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Amanda Knox è incinta. Fa notizia lei o il pretesto per condannarla ancora?

AMANDA KNOX

Netflix Italia | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 05/08/21

Lo ha annunciato lei stessa: farà una miniserie podcast insieme al marito dedicata alla sua gravidanza. Ma il suo nome scatena sempre e ancora polemiche negli urlati tribunali mediatici.

Più che una persona Amanda Knox è – per me – un tour de force di continenza e temperanza. Parlo in prima persona, lasciando alle spalle lo stile oggettivo di scrittura, perché la vera notizia di oggi non è rovistare nella vita privata della figura più controversa dell’omicidio di Meredith Kercher, ma trovarci una volta di più di fronte alla sfida più tosta possibile: accettare che ogni essere umano è un mistero.

Amanda e la gravidanza raccontata in un podcast

Lo ha annunciato lei stessa dal podcast che fa insieme al marito Christopher Robinson. E i tabloid di tutto il mondo hanno rilanciato la notizia: Amanda Knox, oggi 34enne, è incinta e racconterà il viaggio verso la nascita in una miniserie podcast.

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Un mese fa dallo stesso canale aveva condiviso con il suo pubblico la dolorosa esperienza di un aborto spontaneo. Ora è pronta insieme al marito a raccontare i mesi di attesa finché darà alla luce il figlio o figlia. Il nome del podcast è Labyrinths: Getting Lost With Amanda. Il labirinto è proprio un’immagine che le si addice, quasi tutti noi – il pubblico – abbiamo girovagato su tutti i sentieri possibili pur di arrivare al cuore di Amanda Knox. Invano. We get lost, ci siamo persi.

Stiamo registrando audio della nostra esperienza giorno per giorno. Restate sintonizzati per la nostra prossima miniserie, 280 giorni con la quale vi porteremo in un viaggio intimo dal concepimento alla nascita.

da TGcom24

E sì. Qui comincia il tour de force. Perché vengono a galla tutte le possibili tentazioni suggerite dal pregiudizio. Ma che razza di madre può essere una come lei? Ci dobbiamo far insegnare da una che forse ha ucciso un’amica come si diventa mamme?

Amanda: troppo bella, famosa e colpevole?

Mi ricordo perfettamente la sera in cui la Corte di Cassazione ribaltò il verdetto sull’omicidio di Meredith Kercher, assolvendo Amanda Knox e Raffaele Sollecito per non aver commesso il fatto. Era il marzo 2015. Dopo 4 anni di carcere, la Knox ritornò in America subito dopo la sentenza lasciando a tanti la rabbia di pensare che un’assassina stava dandosela a gambe. L’ultimo di tanti comportamenti che hanno inimicato la Knox agli occhi degli spettatori.

Sono tra quelli che ha sempre fatto fatica – uso un eufemismo – a considerarla estranea alla sorte tremenda e brutale toccata a quella che abbiamo imparato a chiamare povera Meredith. Vorremmo delle storie lineari: vittima e carnefice. Nella vicenda capitata nella Perugia degli studenti universitari la vittima è sempre stata chiara. In carcere come unico colpevole c’è rimasto Rudy Guede, ma Knox e Sollecito non sono mai stati assolti dall’opinione pubblica.

2007, erano gli anni d’oro delle trasmissioni a tema crime. La cronaca nera spopolava su tutti i canali da Cogne in poi. Ed eccoci lì – io c’ero – a seguire ogni aggiornamento dall’appartamento delle studentesse, l’inglese Meredith uccisa e la bellissima e glaciale Amanda Knox, americana di Seattle.

Sembrava proprio colpevole, la Knox. Stava a baciarsi col fidanzato sulla scena del crimine e a favore di telecamera. Andò a fare shopping mentre tutti piangevano Meredith. Accusò Patrick Lumumba che fu poi riconosciuto innocente. E poi la droga e il sesso disinibito. E poi quel successo mondiale perché era bella: faceva male vedere che tutti puntavano i riflettori su di lei, anziché sulla povera Meredith.

Tornata a Seattle dopo l’assoluzione è diventata una star. Ha fatto i soldi grazie a un omicidio – forse in molti non l’hanno detto ad alta voce, ma sono tra quelli che l’ha pensato (arrabbiandomi forte).

O sono una psicopatita travestita da persona normale, o sono come voi – Amanda Knox

Un processo mediatico ma anche intimo

In cuor mio l’ho sempre giudicata colpevole. E non solo di aver ucciso Meredith, ma di molto di più. Lei è il ritratto perfetto di quello che genera rancore in me. Avevo preannunciato che non sarebbe stato un articolo oggettivo, ma che sia chiaro: sul banco degli imputati non metto Amanda, ma la fragilità e i livori viscerali che mi (ci?) covano dentro.

Quando ritornò a Seattle, libera, e poco dopo si fece vedere in un fast food con le amiche fui presa da una rabbia sorda. In prigione in Italia c’era Rudy Guede e lei intanto faceva decollare la sua carriera negli States. Ospitate, libri, un mucchio di soldi. E nessuna paura a mostrare il viso contrito in TV dicendo: sono innocente.

Mi sono chiesta molte volte perché non le ho mai creduto, non le ho mai dato neanche il beneficio del dubbio. E una risposta ce l’ho, personalmente. La tentazione vendicativa nasce da una ferita interiore. Nasce dall’idea che il male debba essere l’opposto della nostra immagine. Io sono timida, il male deve essere sfacciato. Io non sono mai stata appariscente e al centro della scena, chi specula sulla visibilità ha del marcio.

Mi ricordo bene che, mentre seguivo le trasmissioni sui fatti di Perugia, si era innescata una forte auto-persuasione. Mi convicevo che fosse evidente che le prove, i comportamenti, le opinioni degli psicologi, le ricostruzioni dei criminologi puntassero tutti verso un solo verdetto: Amanda è perfida, furba e colpevole.

Ora chiamo la cosa con un nome diverso. Di Amanda, come persona, m’importava poco o nulla. Avevo bisogno di vivere quella storia come un correlativo oggettivo, volevo che fosse la traduzione visiva di un’ipotesi che speravo lenisse le mie ferite profonde: chi è l’opposto di te è cattivo e colpevole, questo dimostra che tu sei buona. (Un modo molto contorto per non ammettere che mi mancava la voce di Uno che mi dicesse: tu vai bene così come sei).

Insomma, tutti quei quarti gradi che ci siamo guardati (su Perugia, Erba, Avetrana, Garlasco, eccetera) sono stati lo spettacolo della nostra fragilità se ci manca la misericordia: l’illusione di metterci nella truppa dei buoni che sanno riconoscere i cattivi.

La nostra anima è Fort Knox

Chesterton mi ha suggerito un gioco che faccio spesso. A volte è proprio un gioco, talvolta però mi permette di fare un salto acrobatico oltre le prime impressioni. Nel romanzo Uomovivo GKC immaginò che l’allegro protagonista invitasse i suoi amici a impersonare il proprio cognome. Se ti chiami Rossi, ti presenti vestito di rosso. Se sei Fontana, trovi il modo di assomigliare a quella di Trevi. E così via.

Ripeto, il più delle volte è un passatempo simpatico.

Amanda porta un cognome che ha fatto ingranare la quinta ai miei pensieri. Ho pensato a Fort Knox, che nel parlato è diventato sinonimo di luogo inespugnabile. Perché? Perché nell’area di Fort Knox  ci sono i depositi delle riserve monetarie e auree degli Stati Uniti d’America. Per intenderci: ci sono 4578 tonnellate di lingotti d’oro, il cui valore stimato a novembre 2020 era pari a circa 234 302 miliardi di dollari. Ecco perché deve essere inespugnabile.

La vicenda di Amanda parla anche di Fort Knox: scuote le nostre viscere ammettere che anche l’anima più nera è per Dio una ricchissima riserva aurifera. Che un uomo sia capace di compiere atrocità indicibili non scalfisce l’ipotesi che nei disegni di Dio sia una creatura che Lui ha dotato di lingotti di oro unici e piantati nell’anima.

Ma il punto è anche un altro. Noi non possiamo dire che Amanda Knox è un’anima nera. Non potremo mai dirlo di nessuno, neppure di gente che ha tre ergastoli da scontare. Questo ragionamento ci convince di più con le storie candide. Di Alfie Evans dicemmo che gli uomini potevano anche ucciderlo, ma la sua anima era coccolata senza fine da Dio. Alfie era sicuro a Fort Knox. E ci crediamo ancora.

Lo crediamo anche di chi ci suscita antipatia e odio, perfino di chi si merita una giusta indignazione? Come ci fa sentire l’ipotesi che anche la sua anima sia un posto inespugnabile e che Dio protegge da tutte le pietre che ci piacerebbe scagliargli contro? A me fa tremare, e non di gioia. E’ scomodo, fa venire i brividi. Ogni anima è Fort Knox, uno spazio estraneo ai tribunali umani, protetto dalle fazioni degli innocentisti e colpevolisti.

Ma non vuol dire che sia un posto placido e tranquillo. E’ lo spazio protetto dalla Misericordia di Dio proprio perché è il terreno della battaglia più ardua che esista, l’unica che conta. E’ lì – e non davanti alle telecamere e non nelle piazze – che ciascuno si gioca l’eternità stando di fronte a una sola domanda: a Chi dico sì?

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