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Affetto da paralisi cerebrale, è tassista, papà e scrittore. E voi, di cosa vi lamentate? (FOTO)

SALVADOR

Salvador Sigala Gonzalez

Jesús V. Picón - pubblicato il 16/09/21

La storia di superamento di un essere umano nato con dei problemi ma con un cuore retto e onesto e un'anima piena di speranza

Salvador percorre le strade di Guadalajara (Jalisco, Messico) sul suo taxi nel traffico intenso, portando i passeggeri da un lato all’altro della metropoli. Le persone si sorprendono per il fatto che una persona affetta da paralisi sia il loro autista, alcune oppongono resistenza, ad altre non importa l’aspetto di questo eroe, altre ancora vanno molto di fretta e salgono rapidamente sul taxi di “Chavita”, rimanendo colpite dall’abilità del guidatore.

Questa è la storia di superamento di un essere umano nato con delle disabilità ma dal cuore retto e onesto e un’anima piena di speranza. È la storia di Salvador Ignacio Sigala, che mantiene moglie, figlia e nipote, è scrittore e ha tanti sogni.

Lety e Chava, grazie per averci concesso questa intervista per Aleteia. Lety, puoi dirci il tuo nome completo e quello di tuo marito?

LETICIA: Mio marito è Salvador Ignacio Sigala González, io mi chiamo María Leticia Rodríguez Álvarez de Sigala.

Come vi siete conosciuti?

LETICIA: Ci siamo conosciuti 27 anni fa in un’associazione in cui lui guidava uno dei pullmini che ci portavano a casa e all’associazione. In seguito mi ha detto che mi guardava, ma io non me ne rendevo conto.

Poi si è spostato al pullmino che portava anche me, e abbiamo iniziato a chiacchierare. Lo accompagnavo a portare gli altri e alla fine portava me e si fermava un po’ a casa mia, e così siamo diventati amici.

Ecco qualche fotografia di Salvador e Leticia:

Siete persone dalle capacità speciali. Parlaci un po’ della condizione di Salvador e della tua.

LETICIA: Mio marito ha una paralisi cerebrale; è nato così, e questa disabilità ha influito sul suo sistema motorio, il che gli rende difficile camminare e parlare. Ha 52 anni.

Io sono nata con la spina bifida, il che ha influito sulle gambe e sulla vescica, perché sono incontinente. Ma Dio sia benedetto, siamo qui, lottando ogni giorno per andare avanti.

Dio ci ha dato un amore che ci ha folgorati

Lety, come ci si può innamorare di una persona come Salvador, che essendo disabile per il mondo non è facilmente immaginabile come un marito che ti può mantenere, una persona con cui avere dei figli?

LETICIA: È un’esperienza così bella che quando ci siamo conosciuti è stato un amore che Dio ci ha donato, che ci ha folgorati; Dio ci ha dato questo amore incredibile.

Abbiamo sempre condotto una vita normale; ad esempio, siamo stati fidanzati per quasi due anni, conoscendoci bene. La gente era preoccupata e si chiedeva come avremmo fatto se ci fossimo sposati.

Quando l’ho conosciuto ci siamo innamorati, e poi sposati. Mi sono sposata con l’amore di una quindicenne, molto innamorata. Mio marito mi ha fatto innamorare con tutte le sue caratteristiche; abbiamo vissuto un anno e otto mesi di fidanzamento, e ci siamo sposati il 2 dicembre 1995. Dio sia benedetto, nel dicembre scorso abbiamo festeggiato 25 anni di matrimonio.

Come si innamora una donna di un uomo con una paralisi cerebrale, che ha anche difficoltà a parlare? Come ti sei innamorata di lui, come ti ha fatta innamorare?

LETICIA: A poco a poco, come sognavo. Dicevo sempre: “Voglio conoscere un uomo che mi faccia innamorare a poco a poco, che non arrivi in modo brusco, che mi faccia innamorare lentamente con le sue caratteristiche e il suo modo di essere”.

Tutto questo mi ha fatto innamorare di lui; ci siamo conosciuti a poco a poco. I dettagli e il suo modo di donarsi agli altri mi affascinavano. Era sempre disponibile, e mi sono detta che era bellissimo.

Salvador è ingegnere?

LETICIA: Dopo aver fatto tanto esercizio da quando è nato, a 8 anni ha iniziato a camminare ed è stato portato all’asilo; a 11 anni ha iniziato la primaria, poi ha fatto gli studi secondari e quindi è entrato al Conalep, dove si è diplomato come tecnico professionale in refrigerazione e aria condizionata.

SALVADOR: Un compagno anche lui tecnico professionale, però, ha scritto “ingegnere”, e io l’ho preso in giro dicendo: “Non sei ingegnere! Siamo tecnici! Ma se sei ingegnere tu lo sono anch’io!”

Lety e Salvador, perché il motto “Per l’uomo di fede nulla è impossibile”?

SALVADOR: Questa frase mi ha colpito molto una quarantina di anni fa, in un corso di superamento personale a cui ho partecipato. E mi ha scosso, mi ha scosso tanto, e l’ho verificato: per l’uomo di fede non esistono cose impossibili. Se vuoi fare qualcosa, mettici un po’ di fede e lo farai. È come si legge nella Bibbia: se avessi fede come un granello di senape, faresti qualsiasi cosa.

Ti ho creato così per manifestare la mia grandezza”

Chavita, perché non rinneghi Dio per la tua condizione?

SALVADOR: Un giorno l’ho rinnegato. Quel giorno sono andato a lamentarmi con Dio e Gli ho detto: “Signore, perché a me? Perché io? Non sei grande e misericordioso?” Non mi ha riosposto. Mi sono allontanato da Lui per un bel po’; mi sono occupato di altre cose, ho imparato.

Quando sono tornato, ho posto la stessa domanda. Ho chiuso gli occhi, non so quanto tempo sia passato. E mi ha detto: “Ti ho creato così per manifestare la mia grandezza”. Ho riaperto gli occhi e Gli ho detto: “Ah, Signore! Come faccio io che sono storpio a manifestare la Tua grandezza? Non Ti capisco!” Mi ha risposto: “Sì, ti ho creato così perché tutti i tuoi fratelli vedano quello che hanno, a volte non ne approfittano, e quando vengono da me dicono solo: ‘Signore, dammi la salute, dammi un lavoro, prenditi cura della mia famiglia’”.

E quante volte andate da Dio a dirgli: “Signore, in cosa ti servo? Di cosa sono capace?” Quante? Io, da quel giorno e ogni mattina, quando salgo in macchina, mentre inizia a scaldarsi, parlo con Dio: “Signore, tornerò? Rivedrò mia moglie? Rivedrò mia figlia? I miei nipoti, la mia famiglia? Non lo so, Signore; portami dove vuoi”.

SALVADOR

Salvador, com’è vedere il modo dalla tua diversa abilità?

SALVADOR: Dirmi “diversa abilità” mi offende; dimmi “storpio”.

Cos’è per te uno “storpio”?

SALVADOR: Un giorno hanno chiesto a mia madre quando mi portava a scuola: “Perché lo porta?” Avevo la scarpa slacciata, mia madre mi ha fatto sedere e mi ha ordinato: “Allacciati la scarpa”. Una signora si è lamentata chiedendo perché mi trattava così, e mia madre le ha risposto: “Signora, questo bambino dal nulla farà qualcosa”.

Per me, storpio vuol dire “io posso”; sono storpio e andrò avanti; è una parola che mi piace, e l’ho presa come bandiera.

Molta gente dice che quella che ho è una disabilità, ma io lavoro, guido un taxi, un servizio pubblico! Ho una famiglia, ho dei nipoti. Ora chiedo io: Sono disabile? Lavoro e pago le tasse!

Ho dei clienti che mi cercano e vado da loro; ho come cliente un meccanico, che a volte ripara i computer, e quando li ha sistemati e deve consegnarli e vuole una persona sicurissima si rivolge a me. Sono disabile?, chiedo. Secondo me sono “storpio”.

Così è nata la “Base Chueca”

Parlami della “Base Chueca”, il sito di taxi a cui appartieni.

SALVADOR: Ti raccondo com’è nata “Radio Brigada Base Chueca”. Un giorno un amico portava un taxi, e ho visto che aveva una radio. Mi ha colpito e gli ho detto: “Cosa devo fare? Voglio una radio come la tua”. Mi ha detto dove comprarla. Ho comprato la radio e anche l’antenna, e mi ha dato un foglio con dei numeri, e ogni numero significava qualcosa, delle chiavi; ad esempio, quando dicevano 53 era una strada, il 20 significa “Dove sei?” Si trattava di parlarsi per chiavi.

Le ho imparate e ho cominciato a parlare. Dicevo all’operatrice quale percorso facevo e dove andavo, ma a chiavi. Il cliente non sapeva di cosa parlavo. Una volta sono arrivati a minacciarmi con un coltello, e io ho parlato cifrato e i miei colleghi sono arrivati ad aiutarmi, e poi hanno portato l’aggressore alla polizia.

LETICIA: Mio marito ha poi messo con la radio una base qui, con l’antenna sul tetto. All’epoca non c’erano cellulari, e ha dovuto registrarsi per avere una radio in casa. Quando è andato a effettuare la registrazione, gli hanno chiesto con quale nome voleva registrare la sua base; gli mancava un documento, e gli hanno detto di consegnarlo il giorno dopo, e quindi ha avuto il tempo per pensare al nome da dare.

SALVADOR: Nel pomeriggio, mia moglie mi ha messo tra le braccia la bambina, che aveva 3 mesi, e io, vedendo mia figlia, le dicevo: “Come posso difenderti? Come posso difenderti? Come posso prendermi cura di te?” Perché sapevo che in seguito, quando fosse cresciuta, avrebbe potuto avere dei problemi con le amichette per via dei loro genitori. E ho detto: “Si chiamerà Radio Brigada Base Chueca”. E così è nata Base Chueca (Base Storpia).

Preparando sua figlia a quello a cui sarebbe andata incontro

LETICIA: L’ha chiamata Base Chueca perché ha pensato che, man mano che la bambina cresceva, avrebbe ascoltato la parola “storpio”, perché per lei fosse normale. Nostra figlia ha sempre ascoltato la radio, e sentiva gli amici del suo papà che gli chiedevano con affetto: “Storpio, dove sei?” E così per lei quella parola è diventata normale, ed è servito a prepararla all’ingresso a scuola e perché non avesse problemi con le amichette, ma lo considerasse normale quando gliel’avessero chiesto.

SALVADOR

SALVADOR: Sono arrivato all’officina di mio padre e ho detto agli impiegati: “Quando verrò con mia figlia, reggetemi il gioco”, e mi dicevano “No, Chavita”, ma ho insistito: “Per favore. Chiamatemi Storpio”. E allora arrivavo in officina con la bambina, e lei sentiva che mi dicevano “Storpio, come stai?”, e quindi per lei è diventato normalissimo.

E tu… Di che ti lamenti?”

Salvador, ora parlaci del tuo libro, intitolato “Y tú… ¿De qué te quejas?” (E tu… Di che ti lamenti?)

SALVADOR: È nato per uno scherzo che ho fatto durante la Fiera Internazionale del Libro di Guadalajara. Avevano appena presentato un libro sul palco, e hanno passato un microfono nel caso in cui qualcuno avesse voluto dire qualcosa. Ovviamente non potevo lasciarmi sfuggire l’occasione. Ho alzato la mano e mi hanno portato il microfono. Adriana Corona mi ha detto: “Cosa c’è, Chavita?”, e ho risposto: “Voglio salire lassù”. L’ho detto per scherzo, ma quando è finito tutto è sceso il maestro Francisco González, mi ha abbracciato e mi ha detto: “L’anno prossimo sarai lassù”, e io “No, era solo uno scherzo”, ma il maestro Francisco mi ha detto: “Hai parlato, ora inizia a scrivere, Chava”. Ed è andata così.

LETICIA: Questo è accaduto nel dicembre di tre anni fa, e a gennaio il maestro Francisco ha parlato con mio marito.

SALVADOR: Mi ha detto: “Chava, puoi venire?” Sono andato da lui, e mi ha chiesto cosa avevo scritto del mio libro, e che dovevo finire.

Io scrivevo poesie, scrivevo, ma non avrei mai immaginato un libro. Ho dovuto pronunciare il discorso di fine corso del Conalep, e in quell’occasione avevo scritto una lettera.

Ho detto al maestro Francisco: “Che devo fare?”, e lui ha risposto: “Scrivi solo della tua vita. Hai altri 4 mesi per farlo, poi lo sistemo io”. E grazie al maestro Francisco González sono scrittore. È stata un’altra meta che non avrei mai immaginato, partecipare alla Fiera Internazioanel del Libro. Dio sia benedetto.

Perché hai voluto diventare tassista, come sei riuscito a imparare a guidare, e come hai ottenuto la licenza?

SALVADOR: Quando uscivo da scuola dovevo andare a mangiare, dovevo cambiarmi e correre al laboratorio di laminati e pittura di mio padre. Con pioggia, tuoni o lampi dovevo farlo. Dovevo prendermi cura della bottega, sistemavo gli strumenti, vendevo l’acqua, pagavo la luce ai vicini. Mia madre mi ha detto: “Non possiamo pagarti molto. Se vuoi, fai delle commissioni e fatti pagare”.

Il sogno di mia madre era che andassi avanti. Mio padre mi retribuiva come un operaio della bottega, ma non mi andava bene.

Facevo delle commissioni, e quando dovevo andare più lontano c’era un operaio che mi portava con una jeep; mio padre diceva “Porta Chava a fare la commissione”. Il sabato l’operaio diceva a mio padre: “Rey, ci presti la macchina e portiamo Chava?” Andavamo, e io gli dicevo “Ti pago una birra, prestami la macchina e dimmi cosa fare”. L’operaio mi faceva mettere al volante e mi insegnava a guidare quel veicolo.

La macchina aveva una cosa particolare, perché “a casa del fabbro, zappa di legno”. Se sbagliavi a cambiare si alteravano le velocità, e quindi bisognava farlo con attenzione. Ho imparato così, e mi ha insegnato anche una zia. Un mio amico mi ha insegnato a guidare per la superstrada; andavamo a Melaque, e il mio amico si è fermato e mi ha detto: “Mettiti al volante”. Gli ho detto di no, erano tutte discese e curve, ma l’ho fatto, e frenavo. Il mio amico mi ha detto: “Togli il piede dal freno, non avere paura. Se senti che la macchina ti sfugge, abbassa la velocità”. Ho imparato in questo modo.

SALVADOR

Sono andato all’esame e ho superato tutte le prove. Quando ho fatto quella della vista, un medico mi ha detto “Tu non puoi guidare”. Gli ho risposto: “Ma se ho passato tutte le prove!”, e mi ha detto: “Vai da tuo padre”.

L’incredibile risposta della madre

LETICIA: E allora Chava è andato all’officina del padre a parlare con lui, ma il padre ancora non sapeva che era in grado di guidare. Non lo sapevano neanche i suoi fratelli, ma la madre sì.

SALVADOR: Ho detto: “Papà, mi accompagni?”, e lui: “Dove?” “A scuola guida. Voglio prendere la patente”. Mio padre mi ha risposto: “Sei matto!” Allora ha parlato con i miei fratelli e ha chiesto loro cosa pensavano del fatto che volessi guidare. Hanno quindi chiamato mia madre, è arrivata e le hanno detto: “Tuo figlio vuole guidare”, al che ha risposto: “Preferisco che mio figlio viva un anno come vuole a che stia rinchiuso tutta la vita”. E mio padre ha dovuto acconsentire.

Siamo arrivati alla scuola guida, e ho detto al medico “Ecco mio padre”. Mi hanno portato la macchina e il medico ha detto a mio padre: “Dia le chiavi a suo figlio”. Mio padre ha esclamato: “Cosa? Lo lascia fare?” E il medico: “Sì, e salga anche lei”, ma mio papà non ha voluto salire. Il medico però è salito e ha detto: “Portami al centro”. Mio padre gli ha detto di non farlo, ma quello ha detto: “Non mi interrompa”.

L’ho portato al centro, e quando siamo tornati alla scuola guida il medico ha detto: “Dategli la patente” e mi ha chiesto cosa volevo. Ho risposto che volevo la patente non da automobilista ma da tassista, e che non mettessero alcun limite alla patente perché guidassi solo veicoli automatici, perché guidavo le macchine standard. E me l’hanno data.

Poi ho preso un camioncino dell’associazione per svolgere un lavoro sociale. Non ho chiesto denaro per questo. Ho visto Lety, ma doveva andare in un altro pullmino, e mi sono detto: “Quella ragazza fa per me”. È successo che il pullmino che prendeva Lety è rimasto senza autista. Quello che conducevo io era più grande e in condizioni migliori di quello che portava lei, e ho detto: “Prendo l’altro pullmino e a poco a poco lo sistemo, perché ho un’officina. E così andavo a prendere Lety; io andavo a prenderla alla fine, ed era la prima che lasciavo a casa, ma poi ho cambiato giro perché fosse l’ultima.

LETICIA: E mi diceva: “Mi accompagni?”, e dicevo di sì, ma dovevo tornare a casa prima delle 22.00, e così alle 21.30 eravano a casa.

Salvador, cosa diresti a chi pensa di suicidarsi ma legge questa intervista?

SALVADOR: Facile! Mi chiamino e scambio il loro posto con il mio. Voglio camminare, voglio tornare a giocare a basket, voglio correre, correre dietro a un pallone. Mi chiamino e non si suicidino.

SALVADOR

Giovani, per favore, parlate con me. Se siete uno di quelli che si vogliono togliere la vita o se volete entrare nel mondo della droga, distruggere il vostro corpo con le droghe, non lo fate, parlatemi!

LETICIA: Mio marito mangia solo cibo liquido, per questo dice che se loro possono mangiare ciò che vogliono devono valorizzarlo e ringraziare. Devono scoprire ogni giorno quello che hanno per essere felici, e lottare per godersi ogni giorno e rendere grazie a Dio per tutto quello che dà loro ogni giorno.

SALVADOR: Ragazzo che ti vuoi suicidare o drogare, voglio sfidarti: superami, perché tu puoi fare più di me. E voglio che un giorno, incontrandomi, tu mi dica: “Storpio, ti ho superato. Dio ti benedica”.

Io scrivo con la mano. Tu, Chavita, come lo fai?

SALVADOR: Quando scrivo, ci capiamo solo io e Dio, e a volte solo Dio. Come scrivo, come ho studiato? All’epoca non c’erano computer, non c’era Internet. Compravo della carta carbone e chiedevo ai miei compagni di permettermi di mettere un foglio perché mi rimanesse una copia. Come sono stati i miei esami? Orali. Non ho mai potuto copiare!

LETICIA: Salvador non riesce a scrivere per via della sua condizione. Per questo, ha avuto bisogno di un amico per scrivere il libro.

SALVADOR: Ha studiato informatica, e allora sono andato da lui e gli ho detto: “Voglio che quando parlo si scriva sul computer”. Portavo il mio laptop, e mi ha detto di comprare un microfono. Sono tornato con il microfono, e lui ha programmato tutto. Quando lui si metteva il microfono e parlava, si scriveva tutto sul computer, e allora me lo sono messo io.

LETICIA: Mio marito ha iniziato a parlare perché scrivesse, ma il computer ha risposto: “Che ha detto?” Neanche il computer capiva, e allora si è messo a scrivere con un dito.

Chava, puoi indicarci le tue reti sociali per poter comunicare con te?

SALVADOR: Su Facebook mi si trova come salvador.sigalagonzalez.7

E dove si può acquistare il tuo libro?

SALVADOR: Su Amazon.

Dio, se esisti, rispondimi”

Puoi raccontarci qualche aneddoto della tua vita da tassista?

SALVADOR: Una volta stavo girando da un’ora e mezza con il taxi e non saliva nessuno. Mi sono detto: “Me ne vado a mangiare”, ma una signora mi ha fermato. Avevo la radio accesa e ascoltavo cumbia. Ho scritto una canzone, ma l’ha incisa un’altra persona. L’ho composta io ed è diventata famosa, si chiama El Chacarrón.

Quando è salita la signora mi ha detto dove doveva andare, e io ho subito alzato un po’ il volume della radio. Guidavo contento, ascoltando la musica, ma guardando nello specchietto retrovisore ho visto che la signora piangeva. Discretamente, ho abbassato il volume della radio. Quando siamo arrivati a destinazione le ho detto: “Signora, con tutto il rispetto, c’è qualcosa che non va?”, e lei mi ha detto: “Mezzo isolato prima di salire sul tuo taxi mi sono lamentata con Dio perché sono stata colpita da una paralisi facciale”. Se non me l’avesse detto non me ne sarei reso conto, perché il viso sembrava a posto.

La signora mi ha detto che prima che arrivassi si era lamentata dicendo a Dio: “Perché mi punisci? Perché mi dai questa malattia? Cosa Ti ho fatto?” Si era lamentata molto, e l’ultima cosa che aveva detto a Dio era stata: “Rispondimi! Se esisti, rispondimi!”
E quando la signora è salita sul mio taxi ha sentito che Dio le aveva risposto, e per questo ha iniziato a piangere. E allora quando è scesa dalla macchina era molto tranquilla, perché sapeva che Dio le aveva risposto.

E ho molti altri aneddoti come questo.

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