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Per Saviano la famiglia è intrinsecamente mafiosa?

ROBERTO SAVIANO

Tinxi | Shutterstock

Lucandrea Massaro - pubblicato il 10/08/21

In un articolo pubblicato domenica sul Corriere della Sera, il noto scrittore fa una asserzione decisamente sopra le righe degna più del bar sport, che non di un editoriale...

Nel numero di domenica 8 Agosto, Roberto Saviano in un lungo e interessantissimo articolo biografico sulla boss Maria Licciardi, dopo aver sottolineato come il regno di terrore, morte e spaccio di droga della “Piccerella” (come la Licciardi è conosciuta) si fondi sui rapporti familiari, sui matrimoni di interesse, sui legami di sangue arriva a dire – sic et simpliciter – che il concetto stesso di famiglia è la causa delle mafie:

Se non esistesse il concetto di famiglia non esisterebbero le organizzazioni criminali. La famiglia è innanzitutto organizzazione, è mutuo soccorso ma solo verso chi ha il «merito» di condividere lo stesso sangue. […] Quando mi chiedono quando finiranno le mafie rispondo quando finiranno le famiglie. Quando l’umanità troverà nuove forme d’organizzazione sociale, nuovi patti d’affetto, nuove dinamiche in cui crescere vite.

Corsera

Se ieri – con un coraggio da leone – Roberto Saviano se la prendeva con la Camorra, oggi decide che il nuovo nemico è ancora più antico: la famiglia. Eppure tanto sono forti le mafie (e lo sono ancora troppo, ahinoi) tanto è indebolita e vilipesa la famiglia e sempre più non gode di – come si dice – di buona stampa. Facile insomma prendersela con quel nucleo primigenio di socialità che appunto è sempre più demolito e vilipeso, e che con difficoltà cerca di fare il proprio dovere storico: formare le nuove generazioni, coltivarne lo sviluppo affettivo e morale, insegnare alle generazioni a parlarsi. Talmente debole che addirittura viene intesa come causa del pensiero mafioso (anche fuori dalle attività strettamente criminali).

La famiglia: baluardo contro la criminalità

Eppure ci vuole poco a capire che qualcosa non quadra. Un primo spunto ce lo consegna Giuliano Guzzo, sociologo e articolista su La Verità, sul suo blog:

Il bello è che non solo si è visto che la forza dei legami familiari non è predittiva di devianza (The Economic Journal, 2016; Journal of Regional Science, 2021), ma si è registrato l’opposto: dove la famiglia è in crisi, là prospera il crimine. Sappiamo infatti che esiste un legame negativo tra matrimonio e crimine (Crime and Justice, 2005), osservato pure sul versante della recidiva (Journal of Marriage and Family, 2015). Ciò per limitarsi alla sola dimensione di coppia. Se infatti si vanno a guardare i legami intergenerazionali le cose si accentuano ancora, con oltre il 70% dei giovani a rischio criminalità o già delinquente che sconta l’assenza del padre (Vulnerable Adolescents Thematic Review, 2019).

Gli studi dicono assolutamente che la stabilità dei legami familiari inserisce le persone (i figli in particolare) dentro la società in maniera positiva, con più bassi tassi di criminalità. In particolare la figura paterna non è certo da confondersi con quella del padrino mafioso.

I legami di quelle famiglie sono disfunzionali per definizione: come si può uccidere e far uccidere e al contempo amare in modo libero? E’ impossibile. L’amore in quei contesti è superficiale e assomiglia al possesso. Possiamo dunque prendere a modello la versione nevrotica della famiglia ed elevarla ad esempio? No, esattamente come non posso prendere un malato ed elevarlo a condizione di esempio dello stato di salute uguale per tutti.

Saviano si rifà nel suo articolo ad una frase dello scrittore francese e premio Nobel per la letteratura, André Gide: “Famiglie! Focolari chiusi; porte serrate; geloso possesso della felicità Vi detesto“. Ma Gide nacque in ambienti puritani e scontò una vita difficile a causa dell’opposizione in famiglia al suo matrimonio con la cugina, mentre nella sua vita sperimentava l’omosessualità. Di nuovo si prende a maestro l’eccezione, e non la norma.

L’attacco alla famiglia? Risale a Platone, ma dove ha attecchito, non ha funzionato

Si vuole creare scandalo tra i borghesi, come se la società fosse la stessa di settant’anni fa ma la verità è che non c’è nulla di più banale che attaccare la famiglia oggi. E allora facciamo nostre le parole del filosofo e sociologo Pierpaolo Donati, che ci ricorda che le aspettative e le speranze di Saviano sono vetuste, e anche invecchiate malino:

La storia degli ultimi duemila anni è stata segnata dalla contrapposizione fra chi vede nella famiglia una fonte di discriminazioni sociali, se non proprio di vizi sociali, e chi la ritiene invece una culla di virtù sociali. A chi dare ragione?
La storia ce lo insegna. Molti sono stati i tentativi di eliminare la famiglia, come voleva Platone. Ci hanno provato, per esempio, quei gruppi protestanti che tra il Seicento e il
Settecento emigrarono dall’Europa nel Nord America per fondare le ‘Comuni’. Lo hanno tentato vari movimenti socialisti dell’Ottocento, e poi ancora la rivoluzione sovietica del 1917, il movimento dei kibbutzim in Israele nella prima metà del Novecento, il fenomeno delle ‘Comuni’ hippies negli anni Sessanta, e tanti altri esperimenti. Tutti questi tentativi storici di eliminare la famiglia sono nati da ideologie che hanno considerato la famiglia come fonte di particolarismi, limitazioni, coercizioni, e perfino di comportamenti anti-sociali. Nessuno di essi ha avuto successo. Al contrario, questi esperimenti hanno dimostrato la veridicità del famoso detto di Cicerone secondo cui la famiglia è il seminarium rei publicae.

Acta Philosofica II, 19, 2010

Il professore – di cui abbiamo citato poc’anzi un intervento del 2010 – risponde idealmente a Saviano che mette a confronto la rapacità delle famiglie del grande capitalismo internazionale con quelle della mafia, non senza fare un parallelo interessante va riconosciuto, ma trasformando il particolare in generale, anzi in universale: tutte le famiglie, anzi la famiglia stessa. Ecco dunque la risposta preziosa perché profetica:

Non possiamo certo ignorare che nei contesti più degradati, di emarginazione e povertà sociale, la famiglia è spesso inadeguata ai suoi compiti. E ancora è giusto osservare che nei paesi più ricchi la cultura borghese, nel corso del Novecento, ha degradato la famiglia ad una sfera privatizzata di meri interessi individuali, che ha prodotto molti vizi e poche virtù sociali. È facile osservare che, sotto la pressione di culture estranee o ostili alla famiglia (come quelle liberiste, socialiste, anarchiche), la famiglia si presenta in tanti casi come un
luogo dove vige il relativismo culturale. Sono molte le famiglie in cui, di fatto, vengono incoraggiati comportamenti egoistici e devianti, dove avvengono abusi e violenze. Sarebbe però sbagliato assimilare la famiglia ad un modello storico. I modelli storici nascono e muoiono [grassetto nostro, ndr]. Se la società borghese ha ridotto la famiglia, e con essa la sfera pubblica, ad un mercato, ciò non significa che la famiglia sia destinata, ancora e sempre, a percorrere quella strada. Anzi, proprio nel fatto che la famiglia è in grado di prendere le distanze da tutte le alienazioni storiche, si dimostra che essa è basata su un principio di trascendenza che è il suo stesso costitutivo ontologico, la ragione che ne fa una “società sovrana” nel suo proprio ordine di esistenza. Oggi muore la famiglia borghese basata sull’etica privatistica e acquisitiva della prima modernità.

Ibidem

Un pensiero senza storia è una opinione, non un argomento

Quello che fa Saviano è fermare il film della storia su un singolo fotogramma e da esso dedurre l’intero copione. Il tema della famiglia è che proprio nel passaggio della modernità è stata svilita della sua funzione sociale, e “privatizzata” e oggi l’epoca postmoderna fa lo stesso errore di Saviano: osserva quel che resta della famiglia e ne decreta non solo l’inutilità, ma la dannosità, quando invece le possibilità della famiglia di essere motore della socialità sono incommensurabili come la storia delle civiltà ci ha insegnato. Ecco che dunque Roberto Saviano, in quanto intellettuale pubblico, ha perso una occasione, non certo quella di stare zitto, ma quella di aprire un dibattito costruttivo, specie in un momento storico – quello della pandemia Covid – che ha dimostrato che la famiglia è stata la riserva di socialità e di educazione civica del Paese, proprio mentre le istituzioni latitavano, chi si è sobbarcato l’onere del lockdown, quello della didattica a distanza, quello delle settimane e i mesi chiusi in casa, quello dei costi economici e sociali, sono state proprio le famiglie.

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