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Il gesuita e poeta pro-life, icona del pacifismo americano

DANIEL BERRIGAN JESUIT PEACE PRO LIFE

Thomas Good, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Emiliano Fumaneri - pubblicato il 26/08/21

È un nome che oggi non dice molto quello di Daniel Berrigan, sacerdote gesuita e poeta. Ma non negli anni Sessanta, quando padre Berrigan era celebre come icona del pacifismo americano e del movimento di resistenza alla guerra del Vietnam. Una testimonianza a tutto tondo la sua, capace come vedremo di unire l’impegno per la pace alla difesa della vita nascente.

Daniel Berrigan nasce il 9 maggio 1921 a Virginia, nello stato del Minnesota. Nel 1939, appena diciottenne, entra nella Compagnia di Gesù. Viene ordinato sacerdote nel 1952 e cinque anni dopo è a Syracuse, nello stato di New York, per insegnare il Nuovo Testamento agli studenti del Collegio Le Moyne. Quello stesso anno vince il prestigioso Lamont Prize col suo primo libro di poesie, Time Without Number (alla fine le sue opere ammonteranno a una cinquantina circa).

Contrario a ogni genere di violenza, assieme al fratello Philip, anch’egli sacerdote, fonda nel 1964 la Catholic Peace Fellowship.

Cover Credit: JIM SHARPE

Padre spirituale del movimento è il famoso trappista Thomas Merton (uno dei «grandi Americani» celebrati da papa Francesco nel suo storico discorso al Congresso del 24 settembre 2015). Padre Berrigan incontra Merton nel 1960 e stringe con lui una profonda amicizia. L’insegnamento del monaco trappista esercita una grande influenza su padre Daniel, spingendolo a insistere sulla necessità di una disciplina spirituale, il solo modo per evitare che l’azione concreta si fondi sul desiderio di vendetta, sull’egoismo o sulla disperazione. Per il gesuita le fonti di un sano impegno pacifista devono essere altre: l’Eucarestia, un profondo sensus fidei e la vita comunitaria.

Il pacifismo dei Berrigan si manifesta nel gennaio del 1965 quando il presidente Lyndon Johnson ordina di bombardare il Vietnam del Nord. È l’inizio di una guerra feroce dove i crimini di guerra (mai processati) saranno tutt’altro che occasionali. Fra tutti spicca l’orribile carneficina di My Lai, il villaggio vietnamita dove il 15 marzo del 1968 i soldati Usa entrano per sparare letteralmente a tutto ciò che si muove: non solo a donne, vecchi e bambini (compresi i neonati in fasce), ma anche a galline, mucche, maiali, bufali. La macabra contabilità del massacro parla di oltre cinquecento civili indifesi trucidati senza pietà.

È solo una delle tante atrocità di un conflitto che, come ha documentato lo storico Nick Turse nel libro Così era il Vietnam. Spara a tutto ciò che si muove (Piemme, 2015), causerà tre milioni di morti, due dei quali tra la popolazione civile.

Quando Lyndon Johnson dà il via ai bombardamenti i fratelli Berrigan decidono di passare all’azione. Inizialmente i due si rivolgono agli studenti in procinto di partire per la guerra. Gli strumenti adottati in questa fase sono quelli tipici della protesta non-violenta: i sit-in, i digiuni pubblici, le pressioni sui membri del Congresso. Tutti mezzi che però sono inefficaci. Non ostacolano particolarmente la mobilitazione né l’escalation della guerra.

I Berrigan pensano allora di rivolgersi direttamente all’opinione pubblica. Passano così alla disobbedienza civile. I due fratelli sfidano il Governo con azioni dimostrative ma molto plateali. Come quando spezzano l’asta della bandiera americana nel giardino dell’abitazione del generale in capo. O ancora, in una delle contestazioni più plateali di sempre, distruggendo le cartoline-precetto nell’ufficio di arruolamento di Catonsville, a Baltimora. L’azione ha luogo il 17 maggio 1968: i fratelli Berrigan, assieme ad altri sette compagni, sottraggono e bruciano 378 documenti di chiamata alla leva. Distruggono le carte con del napalm prodotto artigianalmente, la medesima sostanza impiegata dall’U.S. Army contro i civili nelle zone di guerra.

«Le nostre scuse, cari amici», scrive Daniel, «per l’infrazione al buon ordine, per aver bruciato della carta anziché dei bambini, per l’irritazione degli infermieri di fronte all’ossario. Non potevamo, con l’aiuto di Dio, fare altrimenti».

Inizialmente il Governò non reagisce alle loro provocazioni, ma la clamorosa protesta di Baltimora costa cara ai “Nove di Catonsville”. Alla fine i due fratelli vengono arrestati e rinchiusi in carcere per tre anni.

Dopo l’uscita di prigione, nel 1972, il gesuita si reca ad Hanoi per riportare a casa tre prigionieri di guerra americani. Nel frattempo si avvicina a Dorothy Day, la fondatrice del Catholic Worker Movement, il movimento dei lavoratori cattolici.

Gli anni Ottanta lo vedono attivo protagonista del movimento contro gli armamenti nucleari. Nel 1980, sempre spalleggiato dal il fratello e da un piccolo gruppo di attivisti, dà vita al Movimento dei Plowshares partecipando a una dimostrazione antinucleare nell’impianto missilistico della General Electric presso King of Prussia, Pennsylvania (un’impresa che verrà immortalata nel film “In The King of Prussia”, con Martin Sheen).

Sempre sul fronte della guerra, il gesuita protesta contro il coinvolgimento militare Usa in Centro-America, si oppone alle due guerre del Golfo e all’intervento militare in Kosovo. E dopo l’11 settembre, anche ai due conflitti armati in Afghanistan e in Iraq.

Un curriculum, come è facile immaginare, più che sufficiente ad accreditarlo come estremista di sinistra. È una accusa ingiusta. L’amore per la pace di padre Berrigan non nasce da una ideologia politica ma dal rifiuto di ogni forma di violenza.

Berrigan crede fortemente nella sacralità della vita. Da qui il suo fermo rifiuto dell’aborto. Su questo punto il gesuita ha sempre avuto parole chiare.

Sul mensile Sojourners, che nel novembre del 1980 dedica un numero al legame tra la guerra nucleare e l’aborto, scrive ad esempio che anche l’aborto, come la guerra e il militarismo, fa parte di una cultura della violenza. Un mortifero filo rosso unisce la guerra e l’aborto, il Pentagono e Planned Parenthood. Padre Dan parla di un «“intreccio trasversale” della morte che collega l’intera cultura, cioè un tacito accordo sul fatto che risolveremo i nostri problemi uccidendo le persone in vari modi, una dichiarazione che certe persone sono sacrificabili, prive di ogni dignità». Questa cultura della morte è malsana e può portare solo al «vicolo cieco della mancanza di rispetto e del disprezzo per la vita; il progetto principale – l’unico progetto in realtà – è ammazzare».

Nel 1984, in un discorso tenuto in una parrocchia dell’Arcidiocesi di Milwaukee, torna a difendere la sacralità della vita denunciando quella che chiama la «teoria dell’omicidio lecito» adottata dalla società contemporanea. In quell’occasione il gesuita afferma che i cristiani non possono approvare cose come «l’aborto, la guerra, il sovvenzionamento della guerra attraverso le tasse, né mettere la gente nel braccio della morte o emarginare gli anziani». In un’intervista ad America ribadisce di aver «sempre detto chiaramente che sono contro tutto quello che va dalla guerra, all’aborto, all’eutanasia. Ho evitato di essere una persona monotematica».

Com’è sua abitudine, non sono solo parole: il 27 ottobre 1991 prende parte a un sit-in di protesta contro l’apertura di una nuova clinica di Planned Parenthood, la multinazionale degli aborti, e finisce per essere arrestato. Al New York Times l’ormai anziano sacerdote dichiara che lo scopo della protesta era mostrare che si può «amare la vita su tutta la linea».

Il messaggio è chiaro: non si può essere pacifisti e abortisti; non si può essere nonviolenti e approvare quella forma brutale di violenza sui più deboli che è l’aborto. La logica conseguenza è che l’attivismo pro-life e quello pro-peace sono intimamente legati – un pensiero condiviso anche da una santa come Madre Teresa di Calcutta .

Va anche ricordata l’opera del gesuita nell’accompagnamento dei malati terminali. Dal 1979 al 1984 Berrigan è volontario presso il St. Rose’s Hospital di New York dove assiste i malati terminali di cancro prendendosi cura delle loro necessità materiali e spirituali. Un altro luogo della sofferenza dove padre Dan è di casa è il St. Vincent’s Hospital. Qui il religioso lavora a fasi alterne per circa 12 anni a contatto coi malati di HIV/AIDS.

Nel 1986 questo vulcanico sacerdote trova il modo di fare da consulente (e anche di recitare una breve parte da cameo) del famosissimo film “The Mission” di Roland Joffé sulle riduzioni gesuitiche nell’America del Sud e sulla loro opposizione alla tratta degli schiavi.

Nell’ultima fase della sua vita (muore il 30 aprile 2016 alla soglia dei 95 anni, stroncato da un arresto cardiaco) Berrigan supporta la protesta di Occupy Wall Street, il movimento di contestazione pacifica nato nel 2011 per denunciare gli abusi del capitalismo finanziario.

Figura scomoda di sacerdote, irrequieto e inclassificabile, padre Berrigan ha speso la sua vita in obbedienza al vento imprevedibile della profezia. Amava spesso ricordare un pensiero del fratello Philip, deceduto nel 2002 a 79 anni: «Se un numero sufficiente di Cristiani seguissero il Vangelo, potrebbero mettere in ginocchio qualunque stato».

«So che la visione profetica oggi non è popolare presso alcuni circoli spirituali», afferma in un’intervista del 2012, «ma il nostro compito non è quello di essere popolari o di essere considerati influenti, bensì quello di pronunciare le più profonde verità che conosciamo. Dobbiamo vivere le nostre vite in accordo con le più profonde verità che conosciamo, anche se così facendo non si producono risultati immediati nel mondo».

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