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Olimpiadi Tokyo, tutte le storie che valgono oro (non solo sul podio)

OLIMPIADI TOKYO 2020

Loic VENANCE | AFP -Giuseppe CACACE | AFP -KEMPINAIRE Stéphane | AFP

Annalisa Teggi - Giovanna Binci - pubblicato il 10/08/21

Sconfitte clamorose e ori che brillano come diamanti. Grandi atleti che sorridono congedandosi e giovani promesse che si lasciano alle spalle guerra e povertà. L'abbraccio di Jacobs e Tamberi, i brividi nella staffetta, il bronzo della tenacia di Vanessa Ferrari. A che storia o atleta vi siete affezionati?

Le telecronache ci hanno regalato più sogni della nostra immaginazione. Non occorrono superlativi o giri di parole, basta raccontare quel che è accaduto. Salutiamo Tokyo con un Arigato entusiasta. L’Italia dello sport torna a casa con quaranta medaglie (10 ori, 10 argenti, 20 bronzi ottenute in 19 discipline diverse). Ci sono bronzi che valgono oro e ori che brillano come diamanti.

Sì, il centro di gravità delle nostre emozioni è ancora lì, a quel primo pomeriggio di domenica 1 agosto in cui Tamberi ha saltato più in alto e di lì a poco ha abbracciato MarcellJacobs al traguardo di una impossibile vittoria nei 100 metri piani. Possibile invece, come la perfezione commovente dei cambi della nostra staffetta 4 x100, altro oro da far venire i brividi.

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Se queste sono le luci più intense del firmamento olimpico italiano, le Olimpiadi ci hanno offerto una vera staffetta di voci e storie, di cadute e traguardi, di orizzonti che da terra (o dall’acqua) si alzano al cielo.

La lunga strada verso Tokyo, tra pandemia, rinunce e polemiche

Si scrive Tokyo 2020, nonostante tutto. La pausa forzata di un anno è pesata, si è sentita. Tutti ci siamo chiesti se abbiamo perso un anno, anche senza essere atleti che hanno dovuto riscrivere un piano di allenamenti calibrato su anni. Cosa significa avere un piano, fare un progetto? E’ far il punto su un obiettivo chiaro, ed essere tanto determinati da saperlo rendere malleabile, addirittura cambiarlo completamente.

Hanno mostrato il talento di vere campionesse due atlete italiane che ben prima dei Giochi Olimpici hanno fatto la loro scelta, quella di non andare a Tokyo. Elisa Di Francisca e Tania Cagnotto non hanno messo sui due piatti della bilancia la maternità e il loro mestiere sportivo, come fossero nemici l’una dell’altro. La loro voce di madri atlete ci racconta l’ipotesi che in ogni tappa della vita occorre aver chiara una domanda: per cosa mi alleno e mi spendo completamente?

Una scelta completamente diversa è stata quella dell’atleta Lindsay Flach che ha partecipato alle qualificazioni per le Olimpiadi di Tokyo incinta alla 18 settimana. Qualcuno ha scosso la testa. Ma le polemiche più roventi non si sono concentrate sul dibattito puramente mediatico mamme o atlete, bensì su un tema che negli anni a venire sarà ancora più complesso: gli atleti trans.

Tra tutti il caso di Gavin, ora Laurel, Hubbard è stato quello su cui i riflettori hanno puntato di più. Chi è ancora biologicamente uomo può competere nella categoria donne? La petizione mossa a partire da questa domanda e relativa alla sollevatrice dei pesi neozelandese è stato definito hate speech dal Comitato Olimpico. Intanto sul campo di gara la Hubbard ha completamente fallito la sua gara. Ci sono pesi che a favore di telecamera piombano rovinosamente a terra, e un’anima può rimanere schiacciata se la si riduce a una battaglia o una competizione.

Grandi fallimenti…

Inizialmente, un filo rosso della narrazione olimpica è sembrato essere proprio quello del fallimento. Che ne è di noi quando tradiamo le attese? La talentuosissima ginnasta americana Simone Biles era la stella attesa, non doveva solo vincere ma brillare di una luce più che umana. E invece, senza giri di parole, la Biles si è ritirata e ha fatto un passo indietro dicendo in conferenza stampa: “Porto il peso del mondo sulle spalle”. Lo scricciolo di muscoli a stelle e strisce ci ha messo davanti agli occhi l’acrobazia di chi fa il meglio con ciò che ha per le mani. E a volte è fermarsi.

Più in sordina rispetto alla star statunitense anche una giovane nuotatrice italiana, Benedetta Pilato, ha vissuto le Olimpiadi secondo il peggior copione possibile: aveva nelle gambe il record del mondo, ma è stata squalificata dai 100 metri rana ed esclusa dalla staffetta mista. A soli 16 anni sta facendo i conti con la ferita della sconfitta.

Rimandendo in acqua, c’è il nostro Gregorio Paltrinieri che potrà darle la dritta giusta per stare di fronte agli inciampi. Lui è stato la prova evidente che l’equazione della vittoria non è poi così matematica: allenamenti, sudore, rinunce. Non sempre tutto porta. E allora? Tocca staccare la testa e accendere il cuore. È stata una bella ammissione di im-potenza quella di un Paltrinieri secondo posto in vasca, nonostante una brutta mononucleosi che gli ha fatto saltare sul più bello la preparazione atletica. A volte, per andare più veloci, bisogna alleggerire la testa e far correre pure il cuore. 

… ‘vecchie’ campionesse

Da quando arrivare ultimi (o quasi) sa di vittoria? Come si fa a perdere col sorriso sulle labbra? Ce lo ha insegnato una Federica Pellegrini alla sua ultima Olimpiade. Questa volta non sarà stato record del mondo, ma di certo record di umanità. Il ritratto del congedo è robusto e insieme leggero. Lei, la Divina, ci ha mostrato la gioia sul volto nel momento in cui un cerchio si chiude e un nuovo capitolo di vita – ignoto, ma non pauroso – comincia.

Altrettanto solida e serena si è mostrata Vanessa Ferrari, la sua età la colloca ormai tra le atlete più mature della ginnastica. Il confronto con le statunitensi era impossibile, eppure. Il corpo fa malissimo durante gli esercizi – ha confessato la bresciana 30enne durante le gare. Il suo bronzo al corpo libero è uno di quelli che sa di oro, la vittoria della tenacia e della pazienza che non si scoraggia.

Quando partecipare alle Olimpiadi è vincere davvero

Portare a casa una medaglia olimpica è un sogno che per alcuni diventa una ragione di vita, non come modo di dire ma come occasione per non darla vinta agli incubi presenti. Sono tanti gli atleti che sono arrivati a Tokyo e non provengono da palestre superattrezzate, con sponsor facoltosi alle spalle.

Tra le tante storie di giovani che hanno portato una testimonianza di riscatto alle Olimpiadi, abbiamo condiviso con voi quelle di 3 giovani ragazze che hanno allenato muscoli e testa in mezzo alla guerra o in condizioni di estrema povertà.

Yusra Mardini è scappata dalla Siria e ha raggiunto l’Europa su un barcone. In Germania è stata accolta nel Team Olimpico dei Rifugiati. Il suo talento è il nuoto e in Siria era abituata ad allenarsi in una piscina fredda, in assenza di elettricità.

E il suo è un copione molto simile a quello della pongista siriana Hend Zaza, la più giovane atleta di Tokyo 2020. Ha rischiato di slogarsi una caviglia nel momento decisivo delle qualificazioni. Il pavimento dello stadio che ospitava la competizione era troppo liscio rispetto a quelli sconnessi e sgangherati dove si allenava, sotto le bombe, in Siria.

Un’altra atleta si è abituata a scarpinare con suo fratello per raggiungere la palestra dove allenarsi, lasciandosi alle spalle le favelas di San Paolo in cui è nata. Rebeca Andrade ha vinto l’oro al volteggio e ha dichiarato

Sono qui dopo momenti difficili, con l’aiuto della mia famiglia e di Dio.

La spinta, il salto e la presenza della fede

Anche sul gradino più alto di un podio, ci sono persone che continuano ad alzare lo sguardo. In alto. Più in alto. Perché chi è abituato a sognare in grande, non smette mai. Marileydi Paulino, medaglia d’argento per la Repubblica Dominicana nei 400 metri, sa bene che da soli si va veloci, ma insieme, si può andare più lontano. Ecco perché su quelle scarpe da tennis con cui ha scalato il podio di Tokyo ha scritto “Dio è la mia speranza“. Apre la braccia al traguardo con la Bibbia in mano è gli occhi al cielo: la gratitudine è uno sport che dovremmo praticare tutti più spesso. 

Altri atleti hanno mostrato i segni di una fede vissuta come compagna di allenamento. E quello della fede non è un coming out. Forse è più un gesto di memoria, ad esempio la ginnasta Grace McCallum ha scelto di portare con sé il rosario a Tokyo e la filippina Hidilyn Diaz ha sollevato la Medaglia Miracolosa dopo aver sollevato i 224 kg che le hanno fatto vincere l’oro. Un brano del cantautore cristiano Claudio Chieffo dice C’è Qualcuno con te, non ti lascerà mai.

Ma si potrebbe benissimo rilanciare la bella uscita che ha avuto l’italiana del basket 3×3 Rae Lin D’Alie parlando di Gesù,

Lui segna sempre, io a volte no!

Anche noi siamo segnati da questa buona novella quotidiana. Vanessa Ferrari l’ha cantato a squarciagola.

Alle spalle dei veri campioni c’è sempre la mamma

Anche gli ultimi giorni di gare hanno offerto squarci di umanità che vale la pena custodire.

La Cina è inarrivabile nei tuffi, ma Quan Hongchan aveva una grande spinta personale.

Fallo per te, ti dicono. Il mondo oggi è tutto incentrato sull’individualità. Ciò che ci fa stare bene, ciò che vorremmo realizzare magari anche calpestando gli altri. Ciò che sentiamo. 

Invece Quan vince la sua prima Olimpiade per la sua mamma: figlia di una famiglia di poveri contadini, questa quattordicenne sul podio di Tokyo con dei punteggi da far invidia a molti veterani non lo ha fatto solo per sé stessa. 

C’è una mamma che ha bisogno di cure costose. C’è l’amore che guida ogni nostra impresa e che ci ricorda per cosa valga davvero la pena provare ad arrivare. E no, non è mai solo per solitari (anche se dorati) traguardi personali. 

E a quanto pare, anche alle nostre latitudini, la mamma sarà sempre la mamma. Nel percorso sportivo di un atleta possono esserci allenatori che segnano la vita. Prima di loro c’è chi dandoci la vita ci dona anche l’ipotesi per fare uno scatto verso la felicità.

“Non ho mai dovuto imparare il valore della parola sacrificio, ce l’ho sempre avuto davanti”, racconta un commosso Fausto Desalu reduce dallo storico oro della 4X100.

Ecco, ci sono medaglie che nessuno ci darà mai, medaglie che non crediamo di meritare mentre perdiamo la pazienza e tentiamo di arrivare a fine giornata. Eppure nessuno sforzo va perso, nessuna sofferenza è inutile. Come quella di una mamma arrivata dalla Nigeria su un barcone, con una storia dura da raccontare. 

Forse non saremo noi a salire sul gradino più alto di quel podio, ma qualcuno potrà farlo, anche grazie a noi. 

Queste sono le storie scelte da noi, ne abbiamo tralasciate molte. E allora diteci voi: a quale atleta vi siete affezionati?

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