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“I Vignaioli del Cielo” tra Rodano e Provenza (FOTO)

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Marc Paitier - pubblicato il 11/07/21

I monaci benedettini di Barroux hanno riportato in vita una tradizione millenaria

Ci sono circa 30 uomini allineati faccia a faccia in due file da entrambi i lati di un sentiero che incrocia un vigneto. Sono giovani, vigorosi e pieni di forza, e tuttavia il loro sorriso è disarmante come quello dei bambini. Alcuni hanno la tonsura, segno ancestrale della loro rinuncia al mondo. Indossano il tradizionale abito monastico. Sono Benedettini dell’abbazia di Saint Madeleine du Barroux, il cui campanile si vede da lontano, sovrastando le vigne. Ai loro piedi ci sono cesti vuoti che verranno riempiti in un attimo con i primi grappoli del raccolto.

I monaci meditano e cantano le lodi di Dio prima di raccogliere sotto il sole della Provenza i frutti della vite, che il bel tempo ha portato a maturazione. “Ora et labora” è il loro motto: lavorano in silenzio con gesti precisi e un ritmo regolare. Di tanto in tanto guardano in alto per ringraziare Dio per quell’abbondanza. Il duro lavoro della vigna assicura la loro sussistenza, e permette di guadagnarsi una via verso il Cielo.

Mentre contemplo questa scena, ricordo una frase di Dom Gérard, fondatore dell’abbazia: “Guardando il cielo, i monaci hanno progettato i giardini della terra”. Qui tutto è al suo posto, nella tranquillità di un ordine che porta gioia e pace: filari di viti incorniciati da muretti a secco si affiancano a campi di ulivi e macchia in cui convivono ginepro, rosmarino, leccio, caprifoglio e timo.

L’abbazia romanica si inserisce nel paesaggio come uno dei suoi elementi naturali. L’estetica rocciosa dell’elegante Dentelles de Montmirail e del maestoso Monte Ventoux completano il quadro per dargli un tocco atemporale. Un profumo di eternità si alza dal terreno. Siamo nel luogo in cui Clemente V, primo Papa di Avignone, ha piantato la prima vigna pontificia all’inizio del XIV secolo. Circa 700 anni dopo nulla sembra essere cambiato, come se questo posto fosse stato preservato dalla furia del mondo.

I monaci hanno riportato in vita un’antica tradizione che associava gli uomini di Dio all’ambiente contadino attraverso lo svolgimento dello stesso lavoro. Proponendo ai viticoltori vicini di unirsi a loro per produrre insieme grandi vini ricavandone entrate dignitose, hanno ripristinato l’anima di quelle tenute monastiche che crearono intorno a loro un’immensa poesia contro la quale nulla poteva prevalere.

Hanno aperto una vita di carità, “Via Caritatis”, che dà il suo carattere ai vini che producono. La defionizione, che lo storico medievale Georges Duby applicava all’arte cistercense, è adattissima a definire la sua natura: “Raggiunge ciò che è più complesso attraverso ciò che è più semplice, l’irrazionale mediante la ragione e la dolcezza mediante il potere”.

Vox rouge è un vino pieno, forte e carnoso, una quintessenza di frutti rossi, un’esplosione di freschezza e purezza. Pax rouge è ampio e generoso; combina eleganza, carattere e finezza, con tannini sciolti in un bouquet di spezie, fragranze mentolate e caramello. Lux red è un vino voluttuoso che esprime sia la soavità del monastero che la maestosità del paesaggio in cui viene prodotto. Lux rosé è un capolavoro con la sua sottigliezza e l’aroma ammaliante dei petali di rosa; Lux white, caratterizzato da fiori bianchi e mandorle, combina densità e finezza.

Marc Painier è autore di La mémoire du vin, entre héritage et transmission (La Memoria del Vino, tra Eredità e Trasmissione), pubblicato da Mareuil éditions. Attualmente sta lavorando a un libro su vino e monaci.

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