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Padre Moretti: «Ore di apprensione per le suore e per i bambini»

Child Afghanistan

Shutterstock/timsimages.uk

Kabul, Afghanistan September 2004: Children play around bullet-riddled car in Kabul

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 23/08/21

Il barnabita Giuseppe Moretti è stato presente a Kabul in molti anni prima e dopo l’11 settembre. Ci racconta che cosa è cambiato a ridosso di quello spartiacque e condivide prospettive sugli scenari futuribili.

In questi giorni dalle ore concitate, mentre dall’Afghanistan provengono notizie frammentarie e contraddittorie, e quando si moltiplicano le voci di quanti pure nel Paese non hanno mai messo piede, abbiamo pensato di aiutarci nell’orientamento conversando con il barnabita Giuseppe Moretti, che per missione ha assommato nel Paese una presenza quasi ventennale.

Classe 1938, ha conosciuto dapprima (tra il 1990 e il 1994) l’Afghanistan del dopo-Guerra Fredda, quando gli ex alleati degli Stati Uniti contro la Russia consolidavano il loro potere fondamentalistico nel Paese; quindi, dopo un’interruzione dovuta a un grave ferimento, è tornato nell’Afghanistan post-11 Settembre (2002-2015), fino al rientro in Italia per sopraggiunti limiti di età. Ha passato il testimone al confratello Giovanni Scalese, dal quale con tutta la Congregazione attende informazioni in questi giorni cruciali.

Padre Moretti ci incontra con apertura e cordialità ma cercando subito il contropiede: «Aleteia! La verità volete accrescerla o diminuirla?» «Vogliamo cercarla!», è la nostra risposta, che sembra trovare il suo apprezzamento:

Io non sono un politico né un diplomatico – precisa allora con grave eppur gioconda serietà –, quello che vi dico non può ambire ai grandi sistemi geopolitici, perché sono anzitutto e soprattutto un pastore.

Padre Giuseppe Moretti B. con le Figlie della Carità a Kabul

Padre Moretti, lei ha passato quasi venti degli ultimi trent’anni in Afghanistan. Normalmente, e avendo tanto tempo a disposizione, i missionari imparano le lingue locali: lei ha imparato il Pashtu e il Dari? O come si è svolta la sua azione pastorale?

La ringrazio per questa domanda, che mi consente di premettere alcuni aspetti fondamentali dello scenario in cui mi sono trovato ad agire: in Afghanistan il Padre risiede nell’ambasciata d’Italia dov’è la chiesa, e per gli accordi firmati un secolo fa [il 3 giugno 1921, N.d.R.] l’Italia ottenne dal re Amānullāh Khān il privilegio di avere una chiesa per l’assistenza spirituale della comunità internazionale, ma con la condiciosinequanonche non ci fosse proselitismo. Regola alla quale ci siamo rispettosamente sempre attenuti consapevoli che in Afghanistan la conversione comporta la condanna a morte. Non avendo comunità afghane cattoliche siamo poco incentivati a parlare le lingue locali e ci esprimiamo nelle lingue della comunicazione internazionale.

Lei ha negato esplicitamente che esistano degli afghani cattolici, ma sembra per più versi implicare che esista una comunità cristiana in Afghanistan…

Confermo che non esiste alcuna comunità cattolica afghana. C’è tuttavia un centro protestante a Kabul da almeno 40 anni, molto attivo nel campo sociale e proficuo per un proselitismo soft per cui possono esserci afghani protestanti. Noi ci atteniamo alla “condicio”. C’è distinzione

tra proselitismo e missione: noi sappiamo bene che il Evangelo si annuncia anzitutto amando e servendo e poi, «se necessario anche a parole» (san Francesco). Così per il momento ci limitiamo ad assistere la comunità internazionale, e confidiamo che questo seme di presenza evangelica germini. Tornando ai cristiani non cattolici, io non so quanti siano e di certo non lo affermano pubblicamente. Posso dirle che dopo il 2002 si sono presentati a me due o tre afghani che dicevano di essere cristiani, ma per ottenere una protezione con cui uscire dal Paese… Probabilmente si erano convertiti nei campi profughi del Pakistan, dove i protestanti lavorano intensamente.

Che ci possa essere anche qualche cattolico avvolto dal silenzio non lo escludo, ma non saprei dire dove.

A proposito del suo lavoro di assistenza spirituale alla comunità cattolica internazionale, una volta tornato da Kabul lei ha dichiarato di aver constatato rispetto al passato una graduale diminuzione della frequenza in chiesa: che idea se n’è fatto? Come si spiega il fenomeno?

Lei conosce la situazione del cristianesimo in Occidente… Mi riferisco alla secolarizzazione. Ebbene, la mia impressione è che gli occidentali che venivano a Kabul risentivano di questa secolarizzazione. C’erano delle eccezioni, naturalmente, anche molto notevoli come ambasciatori, generali…

Negli ultimi anni la partecipazione ai Sacramenti si è ulteriormente diradata: per ragioni di sicurezza, evidentemente, ma anche per una consolidata secolarizzazione. Il punto è “si vive come se Dio non esistesse”. Ma la Chiesa continua a vivere in Afghanistan anche con due o tre fedeli.

Come veniva vista la sua presenza di sacerdote?

Debbo dire che da parte degli afghani, quando sapevano chi ero, ho avuto sempre massimo rispetto. Massimo! Con il mullah saib il saluto c’era anche se ci incontravamo dieci volte al giorno. Lo stesso rispetto per le Suore. Posso dirle, per dare un’idea, che quando gli afghani parlavano tra di loro delle suore di Madre Teresa riassumevano così la loro percezione della missione di quelle donne: «Sono qui per aiutare i nostri poveri». Un’espressione che mi pare molto densa e che dovrebbe farci riflettere: le nostre chiese sono vuote anche perché non siamo credibili.

Padre Giovanni Scalese, il suo successore, le sta dando notizie in questi giorni?Qualcosa che possa dirci?

Siamo in ansia per padre Scalese. Ha deciso di rimanere e partirà soltanto con le Figlie della Carità e i bambini che curano. Tanti stanno parlando dei bambini afghani, a Kabul ci sono due comunità di suore: la prima – Pro Bambini di Kabul (PBK) – presente dal 2004 come risposta all’appello di Giovanni Paolo II nel 2002 e gestita da suore di diverse congregazioni; la seconda, attiva dal 2006, è quella delle Missionarie della Carità. Le suore del PBK assistono bambini Down o con problemi psichici. Le suore di Madre Teresa curano creature abbandonate spesso in condizioni subumane. La situazione attuale ha reso necessaria la loro partenza da Kabul.

Il padre Scalese ha ottenuto i biglietti per l’Italia, anche per le suore e i bambini. Erano in priorità, ma partiti per l’aeroporto di Kabul sono stati costretti a rientrare per il caos esistente. “La salvezza del gregge spirituale ha maggior peso della vita corporale del pastore, quando incombe il pericolo del gregge ogni pastore spirituale deve affrontare il sacrificio della vita corporale” (S. Tommaso d’Aquino) è l’esempio di P. Scalese. Speriamo la bella notizia che sono sull’aereo in partenza.

Confrontati con i talebani del primo periodo (1996 – 2001), quali garanzie sapranno offrire alla comunità internazionale quegli odierni?. Cosa può dirci a loro riguardo?Olivier Roy parla di “evoluzione politica ma non sociale”.

Non ho vissuto il primo periodo talebano, perché nel 1994 durante la guerra civile mi hanno rispedito in Italia. L’Ambasciata era di già chiusa dal 1993. Riaperta l’ambasciata nell’ ottobre 2001, la Santa Sede mi ha invitato a tornare.

Il periodo 2002-2015 è stato caratterizzato da molteplici attentati a Kabul e in altre parti dell’Afghanistan. I Talebani non si sono mai arresi.

I talebani ora dichiarano che rispetteranno le donne, ma come potranno essere rispettate le donne, vigente la sharia? È più la ricerca di un accreditamento internazionale infatti, se usciamo dal ex – palazzo presidenziale dove i capi appaiono ben vestiti, eleganti, spigliati, per le strade vediamo sciamare i talebani armati e violenti che passano di casa in casa per arrestare o uccidere i collaborazionisti. Promettono un sostanziale rispetto dei valori democratici ma le promesse per essere credute vanno realizzate.

Insomma non è così semplice “prendere e andarsene”. Frédéric Pons – un analista, sì,ma del ristretto novero di quanti sono stati lungamente sul territorio – parla di declinodall’annuncio del ritiro (2011) e in definitiva dagli accordi di Doha (2018); insomma, di una disfatta annunciata. Lei come la vede?

In questi vent’anni c’è stato uno spiraglio di libertà, di democrazia e di legalità. Io ho costruito una scuola in un villaggio pashtun alla periferia di Kabul, per 2 mila ragazzi, una scuola che ho regalato subito allo Stato. Maschile e femminile dalle elementari al liceo. L’ho chiamata

“Scuola di Pace” [tale il suo nome, N.d.R.] perché il suo scopo era (spero che continui ad essere) offrire una prospettiva positiva e impegnativa per le nuove generazioni. Mi dispiace che in questi giorni da qualche parte si dica che in vent’anni non si è fatto niente… Non è vero che non si sia fatto nulla! È un giudizio radicale negativo, errato e ingiusto. Si è operato in campo diplomatico, sociale, militare (addestramento dell’esercito), legale, sanitario, comunicativo, economico. Non si è cambiato radicalmente l’Afghanistan, ma non si è lasciato come prima. Purtroppo quanto accaduto in pochi giorni sembra aver annullato tutto. Tutti i giornali li danno ampie notizie quotidianamente. Non spetta a me formulare analisi ed esprimere valutazioni, giudizi, prospettive. Ci sono i politici, gli analisti, gli esperti, i giornalisti.

Mi ha colpito l’iter della marcia trionfale talebana. Da dove è iniziata? Dal Nord, l’area meno talebana dell’Afghanistan, Kunduz è stata la prima città riconquistata, ai confini del Tagikistan: dal 2011 probabilmente i talebani avevano trovato lì aree dove esercitarsi. Si pensava che non giungessero a Mazar-i Sharif, che sta all’Afghanistan, per capirci, come Milano sta all’Italia… e invece eccoli lì… Kabul sarebbe dovuta cadere dopo tre mesi, e invece è caduta immediatamente… difficile rimanere indiferente.

Qual è la percezione generale che si ha dall’Afghanistan?

Tra le etnie afghane che maggiormente potranno soffrire ci sono gli hazara, etnia mongola, gli sciiti, i paria dell’Afghanistan (ma forse, i più intelligenti e con la maggior energia di lavoro). Come reagiranno i Tagiki, gli utzbeki e le altre etnie minori? Collaborazione o resistenza? Si parla di Cina che vede quel dito di territorio afghano che s’inserisce nella Cina “musulmana”, c’è l’Iran, con cui non c’è mai stato buon sangue. Poi la Russia, la Turchia… c’è un vivace interessamento politico internazionale. Ma è un labirinto di notizie senza però il filo d’Arianna per riuscire a capire qualcosa almeno per un semplice cittadino come me.

Mi interessa molto capire piuttosto la politica dell’Europa e dell’Italia verso la realtà afghana… Se l’emirato verrà riconosciuto… Ma verrà riconosciuto? Ci sarà un’autentica evoluzione politica democratico – islamica?.

E secondo lei quali potranno essere le tempistiche?

È difficile dirlo: un capo talebano disse “voi avete gli orologi, noi abbiamo il tempo”. Non mi spingo oltre. Mi piacerebbe che il tempo fosse breve, ma nell’interesse di tutti e di tutte.

Quante persone hanno aiutato gli italiani in questi anni?

Non so dare una risposta precisa. Il personale afghano con diverse mansioni dell’ambasciata era composto da non meno di una ventina di dipendenti e poi, ci sono i vari collaboratori di nostri campi militari e questi sì che erano parecchi, centinaia nel tempo.

Riusciremo a salvare queste persone?

Si parla di corridoio umanitario per loro (alcuni sono già arrivati in Italia): per chi è rimasto, tra cui padre Scalese e le suore, per non parlare dei bambini… vanno messi in salvo, e non per privilegio nei confronti degli altri, ma per tutelare le maggiori fragilità.

Tags:
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