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“In Padre Pio non c’è il diavolo”. Così l’inquisitore cambiò idea sul frate

Pinterest | Public Domain

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 17/08/21

Il cardinale Raffaello Carlo Rossi, di cui è in corso la causa di beatificazione, è uno dei personaggi chiave, ma meno conosciuti, nell’inchiesta del Sant'Uffizio nei confronti del santo di Pietrelcina. Ecco cosa accadde quando incontrò Padre Pio

Arrivò a San Giovanni Rotondo diffidente e stranito rispetto a quanto aveva sentito dire su di lui: eppure l’inquisitore di Padre Pio, il futuro cardinale Raffaello Carlo Rossi, concluse le sue indagini per conto del Sant’Uffizio (meno note rispetto a quelle più plateali di Padre Agostino Gemelli) con un giudizio positivo sulla fama di santità del frate con le stigmate. L’allora monsignore Rossi affermò che in Padre Pio non c’erano né indizi di frode, né presenza demoniache, lasciando intendere dei fenomeni mistici che accadevano sul suo corpo. 

Le relazioni attente e dettagliate, del Visitatore, meglio conosciuto come l’inquisitore di Padre Pio, oggi Servo di Dio, trovarono la diffidenza dei suoi colleghi, ostinati a dimostrare il contrario e i presunti imbrogli del frate con le stigmate. Ecco come andarono veramente le cose. 

La lettera di incarico del Sant’Uffizio

Tutto ha inizio ai primi di maggio 1921. Il futuro cardinale, da circa un anno, Vescovo di Volterra, 45 anni di età, si trova sereno nel suo vescovado. Riceve una lettera dal S. Uffizio che lo incarica, a nome del Papa Benedetto XV, di condurre un’accurata inchiesta su un frate di 34 anni, P. Pio da Pietralcina, cappuccino del convento di S. Giovanni Rotondo (“dov’è mai questo posto?”) il quale – dicono – avrebbe le stigmate. In base alle conclusioni della sua indagine, il S. Uffizio dovrà emettere il suo giudizio e, eventualmente, prendere provvedimenti.

Gli appare “buono, sincero e simpatico”

Mons. Rossi sobbalza sulla sedia e scrive subito al Card. Merry del Val segretario del S. Uffizio, chiedendo di essere sollevato dall’incarico “di ardua gravità”. Ma Merry del Val gli impone di accettare. Mons. Rossi, ormai Visitatore apostolico, – grande Inquisitore – si reca a Roma dove esamina il voluminoso dossier di documenti sul frate, in cui lodi e accuse si contrappongono. Quindi parte per S. Giovanni Rotondo. Vi arriva, prevenuto verso P. Pio, ma quando lo vede e comincia a interrogarlo, subito gli appare “buono, sincero, semplice e perfino simpatico”.

142 domande sotto giuramento

Lo osserva in tutto, durante le preghiere, durante i pasti e la ricreazione, durante la celebrazione della Messa e mentre si reca a confessare. Lo interroga sotto giuramento, in modo esigente e severo: 142 domande in tutto, un vero “bombardamento”. Vuol vedere e toccare le “piaghe” che P. Pio ha alle mani, ai piedi e al petto. Prende nota di tutto. 

FATHER PIO

La prima deposizione di Padre Pio

La relazione del Visitatore Apostolico, il 4 ottobre 1921, riguardo alle stigmate, si sofferma sull’ipotesi di «una auto-stimmatizzazione procurata con mezzi fisici e chimici».

Il Visitatore, sulla base della testimonianza giurata del farmacista foggiano Valentino Vista, pone la domanda: «Che nascondeva questo mistero?». E subito dopo: «Il “mistero” è svelato: non credo ci sia ragione per dubitarne della sincerità di P. Pio, chiamato a giuramenti che avrebbero dovuto far breccia sulla sua anima sacerdotale, e sotto la santità dei quali egli ha attestato di non aver per nulla artificialmente procurate o completate le stimmate».

La seconda deposizione di Padre Pio

Infatti, durante la seconda deposizione all’inquisitore inviato dal Sant’Uffizio, (ore 19 del 15 giugno), alla domanda «se abbia mai usato per sé acido fenico diluito o puro», Padre Pio risponde di no tranne nei «casi nei quali l’abbia usato il medico per sterilizzazione quando mi faceva iniezioni».

Alla domanda se ne abbia fatto richiesta a persone estranee al convento, Padre Pio risponde di averne fatto richiesta «per uso della Comunità, anzi del Collegio di cui ero Direttore, quando non se ne trovasse in convento».

“Ero quasi solo col Padre guardiano”

Infine, alla domanda se la richiesta veniva fatta in modo che rimanesse segreta agli stessi confratelli, risponde: «No, tanto più che in passato ero quasi solo col Padre guardiano. Se mai sarebbe stato al solo scopo di evitare che si sapesse dalle persone che dovevano portarlo [l’acido fenico] che si trattava di medicamenti richiesti senza ricetta del medico».

L’effetto della veratrina

Il Visitatore si sofferma anche su un altro farmaco, la veratrina, che – precisa – era richiesta per «uno scherzo da farsi a ricreazione!!». Infatti, sempre durante la seconda deposizione, Padre Pio, ad una domanda sull’argomento, aveva risposto di averne fatto richiesta «senza conoscerne neppure l’effetto, perché il P. Ignazio, Segretario del Convento, una volta mi dette una piccola quantità di detta polvere per metterla nel tabacco e allora io la ricercai più che altro per una ricreazione, per offrire ai confratelli tabacco che con piccola dose di questa polvere diviene tale da eccitare subito a starnutire».

Quindi – afferma il vescovo Rossi – «anziché la malizia, si rivelano qui la semplicità e lo spirito faceto di P. Pio».

La vasellina sulle piaghe

Fatto anche un accenno all’uso di tintura di iodio (per disinfettare le piaghe, affermava P. Lemius), l’inquisitore del Sant’Uffizio sul “caso padre Pio”, conclude quanto, sull’uso dei farmaci sopra citati, risulta dalle deposizioni giurate:

«Che P. Pio usò della tintura di iodio non per disinfettare le piaghe, ma per arrestarne il sangue. “Io non ne conoscevo nemmeno l’efficacia: ho visto che altri quando si tagliavano usavano questa medicina per stagnare il sangue”».

«Che non solo usò della tintura di iodio, ma anche vasellina o glicerolato di amido, ma sempre per ragioni ovvie: “Mi fecero usare un poco di vasellina quando le piaghe si scrostavano”».

«Che dall’uso della tintura di iodio cessò proprio per evitare… quello che l’azione dello iodio poteva produrre sui tessuti cutanei. “Un medico mi disse che non lo usassi più perché poteva irritare maggiormente”».

«Che infine son quasi due anni dacché P. Pio non usa più nulla, cioè non applica più alcuna medicina alle stimmate e nonostante, il che è da notare, le stimmate permangano tuttora. Dunque la loro permanenza è indipendente anche dall’applicazione di questi medicinali: dunque possiamo concludere che non sono state né procurate né mantenute con mezzi fisici e chimici, il che del resto sarebbe stato in assoluto contrasto colla provata virtù di P. Pio».

Dopo tanti sospetti, questa è una conclusione di rilevante importanza, formulata dal mons. Rossi a seguito di numerose testimonianze giurate non soltanto di Padre Pio, ma anche dei suoi confratelli e dei suoi Superiori (Dr. Emanuele Giannuzzo, Padre Pio, pag. 216)

(Interrogatorio di Mons. Rossi a Padre Pio a proposito di acido fenico e veratrina a pagina 222-223 di Francesco Castelli, Padre Pio sotto inchiesta “L’autobiografia segreta”, Editrice Ares, Milano, 2008).

L’interrogatorio ai frati

In quelle settimane, con la stessa severità, l’inquisitore del Sant’Uffizio interroga i frati di S. Giovanni Rotondo sulla loro vita religiosa e su quanto fa il loro confratello. Mons. Rossi è stupito nell’apprendere che Padre Pio ha convertito diverse persone, anche illustri intellettuali, dall’ebraismo e dal protestantesimo, provenienti dall’Inghilterra, dall’Olanda e persino dall’Estonia. Incredibile a dirsi, ma vero.

Convoca parroco e vice-parroco a S. Giovanni Rotondo, i quali appaiono invidiosi dell’opera del frate. Mons. Rossi annota tutto senza che gli sfugga nulla. 

La relazione finale

Mons. Rossi, scrive Paolo Risso su santiebeati, è ricco di dottrina e di saggezza, profondamente retto e agisce soltanto per la gloria di Dio. Non conosce doppiezza e non ha secondi fini. Limpido e puro di cuore. “Segretamente”, l’inquisitore del Sant’Uffizio ha sentito che in Padre Pio è presente Gesù stesso che continua la sua passione. Così, pur con prudenza, conclude:

“P. Pio è un buon religioso, esemplare, esercitato nella pratica delle virtù, dato alla pietà e elevato forse nei gradi di orazione più di quello che non sembri all’esterno; risplendente in particolar modo per una sentita umiltà e per una singolare semplicità che non sono mai venute meno, neppure nei momenti più gravi”. “Lo straordinario che avviene in P. Pio non si può dire come avvenga, ma non avviene certamente né per intervento diabolico né per inganno o per frode”.

Questo è il succo della relazione che Mons. Rossi manda al S. Uffizio al Card. Merry del Val. Ma non basterà per placare gli animi dei detrattori di Padre Pio. 

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