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Captain Fantastic: nulla è più folle e benedetto di un padre che educa

© Electric City Entertainment - ShivHans Pictures

Annalisa Teggi - pubblicato il 26/07/21

Un film coraggioso: se non c'è un padre che educa i suoi figli, il mondo non aspetta altro che dis-educarli per farne degli schiavi mansueti.

Captain Fantastic è un film del 2016, ma me lo ero persa. L’ho visto un paio di giorni fa e ho intuito perché non sia stato accompagnato da una campagna promozionale in pompa magna. Anzi già è tanto che non sia stato censurato: si parla di un padre, di una madre, di una famiglia. L’occasione di cercarlo e poi vederlo insieme ai miei figli me l’ha offerta un post da applausi dell’attrice Arianna Porcelli Safonov che lo introduce con queste parole:

Questo è un film che parla di un padre. Non è straordinario? Questo è l’aspetto che rende il film davvero alternativo, quasi fuori moda. Nonostante il personaggio materno sia comunque gigantesco anche se invisibile, il protagonista è un maschio, eterosessuale e padre. E se ne parla persino bene! Mi pare strano che nessun paese lo abbia censurato eppure è così.

Forse lo hanno chiamato Captain (Kaptn) Fantastic proprio perché parlare bene di un padre oramai è fantascienza.

Il padre, fuori dalla ‘riserva indiana’ dei cristiani

Con la premessa della Savonof nell’orecchio, mi ero già fatta il mio film prima di vederlo. Perché il pregiudizio è una brutta cosa e ultimamente corre sottotraccia – ma neanche troppo sotto – l’idea che a difendere le figure genitoriali di “padre” e “madre” siano solo quegli anacronisti dei cristiani fissati con la famiglia naturale. Non è così. E Captain Fantastic porta finalmente una boccata d’aria fresca in una stanza che non è solo una ‘piccola riserva indiana’ dei cristiani. Diciamolo subito (tanto non è spoiler): i cristiani sono uno dei bersagli diretti del film.

La famiglia protagonista della pellicola non festeggia il Natale, perché ritenuta una festa immaginaria, ma festeggia invece il compleanno del linguista Noam Chomsky, che è un uomo reale e «ha fatto del bene all’umanità» (cit.). Un’idea contestabile, ma chiara: siamo di fronte a una visione umana di cui il padre si prende la responsabilità di essere il primo testimone.

Educare è una missione, niente di meno. E lo è anche per Ben Cash, il padre interpretato da Viggo Mortensen. Missione significa prendersi la responsabilità di crescere i figli offrendo loro un’ipotesi sulla realtà tutt’altro che neutra, anzi assolutamente di parte, vissuta e verificata sulla pelle.

Ben Cash ha deciso insieme a sua moglie di crescere i loro 6 figli lontano dal mondo civilizzato. La prima scena ce li mostra a caccia, con il maggiore che uccide un cervo e dà un morso al cuore dell’animale. Niente di più estremo. E niente di più aberrante per la tiepida ideologia moderna che ci vorrebbe «educati», cioé proni a una serie di comportamenti formali che si adeguano al quieto vivere della massa. Invece, non c’è nulla di più estremo, coraggioso e benedetto della vera educazione.

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Quando, come cristiani, difendiamo la figura del padre non difendiamo solo i padri che educano cristianamente i figli. Difendiamo anche la missione dei tanti Ben Cash, quelli che intuiscono che la famiglia è il primo alveo in cui le anime dei figli sentono una voce chiara, che li sostiene su certe fondamenta e osa proporre una direzione. Solo così la colonna vertebrale umana si raddrizza, diventando capace – poi – di vagliare (e anche di mettere in discussione) quelle fondamenta.

Se non li educa un padre, li dis-educa il mondo

Mi permetto uno spoiler inifluente ai fini della storia. Dopo essere vissuti per una decina d’anni nei boschi, Ben Cash e i suoi 6 figli fanno ritorno nel mondo civilizzato per assistere al funerale della moglie e madre, morta suicida a causa di un grave disturbo bipolare. C’è dunque un momento in cui questa famiglia ‘folle’ si confronta con una famiglia ‘vera’, quella degli zii.

E qui casca l’asino, per lo spettatore. Ci riconosciamo tutti nella famiglia seduta a tavola in cui si mangia educatamente, ma poi ognuno si gingilla col proprio cellulare. Avere di fronte un gruppo eccentrico di ragazzi capaci di scuoiare bestie nella foresta è scandaloso per genitori abituati a censurare certi argomenti coi propri figli, salvo poi lasciarli giocare liberamente con la Xbox a squartare zombie e a stordirsi di sparatutto. Dove c’è più violenza? E che specie di violenza è quella vissuta come gioco senza la presenza di un adulto?

Il punto è chiaro: se un padre (e una madre) si sottraggono al ruolo educativo, sull’uscio di casa, e anche dentro, ci sono mille tentazioni che non aspettano altro che poter sopperire, per trasformare piccole anime in bravi figli del nichilismo, del consumismo, di ogni genere di abbagliante ideologia. Se non c’è un padre che educa i suoi figli, il mondo non aspetta altro che dis-educarli per farne degli schiavi mansueti.

Dunque, nulla mi vede più in disaccordo con Ben Cash della sua scelta di buttare le ceneri della moglie nello scarico di un WC e ridere insieme ai suoi figli della pochezza del corpo umano. Eppure un padre che educa i suoi figli a interrogarsi sul tema della vita e della morte (con un’ipotesi anche estrema ma di cui risponde in prima persona) è una presenza benedetta, perché ci salva dall’andazzo sempre più consueto di genitori che si defilano dalla responsabilità di rendere conto delle domande essenziali di fronte a chi hanno messo al mondo.

Il sacrificio di un padre: lasciare andare i figli

Da un certo punto di vista, i figli che conosciamo nel corso del film sono troppo educati. La loro routine familiare nei boschi prevede un allenamento fisico, intellettuale e spirituale quasi esagerato. Il giorno è per il corpo: coltivare, correre, scalare, lottare. La sera è per lo spirito: attorno al fuoco si legge, si studia, si canta (NB: scena di commovente bellezza!). La preparazione scolastica di questi ragazzi è così eccellente che il maggiore riceve lettere entusiaste di accoglienza da parte delle 5 università più prestigiose d’America.

Ed è qui la vera svolta della storia. Cosa è chiesto a un padre?

Qui abbiamo costruito un Paradiso. I nostri figli potrebbero diventare re filosofi e questo mi rende felice.

Come non applaudire un padre come Ben Cash che pronuncia questa frase e ha speso la vita a costruire un Paradiso in terra per i propri figli?

La tentazione è che l’educazione sia un fine e non un mezzo. Come non farsi tentare dall’idea di dare il meglio, dal punto di vista affettivo, intellettuale e spirituale, ai propri figli e preservarli dalla realtà fuori dal cerchio familiare che potrebbe rovinare tutto?

Eppure l’unica prova che vale la pena attraversare è proprio questa: che la nostra educazione di genitori sia rovinata dal mondo. Educare non è salvaguardare dal male, dai pericoli e dalle tentazioni. E’ un gesto folle proprio perché il suo scopo più vero è quello di introdurre alla realtà tutta, a una moltitudine di esperienze di fronte a cui la libertà di ogni anima è messa alla prova. Per questo non basta che educazione sia: mangiare composti a tavola, studiare, rispettare le altre persone, obbedire. C’è bisogno di una voce autorevole e presente alle spalle di ogni figlio che si prepara e desidera inoltrarsi nel mondo.

I nostri figli ci chiedono di essere lasciati andare, ma non ci chiedono di essere lasciati soli. Come per il nuotatore, la spinta ad affrontare ogni vasca arriva da un piede che si appoggia al muro di partenza. Se quel muro è solido, la spinta sarà forte a nuotare anche in acque alte. L’alternativa è una piscinetta di flaccida plastica con acqua bassa dove sguazzare.

Siamo padri e madri che circondano di premure formali i figli e li lasciano stagnare nella tiepida broda del pensiero dominante, o siamo disponibili al sacrificio di essere trampolini di cemento, voci autorevoli e braccia altrettanto spalancate per permettere a ciascuno di inoltrarsi nel mistero delle acque profonde?

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