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La testimonianza di musulmani siriani convertiti al cristianesimo

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Nadine Sayegh

Nadine Sayegh - pubblicato il 10/07/21

La comunità cristiana in Siria sta aumentando rapidamente, e alcuni nuovi convertiti condividono la loro storia

Dopo 10 anni di guerra, la Siria sembra per molti versi un Paese in rovina, ma è anche una terra di speranza per molti che hanno scoperto il messaggio di Cristo nonostante le avversità. Aleteia è andata a incontrare Yahya, Mayas e Oubada, tre musulmani siriani che si sono convertiti al cristianesimo.

Durante la sua benedizione benedizione pasquale Urbi et Orbi di quest’anno , Papa Francesco ha descritto il loro Paese, piagato e indebolito da dieci anni di guerra, come l’“amata e martoriata Siria”. La Chiesa ha cercato di alleviare questi dieci anni di sofferenza attraverso la presenza di comunità che accompagnano i più bisognosi e l’investimento di quasi 2 miliardi di dollari.

Molti Siriani hanno dovuto affrontare queste difficoltà ricorrendo alle proprie risorse. Alcuni di loro, tra cui Yahya, Mayas e Oubada, hanno scoperto la fede e l’incredibile messaggio d’amore di Gesù.

Ogni anno si celebrano centinaia di Battesimi nelle comunità cristiane locali – latina, greco-cattolica, melchita, siriaca, ortodossa ed evangelica curda –, come hanno confermato il pastore Nihad Hassan, che ha già battezzato cento rifugiati siriani in Libano, e padre Raafat Abou El Nasser, della Chiesa cattolica melchita di Damasco.

“C’è stata una domanda crescente viste le circostanze, la guerra e l’arrivo dello Stato Islamico”, ha commentato il sacerdote ad Aleteia. “La gente ha scoperto che per loro era una religione ignota o fraintesa. Sono passati dall’islam a Cristo, dal semplice profeta al Salvatore. Questi nuovi convertiti sono stati guidati e accompagnati nel percorso verso il Battesimo, durato tra i 6 e i 24 mesi”.

Il sacerdote si rammarica di non poter offrire ulteriori dettagli su questi viaggi personali profondamente toccanti. “C’è paura da parte della famiglia e di chi sta loro vicino. Molti hanno rifiutato di dare una testimonianza pubblica per paura di essere riconosciuti”.

La fede, rifugio nei momenti di prova

Yahya è un uomo siriano-libanese nato in una famiglia musulmana. È originario di Homs, e ha una bambina di tre anni. Cullava da vari anni l’idea di convertirsi al cristianesimo, ma il momento decisivo per la svolta è stata la sua visita al monastero di San Charbel in Libano.

Nel 2014 la città di Homs era sotto assedio, e suo padre è stato ucciso da un missile lanciato dal Daesh. Lui ha quindi deciso di lasciare la Siria con sua moglie Mayas, andando prima in Libano e poi in Kurdistan.

“Mi sono sentito improvvisamente liberato di un peso, in pace con me stesso. Sentivo di aver trovato quello che avevo cercato per molto tempo. Ero sereno. Ero felice. Sono rinato. Da allora mi presento con la mia nuova identità, John. Oggi sono membro del coro della chiesa cattolica di Erbil, in Iraq, dove vivo con mia moglie e la nostra bambina di 3 anni, nata e battezzata cristiana”.

Anche il background di Oubada è atipico. Nato in una famiglia conservatrice musulmana a Damasco, ha vissuto per molto tempo per lavoro in Arabia Saudita, e ha frequentato le scuole pubbliche islamiche. Ha cominciato a studiare il Corano, che alla fine ha compreso profondamente, ma si sentiva frustrato e abbattuto.

Un giorno, per curiosità, ha deciso di immergersi nella lettura del Vangelo e della vita di Gesù. Mentre ci raccontava il suo percorso, la sua mano ha afferrato all’improvviso un rosario che tiene sempre vicino.

“Ho sempre provato sentimenti molto forti passando vicino a una chiesa. Il Daesh ha solo confermato quello che sentivo riguardo all’islam. Me ne sono distaccato. Cinque anni fa ho incontrato padre Raafat, e due anni dopo sono stato battezzato. Quel giorno sono diventato un altro uomo. È stata una sensazione indescrivibile, splendida e profonda”.

È una sensazione che Yahya condivide pienamente: “Stavo cercando un senso per la mia vita, e quando ho consociuto Gesù ho capito che Egli era la vita”.

Purtroppo la loro fede li ha portati ad essere rifiutati da molte persone.

“La nostra famiglia in Siria ci ha rifiutati”, dicono Yahya e Mayas; “i nostri vicini in Libano ci hanno minacciati, perché per loro il nostro status civile rimaneva musulmano. Qui a Erbil è molto difficile integrarsi con la comunità caldea, piuttosto chiusa in se stessa”.

Questa prova porta Mayas ad affermare: “La chiesa è la mia seconda casa. La mia fede è l’unica cosa che mi aiuta oggi a sopportare questi momenti difficili”.

Quanto a Oubada, che abita in Arabia, vive la sua fede in modo discreto. “Non posso testimoniarla pubblicamente, ma vivo la mia fede con i Vangeli, il mio libro per eccellenza, e i canti bizantini. Sono un uomo pieno dell’amore di Cristo”.

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