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Mons. Dominique Rey: «Ricevere Traditionis Custodes nell’obbedienza e nella fiducia»

Philippe Lissac / GODONG

Messe selon le rite tridentin en la Chapelle Notre-Dame du Carmel.

Philippe de Saint-Germain - pubblicato il 28/07/21

Secondo il vescovo di Fréjus-Toulon, papa Francesco non ha abolito il messale di san Giovanni XXIII, ma vuole assicurarsi che quanti lo seguono restino nell’unità della Chiesa universale, e che restino fedeli al desiderio di riconciliazione voluto dal predecessore Benedetto XVI.

Nella diocesi di Fréjus-Toulon, numerose comunità religiose e parrocchie praticano la forma straordinaria del messale romano, in piena comunione con l’ordinario del luogo e nella fedeltà al concilio Vaticano II. Tanto basta a dire l’incomprensione che questi fedeli possono avvertire a fronte delle restrizioni apportate dal motu proprio di papa Francesco nell’uso della messa tridentina. Per mons. Dominique Rey, che si rallegra della «grande forza missionaria» delle comunità tradizionali della sua diocesi, il motu proprio può contribuire a rinforzare il dialogo e l’integrazione di tutti i fedeli rispetto alla missione evangelizzatrice della Chiesa, senza rinunciare a una «liturgia tanto feconda in termini di santità e di vocazioni». Lo abbiamo raggiunto per conversare con lui a tal proposito. 

Aleteia: Monsignore, come altri vescovi in Francia, anche lei si rallegra dello «spirito evangelico e della comunione ecclesiale» dei fedeli e dei preti legati alla messa tridentina e presenti nella sua diocesi. Lei comprende lo sconcerto e l’inquietudine che il motu proprio Traditionis Custodes ha suscitato in loro? 

Mons. Dominique Rey: Nel Var, la grande maggioranza dei cattolici legati alla messa tridentina cerca davvero di integrarsi nel tessuto diocesano, di tessere relazioni fraterne con gli altri fedeli e con gli altri sacerdoti e di operare di concerto con loro, in una medesima carità. Questa decisione presa per la Chiesa universale può dunque dare l’impressione di negare il loro desiderio di unità, vissuto nella mia diocesi come in numerose altre diocesi francesi. 

Questa lettera apostolica può del resto essere stata fraintesa anche da numerosi cattolici legati al messale riformato, che abbiano o non abbiano frequentato le ricchezze del precedente. Tutti dobbiamo ricevere questo motu proprio nell’obbedienza e nella fiducia. Io credo che i fedeli legati alla messa tridentina che si assoceranno alle cure per l’unità manifestate dal Santo Padre mostreranno ai vescovi che la forma straordinaria può avere nelle loro diocesi tutto il suo posto. Ne sono già convinto, per quanto riguarda la mia. 

A.: Lei condivide la duplice “angoscia” di papa Francesco davanti alle derive liturgiche, ma pure davanti all’attitudine dei cattolici che avrebbero abusato della protezione di Benedetto XVI per rifiutare l’insegnamento del concilio Vaticano II? 

M. D.R.: Papa Francesco ha ragione di diffidare di ogni tendenza al monopolio, di ogni tendenza a “farsi una propria giustizia”, secondo l’espressione di san Paolo ai Romani [10,3]. Ancora una volta, però, questo non è quanto ho sperimentato nella mia diocesi, dove le comunità tradizionaliste mi hanno dato invece l’impressione di chi offre prova di una grande fedeltà a tutto il magistero della Chiesa, e in particolare al concilio Vaticano II. 

Del resto, in effetti, questa tendenza non è proprietà peculiare ed esclusiva delle comunità legate al messale antico, e il papa ricorda in Traditionis Custodes che il messale riformato è soggetto a numerosi abusi. Tutte le comunità, soprattutto se seguono regole specifiche o se non sono radicate nella Tradizione, possono cercare di arrogarsi la legge, i sacramenti e perfino la grazia. Questi beni, tuttavia, non sono proprietà privata di alcuno: sono doni divini, e spetta alla Chiesa riceverli e amministrarli per tutti. In tal senso, la missione dei cristiani non è quella di “appropriarsi” della liturgia o dei sacramenti, ma quella di conquistare il cuore dei peccatori.

La Chiesa c’è per tutti gli uomini [2Cor 12,14], e il ruolo del vescovo e dei preti è dunque fare in modo che essi possano incorporarsi sempre di più al Corpo di Cristo, donde ricevere pienamente la vita divina. 

A.: Papa Francesco l’ha confermata, in quanto vescovo, come custode della vita liturgica della sua diocesi. Quali misure conta di adottare per applicare il motu proprio

M. D.R.: Ecco appunto… Io conto di accogliere e applicare questo motu proprio nel senso di una più grande comunione missionaria tra i fedeli, perché la missione è il nostro denominatore comune: la Chiesa esiste per evangelizzare, diceva Paolo VI; essa esiste per ciò che non è ancora la Chiesa. Questa comunione si realizza mediante una fede, una speranza e una carità comuni. La comunione non si fa per decreto: essa si riceve nell’eucaristia e si dispiega nel servizio e nel dialogo.

Questa unità non procede soltanto dalla liturgia, ma anche dall’impegno fraterno e dalla vita pastorale. Essa non è una giustapposizione delle sensibilità né un’uniformazione amministrativa: essa ambisce ad essere integrativa e missionaria. Certo, l’incorporazione al Corpo di Cristo non si realizza mai tanto bene quanto nell’eucaristia e mediante l’eucaristia. La diversità delle forme liturgiche – latine o orientali – in seno al cattolicesimo non nuoce a questa unità, perché il loro cuore è il medesimo, grazie alla presenza reale e sostanziale di Dio. Papa Francesco, del resto, non ha abolito il messale di san Giovanni XXIII, ma vuole assicurarsi che quanti lo seguono non si distacchino dalla Chiesa universale, che essi restino fedeli al desiderio di riconciliazione voluto dal suo predecessore Benedetto XVI.

La Chiesa è molto attaccata al principio di sussidiarietà, ed è per questo che il Santo Padre vuole che il motu proprio venga applicato seguendo il discernimento dei Vescovi, secondo le realtà di ogni diocesi. 

Nella diocesi di Fréjus-Toulon, noi abbiamo elaborato l’anno scorso la “Carta San Leonzio”, che organizza in particolare all’interno della diocesi l’accoglienza e l’integrazione dei preti e delle comunità legati alla messa tridentina. Questa carta, votata all’unanimità dal consiglio presbiterale, chiede a tutte le persone e le realtà ecclesiali della diocesi l’accettazione del concilio Vaticano II, in particolare della sua riforma liturgica, nonché quella del magistero del santo Padre.

Come reclama il motu proprio, nominerò un delegato episcopale che incaricherò di seguire queste comunità per favorire la loro integrazione nella nostra diocesi. Come pastore del gregge che mi è stato affidato, devo essere vicino a tutti i cattolici del Var, raccoglierli nella fede della Chiesa, ma anche mobilitarli per l’annuncio dell’Evangelo verso tutti quanti sono distanti dalla fede e dalla Chiesa. Non intendo dunque lasciare inerti i fedeli legati alla liturgia tridentina, che hanno una grande forza milionaria, e dunque troverò delle soluzioni perché questi cattolici possano essere perfettamente uniti alla vita ecclesiale, senza essere forzati a rinunciare a una liturgia tanto feconda in termini di santità e di vocazioni, attraverso i secoli e fino ai nostri giorni. 

A.: Facciamo un pronostico. Secondo lei è possibile progredire realmente verso un arricchimento delle due forme del rito romani, perché cessi la tensione fra le sensibilità liturgiche? 

M. D.R.: Un tale mutuo arricchimento delle due forme del rito romano è già stato sperimentato in numerose comunità, ma le riforme liturgiche devono essere condotte con pedagogia, delicatezza e perseveranza, se si vuole che portino del frutto. Del resto, il messale di san Giovanni XXIII ha subito alcune modifiche, sotto i pontificati di Benedetto XVI e di Francesco: è normale, nella Tradizione vivente della Chiesa. Al di là di un arricchimento strettamente liturgico delle due forme del rito, ho già potuto constatare un autentico arricchimento fraterno, diciamo pure un fenomeno emulativo tra cristiani di differenti sensibilità.

Da un gruppo all’altro, constato nelle giovani generazioni un attaccamento reale al Magistero, la ricerca per l’evangelizzazione di una liturgia curata, la volontà di integrarsi a una grande famiglia parrocchiale e il bisogno di un annuncio kerygmatico vissuto insieme. E così, questo dialogo tra comunità e gruppi di sensibilità diverse deve essere benefico per la vita ecclesiale, nonché una testimonianza di unità. 

In Francia, le tensioni tra fedeli di differenti sensibilità liturgiche saranno – lo spero – in gran parte superate fra pochi anni. La riconciliazione voluta da Benedetto XVI ha già portato grandi frutti in numerose diocesi.

Io credo che la vitalità delle comunità tradizionali, in seno alle quali l’età media dei preti è di 38 anni, potrà essere una promessa per l’avvenire della Chiesa nella misura in cui perverremo a sviluppare quella comunione missionaria che Cristo e il mondo si aspettano da noi. 

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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