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La sacra mistica delle “notti magiche”

Photo by Michael Regan / POOL / AFP

Jorginho è stato tra i protagonisti della vittoria dell'Italia all'Europeo.

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 12/07/21

L’Italia è Campione d’Europa: a Wembley ha vinto e convinto, dominando il campo e rimontando da una repentina apertura delle marcature. Perché questo fatto ci coinvolge tanto? Che cosa dice di noi?

«…Una d’inno, di squadra, di coppe,
di vittorie, d’azzurro e di cor». 

Si potrebbe riscrivere così, fra i molti modi possibili, il celebre verso manzoniano che in Marzo 1821 descrive la patria, “una gente”, come «una d’arme, di lingua, d’altare, / di memorie, di sangue e di cor». 

È difficile pensare a qualcosa che unisca il popolo italiano più di ciò che ha animato i festeggiamenti di stanotte: votiamo a destra, sinistra, centro o siamo apolitici; ascoltiamo Ligabue o Vasco, Povia o Fedez; ci scanniamo su cose serie e su sciocchezze, però se “l’Italia vince” siamo tutti fratelli e per qualche motivo facciamo in massa cose insensate (bagni nelle fontane, schiamazzi notturni…) e pericolose (colpi d’arma da fuoco, escursioni famigliari in motorino…). Che ci sia qualcosa di vero in quell’ardito distico urlato a squarciagola alla fine del Canto degli Italiani: «Siam pro-ontialla mòrte / l’Italia chiamò!»?

La magia dello sport…

Se però c’è – e innegabilmente esiste – una “magia del calcio”, non è questa: già le antiche anfizionie greche, che vivevano fondamentalmente di culti religiosi e di atletica, erano giunte ad allentare le tensioni politiche e militari, e una delle più celebri (quella di Olimpia) ebbe per lunghissime epoche il potere di sospendere, letteralmente, le guerre, nonché di scandire il tempo pubblico secondo il proprio calendario. Proprio ricordando le Olimpiadi, Pier Bergonzi e papa Francesco discorrevano in un’intervista pubblicata sul primo numero della Gazzetta dello Sport del 2021

Lo sport è anche festa e celebrazione. Una sorta di liturgia, di ritualità, di appartenenza. Non per nulla si parla di “fede sportiva”.

“Lo sport è tutto ciò che abbiamo detto: fatica, motivazione, sviluppo della società, assimilazione delle regole. E poi è divertimento: penso alle coreografie negli stadi di calcio, alle scritte per terra quando passano i ciclisti, agli striscioni d’incitamento quando si svolge una competizione. Trombe, razzi, tamburi: è come se sparisse tutto, il mondo fosse appeso a quell’istante. Lo sport, quando è vissuto bene, è una celebrazione: ci si ritrova, si gioisce, si piange, si sente di “appartenere” a una squadra. “Appartenere” è ammettere che da soli non è così bello vivere, esultare, fare festa. È curioso, poi, che qualcuno leghi la memoria di qualcosa con lo sport: “L’anno in cui la squadra ha vinto lo scudetto, in cui il tal campione ha vinto la tal competizione. L’anno delle Olimpiadi, dei Mondiali”. In qualche modo lo sport è esperienza del popolo e delle sue passioni, segna la memoria personale e collettiva. Forse sono proprio questi elementi che ci autorizzano a parlare di ‘fede sportiva’”.

Pier Bergonzi, Papa Francesco: «Il mio sport è una palla di stracci. Fare il portiere è stata una scuola di vita», su La Gazzetta dello Sport 2 gennaio 2021. 

Stamane su Radio Maria Padre Livio ha lungamente magnificato la devozione mariana di Roberto Mancini, e pur senza precipitarci verso insostenibili equazioni (come “tutti gli sportivi sono uomini di fede”), resta indiscutibile che ogni attività sportiva, se praticata con serietà e “in modo pulito”, costruisce nell’atleta un habitus virtuoso che lo prepara, o se non altro lo dispone, alla proposta cristiana. 

Non a caso negli ultimi giorni del 2020 papa Francesco rifletteva con Bergonzi: 

Mi vengono in mente due passaggi scritti da san Paolo nelle sue lettere. Il primo: “Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo” (1 Cor 9,24). È un bellissimo invito a mettersi in gioco, per non guardare il mondo dalla finestra. Il secondo passaggio che vorrei ricordare è quando Paolo, parlando all’amico Filemone, è come se gli confidasse il suo segreto: “Corro perché conquistato” (Fil 3,12). Nessun atleta corre tanto per correre: c’è sempre una qualche bellezza che, come una calamita, attrae a sé chi intraprende una sfida. S’inizia sempre perché c’è qualcosa che ci affascina.

Ed è questa la ragione per cui la Chiesa ha sempre guardato con simpatia all’agonismo sportivo: l’analogia tra l’“esercizio spirituale” e l’allenamento fisico è tanto evidente e forte che già i primi autori del Nuovo Testamento ricorrevano a quelle immagini per descrivere l’esperienza che stava prendendo piede nel mondo. 

Anzi, è poi accaduto l’inverso, e cioè che fossero i giochi olimpici a riportare allo sport i motti della morale cristiana – ne ricordava un brillante esempio lo stesso papa Francesco: 

Il motto olimpico “Citius, Altius, Fortius” vale anche per le nostre vite di tutti i giorni?

“Il motto è bellissimo: “Più veloce! Più in alto! Più forte!”. Lo attribuiscono al barone Pierre De Coubertin, ma è stato ideato da un predicatore domenicano, Henri Didon. Assieme ai cinque cerchi e alla fiamma olimpica, è uno dei simboli dei Giochi. Non è un invito alla supremazia di una squadra sull’altra, tanto meno una sorta di incitazione al nazionalismo. È un’esortazione per gli atleti, perché tendano a lavorare su se stessi, superando in maniera onesta i loro limiti per costruire qualcosa di grande, senza lasciarsi bloccare da essi. È divenuta una filosofia di vita: l’invito a non accettare che nessuno firmi la vita per noi”.

…e quella del calcio

Per questa ragione si può valutare positivamente la posizione della Nazionale Italiana e della FIGC quando l’ostinazione delle solite lobby voleva imporre l’usanza narcisistica e modaiola di genuflettersi “per Black Lives Matter” prima della partita: quando lo sport è ciò che deve essere, esso racchiude già (e potentemente) tutto il possibile carico di fraternità, di uguaglianza, di libertà, e anzi su di esso le moraline imposte dall’esterno rimangono di un non credibile e stucchevole appiccicaticcio. Non a caso ieri sera i profili social dei giocatori inglesi che hanno “sbagliato” i rigori (ovvero che se li sono visti parare da Donnarumma) sono stati affollati da insulti razzisti, e oggi in difesa di Bukayo Saka, Marcus Rashfort e Jadon Sancho è dovuto intervenire pure Boris Johnson. Occhio alle mode e ai barocchismi: un valore è a rischio non quando non si sente il bisogno di ribadirlo continuamente, ma proprio quando se ne fa uno slogan. 

Una riflessione interessante sulla dialettica tra agone e sportività (parole diversissime ma che assurgono quasi a sinonimi) ci è pervenuta da un confronto con Mario Adinolfi: 

La “virtù dello sport” sta anzitutto in quella radice “vir”: è l’uomo che mette in campo le sue qualità più virili per costruire una dimensione che ha il sapore della dimensione bellica senza lo spargimento di sangue. Quindi ha la meraviglia, lo sport, del permettere il conflitto in una dimensione pacifica, e in questo senso è l’ossimoro più bello. La virtù sportiva è la capacità di sopraffare l’avversario in un contesto di assoluto rispetto per lui – da questo punto di vista c’è la forza del messaggio cristiano. Anche il tuo “nemico” – perché l’avversario devi sopraffarlo, nello sport – non devi e non puoi odiarlo, anzi per certi versi nella tenzone sportiva, nella lotta, c’è una sorta di danza – nella lotta greco-romana quasi di amplesso – che esalta una dimensione di amore pur nella necessità di essere più forte dell’avversario. 

L’altra bellezza è la passione dell’osservatore sportivo: ieri hanno vinto una trentina di ragazzi, contando tutta la spedizione azzurra, ma decine di milioni di spettatori hanno gioito con loro. La bellezza della passione sportiva – in tal senso anche la virtuosità innescata sempre dallo sport – è la gratuità della stessa passione: nessuno di noi ha guadagnato nulla dalla vittoria o dal gol di Bonucci, per cui la bellezza di quando la palla rotola in rete o capitan Giorgio Chiellini solleva la coppa per tutti noi – mostra la gratuità. Ieri il Papa ha parlato di gratuità del servizio, con riferimento al Servizio Sanitario Nazionale: ecco, anche lo sport ha una dimensione di gratuità che rimanda alla capacità di riscoprici bambini. Questo secondo elemento rende virtuoso lo sport, nei suoi codici di rispetto e di onore. 

Lo sport è unico anche per la capacità di narrare un popolo: per esempio, nella storia dei trionfi del calcio italiano trovi anche la storia del popolo italiano. È la grande narrazione popolare che attraverso lo srotolamento del gomitolo di filo rappresentato dagli eventi sportivi e in particolare calcistici concorre nel narrare la nostra storia più complessiva: dico sempre che se ai bambini vuoi insegnare l’amore per la storia contemporanea devi partire insegnando i quasi cento anni di storia della coppa del mondo di calcio – cominciò nel 1930… – e vedrai che riuscirai a fissare delle pietre miliari che aiuteranno i giovani e i giovanissimi a far pace con quella materia oggi molto complicata da insegnare che è la storia. 

Così gli italiani vorrebbero vivere ed essere

Gli italiani possono essere felici, oggi, non solo di aver vinto gli Europei, ma anche di averli vinti bene, con un gioco bello e funzionale, incisivo ma non aggressivo, capace all’occorrenza di dominare e di soffrire, di andare sotto (è successo solo ieri, ma al 2’ è brutta proprio) e di continuare a crederci; senza lasciarsi intimorire dal mugghiare della curva avversaria e sostenuti dagli affetti più cari, pilastri di una vita integra («Guarda qua, mamma!», diceva ieri Florenzi mostrando in camera la medaglia d’oro – e Chiesa: «Mamma, ti amo!»).

Questa è l’Italia? Probabilmente no, non integralmente: è però una proiezione brillante dell’Italia che tutti, in fondo, vorremmo; quella che – messa da parte la paccottiglia ideologica di #BLM e simili – non lascia indietro nessuno (a cominciare dai “vecchietti” Bonucci e Chiellini, che anzi come in una famiglia diventano risacche di sapienza creativa) e perfino mentre scrive la storia propria e altrui lo fa con levità e senza inveire. 

Il siparietto tra Chiellini e Jordi Alba prima dei rigori di Italia-Spagna, le “spizzate” della difesa a Donnarumma ancora durante i supplementari di Italia-Inghilterra – oltre che le mirabili (e decisive) parate del nuovo Gigi nazionale – resteranno tra le immagini emblematiche di questo campionato europeo: un gioco bello perché funzionale ma pure perché gustoso, piacevole da fare e da guardare. Così vorremmo che fosse la nostra vita, e in tal senso si spiega sia il coinvolgimento collettivo sia il giudizio secco contro le mancanze allo spirito sportivo: sarà pure “usanza britannica”, quella di sfilarsi subito dal collo la medaglia d’argento (anche la loro nazionale di Rugby l’aveva fatto, nel 2019, dopo aver perso in Sudafrica), ma se tutti indistintamente la stigmatizzano come “unfair” è perché lo sport comunica da sé “i propri valori” e su quel metro giudica tutti, perfino chi pretende di aver “inventato il calcio”. 

A noi però – a noi che “abbiamo vinto” – non interessa umiliare gli sconfitti: vorremmo semmai che non si perdessero la gioia agrodolce cui pure avrebbero titolo (anche se forse la Danimarca, nella fattispecie, avrebbe meritato quel posto…). Sempre papa Francesco diceva: 

“Vincere e perdere sono due verbi che sembrano opporsi tra loro: a tutti piace vincere e a nessuno piace perdere. La vittoria contiene un brivido che è persino difficile da descrivere, ma anche la sconfitta ha qualcosa di meraviglioso. Per chi è abituato a vincere, la tentazione di sentirsi invincibili è forte: la vittoria, a volte, può rendere arroganti e condurre a pensarsi arrivati. La sconfitta, invece, favorisce la meditazione: ci si chiede il perché della sconfitta, si fa un esame di coscienza, si analizza il lavoro fatto. Ecco perché, da certe sconfitte, nascono delle bellissime vittorie: perché, individuato lo sbaglio, si accende la sete del riscatto. Mi verrebbe da dire che chi vince non sa che cosa si perde. Non è solo un gioco di parole: chiedetelo ai poveri”.

L’umiltà della nazionale di Mancini, che fino a ieri era vantata (e poteva sembrare un mettere le mani avanti in caso di sconfitta) e ancora stanotte veniva rivendicata, non deve sciuparsi nel vano sfogo di chi corre a rifarsi sull’avversario che aveva insultato: «Noi guardiamo il campo e facciamo il nostro gioco – ha detto Chiellini dopo la vittoria –; quello che c’è fuori non ci riguarda». 

Gli faceva eco stamane Alessandro D’Avenia su Instagram: 

Stamani passeggiavo sulla spiaggia deserta dopo il bagno delle 7.30 come mia consuetudine. Parlo con il Dio della mattina. E c’erano, abbandonati come reliquie di un Wembley improvvisato, i pali di una porta di calcio organizzata alla meglio. Ripensavo a ieri sera, a questo sport che amo tanto e che mi ha procurato tante gioie e tante fratture. Uno sport in cui bisogna fare gesti di bellezza con la parte meno nobile: i piedi. Non con le mani, dotate di grande sensibilità e accuratezza, quelle non le puoi usare. Le gambe e i piedi. E poi uno sport che ti tiene col fiato sospeso sempre, perché in mezzo a tanta ripetitività sei lì che aspetti il guizzo, l’azzardo, il colpo. È così è stato ieri. Ero sicuro avremmo vinto, ma con tutta la sofferenza del caso. E il motivo sapete qual è? Che sulle nostre spiagge ci sono sempre due pali… e che non si fischia l’inno di un’altra nazione, per poi applaudire quando i giocatori si inginocchiano. Grazie ragazzi. Noi ci rialziamo sempre e siamo dei grandi professionisti quando vogliamo. Notti magiche  

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