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Pierre Claver, schiavo degli schiavi per sempre

PEDRO CLAVER

Wellcome Images-(CC BY 4.0)-modified

Aliénor Goudet - pubblicato il 09/09/21

Desideroso di mettersi al servizio dei più miserabili, il gesuita Pierre Claver (1580-1654) si era fatto un dovere di soccorrere gli schiavi sbarcati a Cartagena delle Indie, nell’attuale Colombia. La Chiesa lo festeggia il 9 settembre.

Colombia, 1627. Malgrado una fresca mattinata di primavera, sono numerosi a pazientare sul pontile della Tesoreria di Cartagena delle Indie. A largo si possono scorgere le vele di qualche imponente naviglio che si dirige verso il porto. La folla si scambia un mormorio impaziente e curioso; in mezzo ad essa, solo una persona non proferisce motto: Pierre Claver si contenta di scrutare le onde – lui non è lì per fare acquisti di alcun tipo. 

A bordo del naviglio negriero che si avvicina si trovavano centinaia di schiavi neri incatenati come bestie. Pierre chiude gli occhi e prega silenziosamente per i defunti, i cui corpi sono stati gettati in mare: la metà degli schiavi caricati, egli lo sa già, è morta infatti nel corso del viaggio. E la metà di quanti arriveranno è già malata. E la metà della metà, moribonda. Gli altri saranno affamati, impauriti e disperati. Da quando gli indios sono stati dichiarati esseri di ragione, e dunque liberi, la tratta negriera è tristemente aumentata, in Nuova Granada. 

La miseria nel fondo delle stive 

Pierre viene tutti i giorni al molo con la sua bisaccia, quando sa che deve arrivare un naviglio. Fa così da diversi anni, ma ogni volta lo prende la medesima stretta al cuore. La missione che si è scelto gli fa vedere in faccia la negazione dell’umanità, la sorte degli uomini più maltrattati della loro epoca. Se dal 1537 la Chiesa condanna senza appello la schiavitù, ciò non basta tuttavia ad estirparla dal Nuovo Mondo. Alla fine le navi attraccano. Mentre la folla attende sulla banchina, Pierre si affretta per salire a bordo. Qualcuno dei suoi confratelli lo segue con panieri di frutti, dolci e acqua fresca. 

Lasciate che ci prendiamo cura dei vostri malati – chiede Pierre 

Benché sbigottito, il capitano accorda il permesso. Dopotutto, la mercanzia risulterà più appetibile per gli acquirente, dopo una bella ripulita. Via libera, dunque, a questi gesuiti pazzi, di esporsi alle malattie. Ad ogni modo dovranno pazientare qualche giorno nelle stive, prima di essere messi sul mercato. Nelle stive c’è un odore nauseabondo di sudore e di marciume, che si configge nei loro cervelli. E regna un silenzio di morte. Pierre si reca allora direttamente dai malati: li nutre, li lava e offre qualche parola di conforto in Angola. 

Mangiate e bevete – dice loro subito – poi vi cureremo. 

Gli affamati si gettano volentieri sul cibo, mentre Pierre e i suoi compagni distribuiscono vestiti puliti e medicine. Ogni volta che Pierre si avvicina ad uno di loro, gli infelici fanno uno scatto all’indietro e lo guardano con terrore. Nei loro occhi c’è la paura dei mostri bianchi che strappano gli africani alla loro terra natale e li incatenano. 

Una goccia d’acqua nell’oceano 

Perché ci aiutate? – chiede allora una donna dopo due giorni 

Seguo l’esempio del mio maestro e Signore. 

Ecco l’apertura che Pierre attendeva: parla loro di Gesù, morto per salvare tutti gli uomini senza eccezioni. Per battezzarli, Pierre vuole che prima essi comprendano che cosa ciò significa. Allora parla loro del regno eterno e dell’amore infinito di Dio. Gli incatenati ascoltano con attenzione le parole stranamente calorose del gesuita. È la prima persona che parla loro così da mesi. Pierre non può salvarli da un avvenire incerto, e allora spera perlomeno di fornire loro degli strumenti che possano lenire le loro sofferenze e dar loro la speranza del cielo. 

In attesa che i potenti rinsaviscano, questo è quanto si può fare: Pierre conosce l’amara realtà del suo servizio. Tutta la sua vita non sarà che una semplice goccia d’acqua nell’oceano, ma Pierre è determinatissimo a versarla. Non si accontenta di entrare nelle navi ormeggiate: catechizza nelle miniere e nelle piantagioni; si prodiga per trovare interpreti in 18 diverse lingue africane. È ammirevole per la pedagogia che impiega nei confronti di un uditorio tanto unico e complesso. 

Pierre nutre, prega e benedice incessantemente, a costo di trascurare di nutrirsi e di dormire. Sì, perché deve mantenere una promessa: il giorno della sua professione perpetua, aveva firmato con queste parole “Petrus Claver, Æthiopium semper servus” [Pierre Claver, schiavo degli Africani per sempre]. 

Questa è la routine che egli ripete per 40 anni, fino a quando il gesuita soccombe alla spossatezza, nel 1654. Venne poi canonizzato da papa Leone XIII nel 1888: è il santo patrono delle missioni presso i neri, nonché della Colombia e dei diritti dell’uomo. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

Tags:
gesuitimissioneschiavitù
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