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“Vola come una bella colomba”. Così l’anima entra nell’aldilà

Jacob_09 | Shutterstock

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 18/08/21

La partenza da questa vita mortale è il normale coronamento dell’itinerario mistico, non più per sfuggire alla condizione terrena, ma al contrario per andare fino alla fine del mistero dell’Incarnazione

I mistici e il loro contatto con l’aldilà: cosa avviene all’anima nel momento del trapasso? E’ un momento felice o doloroso? Ne parlano Max Huot de Longchamp con Antonino Raspanti in Cos’è la mistica” (Città Nuova). 

Morire nella gioia 

Prima di avvicinarsi alla partenza da questa vita mortale come coronamento della vita mistica, i maestri hanno menzionato l’incidente che può accadere a chi è un po’ troppo ansioso di andare in paradiso. Infatti, quando nulla, o quasi nulla, sembra frapporsi tra l’anima e Dio, accade che «l’anima sembra davvero separarsi dal corpo, e vede i suoi sensi sfuggirle» (Teresa d’Avila). In effetti:

«Nella loro gioia – afferma il mistico tedesco del XIV secolo Giovanni Taulero, nel Discorso 11 – alcuni di loro muoiono, il loro cuore si spezza, incapaci di sopportare le grandi opere di Dio, tanto esse sono forti in loro e grandi. Sappiate che più di un uomo è morto in questo modo, per essersi talmente consegnato a quest’opera così meravigliosamente grande, che la natura non ha potuto sopportarlo e vi ha ceduto».

“Torna indietro colomba”

L’anima si sarebbe volentieri separata dal corpo «in questo volo spirituale – sottolinea San Giovanni della Croce, nel Cantico spirituale, XII, 7 –  pensando che ora la sua vita stava per concludersi, e che avrebbe potuto gioire con il suo Sposo per sempre, e stare apertamente con lui. Ma lo Sposo la trattiene, dicendo: “Torna indietro, colomba […] perché non è ancora arrivato il tempo di una conoscenza così elevata”».

San Giovanni della Croce.

La morte prematura secondo Santa Teresa d’Avila

Infatti, di questa morte gli stessi maestri ci hanno detto che è prematura, così che: 

«Quando la crescita di questo desiderio è così grande, l’anima deve cercare di non eccitarlo, ma al contrario di tagliare dolcemente questa impetuosità» (Teresa d’Avila, Cammino di perfezione, cap. 32).

L’anima si lancia verso quell’Amico che l’attira

La partenza da questa vita mortale è il normale coronamento dell’itinerario mistico, non più per sfuggire alla condizione terrena, ma al contrario per andare fino alla fine del mistero dell’Incarnazione. Le pagine che i maestri dedicano a questo culmine sono tra le più belle. Ecco il trapasso “visto” da San Francesco di Sales: 

«Ciò che appartiene al grado sovrano dell’amore è che alcuni muoiono d’amore. Ed è quando l’amore non solo ferisce l’anima in modo da farla languire, ma la trafigge, dando il suo colpo dritto in mezzo al cuore, e così forte da spingere l’anima fuori dal suo corpo. Avviene così: l’anima, fortemente attratta dalle divine dolcezze del suo Diletto, per corrispondere da parte sua alle sue dolci attrattive, si lancia con forza e finché può verso quell’Amico desiderabile che l’attira». 

«E non potendo tirare il suo corpo dietro di sé, piuttosto che fermarsi con esso tra le miserie di questa vita, lo lascia e si separa, volando da sola, come una bella colomba, nel seno delizioso del suo Sposo celeste: si lancia nel Diletto, e il Diletto la tira e la rapisce a sé. E come lo sposo lascia il padre e la madre per congiungersi all’amata, così questa casta sposa lascia la carne per unirsi al Diletto» (Francesco di Sales, Trattato dell’amore di Dio, VII, 11).

ST FRANCIS DE SALES
San Francesco di Sales.

La tenerezza divina al momento del trapasso

Santa Gertrude di Helfta, ne L’Araldo, V, I, descrive il “dolce trapasso” dell’anima nell’aldilà: 

«L’ora più deliziosa si avvicinava quando lo Sposo celeste, il Re, Figlio del Padre Supremo, si preparava a far riposare nella camera nuziale dell’amore questa amata, che attendeva con sì ardenti desideri la sua uscita dalla prigione terrena. Il Signore si avvicinò, ed ella lo udì dirle queste dolci parole: “Ecco, nel bacio del mio possente amore mi impadronisco di te e nell’abbraccio stretto del mio sacro Cuore ti presenterò al Padre mio”. Come se egli le avesse detto: “La mia onnipotenza ti ha trattenuto fino a quell’ora sulla terra, perché tu possa meritare di più. Ma l’ardore del mio amore non può più essere contenuto, ti libera finalmente dalla carne, ti dona a me come un tesoro desiderato, perché io possa calmare la violenza di questo amore gustando con te le più dolci delizie”». 

«Immediatamente quell’anima felice, cento volte benedetta, uscendo dalla prigione della carne, si alzò in indicibile giubilo per entrare nel santuario più augusto di tutti, il dolcissimo Cuore di Gesù, che gli era stato aperto con tanto amore, felicità e generosità, come ci hanno mostrato le precedenti rivelazioni. Lì, ciò che quell’anima ha provato, ciò che ha visto e sentito, ciò che ha ricevuto dalla tenerezza divina, lei che meritò di passare per tale via, nessun mortale potrebbe immaginarlo. La debolezza umana potrebbe, solo balbettando, esprimere le tenere carezze dello Sposo che ammette la sua diletta nelle profondità del suo Sacro Cuore e i gioiosi trasporti degli angeli e dei santi che, accompagnando con le loro lodi, sembrano coronarle di gioia».

Santa Gertrude.

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