorda che nonostante l'orizzonte emotivo pesante che grava sui giovani, non si spegne in loro la tempra degli scalatori, la chiamata verso l'alto.

«Ha scalato il Cervino» non è una giustificazione che molti genitori useranno nel libretto delle assenze dei figli, ma la mamma di Federico Tomasi ha dovuto proprio scrivere così. Federico è mancato da scuola i primi due giorni, frequenta la seconda media in Piemonte e ha compiuto un’impresa storica. Nell’attuale panorama desolante di psico-pandemia (paghiamo le conseguenze emotive del dramma sanitario) i nostri giovani sono tra i più feriti, si buttano giù fino al punto estremo di togliersi la vita. Ma – non dimentichiamolo – hanno scritto nel cuore il desiderio di salire fino al cielo.

“Papà, io scalerò”

La mattina del 14 settembre Federico Tomasi, 11 anni di Beinasco (Torino), ha messo lo zaino in spalle e si è accinto a scalare il monte Cervino. La scelta di fare questa scalata proprio nei giorni che coincidevano con la ripresa dell’anno scolastico è stata prevalentemente tecnica e dettata dal meteo. Le condizioni atmosferiche per le giornate del 14 e 15 settembre erano ideali per mettere a frutto un’impresa a cui Federico ha dedicato un anno di preparazione.

Il sogno è nato leggendo di un suo coetaneo scozzese Jules Molyneaux riuscirci, passando però dal versante svizzero, lui invece ha scelto l’italiano: “Se ce la fa lui voglio provare anche io, ho pensato”. Era un anno fa, così ad agosto, alla Rognosa di Sestriere, guardando il Monviso e il Cervino, ha detto a suo padre Fabio, “Papà io li scalerò”.

Da Repubblica
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Lo ha accompagnato nell’ascesa a quota 4478 metri una guida esperta, l’alpinista Matteo Faletti. In quattro ore sono arrivati in vetta, mentre la mamma e il papà di Federico guardavano la montagna dal basso e a testa insù.

“La notte più lunga della mia vita”, ammette suo papà. A duemila metri più in basso, ha trascorso la mattinata a fissare la montagna, in attesa di sue notizie “con gli occhi lucidi e apprensione. Con tre gradi, sotto zero, torcia in testa, ha scalato due ore nel buio più completo”. 

Ibid.

La sveglia alle 3.15 di notte

Li riempiamo di discorsi sul valore dell’impegno, sul buono che nasce dal fare fatica, sul non ripiegare in scelte al ribasso. E restano sempre parole campate per aria, quelle di noi genitori ai figli. La narrazione comune, verisimile ma riduttiva, vede i giovani a testa bassa su qualche schermo, immobili e assuefatti al virtuale.

Hanno smesso di essere entusiasti? Si è spento il desiderio di fare grandi cose? Perché continuano a guardare in basso? C’è senz’altro una tendenza a chiudersi in un comodo letargo fatto di intrattenimento passivo, ma non è normale. Non lo è neanche se diventa una brutta abitudine.

Di un giovane in gamba si è soliti dire che è sveglio. E a tutti noi è capitato di destarci prima del trillo della sveglia quando il mattino portava in dote qualcosa di bello. Essere svegli significa essere pronti a dire a qualcosa. Ci sono, eccomi.

Il giovanissimo Federico Tomasi ha dovuto fare una levataccia per mettersi a scalare il Cervino.

“Sono molto contento di essere arrivato su ma un po’ stanco, la parte più difficile? La sveglia alle 3,15”

Da L’Adige
CLIMBERS, MOUNTAIN, SNOW

Nella fatica che Federico ha accettato mettendo i piedi giù dal letto prima del sorgere del sole, e con la prospettiva di un cammino tosto, c’è la sintesi di un vero buongiorno. C’era un anno e più di allenamento per preparsi all’evento di quella mattina. E ogni vero entusiasmonon s’improvvisa, il buongiorno non è spontaneo neanche quando splende il sole.

Perché dovrei mettere i piedi giù dal letto anche oggi? – ci chiede il fare un po’ distratto e pigro dei nostri figli. E forse, nell’ansia di offrire loro una carezza che renda facile la lettura della realtà, ci rifugiamo in risposte dolci, eufemistiche, quei vaghi ‘vedrai che ne vale la pena’. Magari invece non aspettano altro che sentirsi dire la verità: ti aspetta una scalata, una salita da fiatone, un’impresa in cui ogni tuo muscolo dovrà dare il suo contributo.

Al passo di una guida

Questa non è solo la storia di un ragazzino dal talento in fiore per l’alpinismo. E’ anche la storia di due genitori che hanno guardato la salita del proprio figlio, lo hanno seguito da lontano sapendo che si trattava di un’impresa rischiosa. Fabio Tomasi, papà di Federico, ha scritto un ringraziamento al figlio dopo la conquista della vetta:

Da Plan Maison alla Capanna Carrel in quattro ore scarse, in compagnia di un uomo conosciuto dieci minuti prima. Ti sei trovato a dormire in mezzo ad alpinisti professionisti in un rifugio a 3.830 mt senza riscaldamento. Ti sei svegliato alle 4 del mattino, tre gradi sotto zero, torcia in testa, hai scalato due ore nel buio più completo. Io duemila metri più sotto guardavo quella montagna con gli occhi lucidi e apprensione. La notte più lunga della mia vita. La mia stima e il mio orgoglio di avere il privilegio di essere tuo padre, non hanno fine.

da Republica

Federico avrà saltato due giorni di scuola, ma non è il solo ad aver imparato molto nella salita sul Cervino.

Il giovane ragazzo ha visto cosa significa seguire una guida, stare al passo di uno che ci porta alla meta. Non è brutto e noioso, non inibisce il coraggio e la forza.

GÓRY

Stare al passo di un alpinista esperto è forse più entusiasmante del seguire le lezioni di grammatica o aritmetica, ma in fondo è la stessa cosa. Se un insegnante risponde alla vera chiamata del suo mestiere, è in fondo uno scalatore che mostra la via verso la cima. Quale vetta? L’avventura di rispondere alla domanda: “Chi sono?”.

E arriva il momento in cui i genitori restano al campo base. “La notte più lunga della mia vita”. Come non capire il papà di Federico. La nostra scuola di madri e padri è ancora aperta e siamo dei frequentanti, soprattutto del corso Lasciali andare. Affidarli ad altri occhi e ad altre voci, lasciare che si aggrappino a qualcuno che non siamo noi. Mettere in conto le cadute.

La montagna ci offrirebbe metafore a non finire sul tema. E non potrebbe essere diversamente, perché – notò il buon Dante – l’essere umano è l’unica creatura che partecipa della terra e del cielo. Siamo corpo e spirito, abbiamo i piedi per terra ma siamo destinati al cielo, la scalata è la chiamata che qualcuno ha scritto per noi.

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