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L’unico libro della Bibbia che non menziona Dio

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Public Domain

Daniel R. Esparza - pubblicato il 05/07/21

Nel Libro di Ester, Dio non si trova. Come ha fatto questo testo a entrare nella Bibbia?

Leggere la Bibbia (e comprenderla in modo idoneo, per quanto è possibile) si rivela spesso un compito difficile, che richiede pazienza e formazione, attenzione ai dettagli, un po’ di conoscenza generale del contesto in cui i testi vennero scritti e l’umiltà intellettuale per ammettere che si sbaglia spesso. La cosa più importante di tutte, però, è il fatto che la Bibbia dev’essere letta con uno spirito avventuroso, disposto ad affrontare le sue tante “eccentricità”.

Dire che la Bibbia è piena di stranezze è sottovalutare la questione. Dire che è un libro esigente è giusto e sbagliato allo stesso tempo. Tanto per cominciare, la Bibbia non è un libro, ma un insieme di vari libri separati, per la maggior parte (se non tutti) derivanti dall’intreccio di fonti diverse, a volte apertamente contraddittorie. È anche il sottoprodotto del lavoro minuzioso e faticoso di generazioni e generazioni di scrittori, compilatori ed editori. È una raccolta di testi scritti, rivisti e codificati nel corso dei millenni.

Non sorprende che non ci sia un’unica Bibbia. Nella fattispecie, ci sono migliaia di traduzioni diverse, alcune delle quali migliori di altre. Ci sono Bibbie letteralmente diverse. Gli Ebrei ne hanno una, i Protestanti un’altra, gli Ortodossi e i Cattolici un’altra ancora – la più grande di tutte, con 73 libri in totale. Il canone luterano include invece 66 libri. Sicuramente tutte queste Bibbie sono collegate le une alle altre, e spesso si sovrappongono, ma non sono la stessa.

Il processo di decidere quali testi entrano nella Bibbia e quali no è chiamato canonizzazione – un termine apparentemente derivante dalle canne con cui venivano anticamente realizzate le aste di misurazione, poi passato a intendere nell’uso cristiano “norma” o “regola”. Al canone ebraico, assemblato nel corso dei secoli, ci si riferisce spesso come al “Tanakh”, acronimo delle prime lettere di ciascuna delle tre collezioni principali che include: “T” per la Torah (i primi cinque libri), “N” per Nevi’im (che significa “profeti”, e include non solo i libri con i nomi dei profeti, ma anche i libri storici di Giosuè, Giudici, Samuele e Re) e “K” per Kethuvim (“scritti”, che include più o meno tutto il resto).

Le Bibbie cristiane inseriscono i libri in un ordine diverso. Se il Tanakh inizia con la Genesi e termina con il Libro di Ester, i cristiani hanno riorganizzato il canone, dando priorità alla loro comprensione di quei libri come visti alla luce di Gesù: anziché terminare con i Kethuvim, la parte della Bibbia cristiana a cui in genere ci si riferisce come all’“Antico Testamento” termina con i Nevi’im, i libri profetici. Questo per sottolineare il fatto che Gesù, che ha insegnato “la legge e i profeti”, era la realizzazione di entrambi – una decisione editoriale che per i cristiani ha perfettamente senso. Ma perché gli editori ebrei della Bibbia decidono di concludere il loro canone con un libro (particolarmente violento) che non menziona affatto Dio? Perché la Bibbia ebraica inizia con un libro in cui Dio è onnipresente (il Libro della Genesi) e termina con uno in cui non si trova da nessuna parte (il Libro di Ester)? E com’è entrato questo libro nella Bibbia? Alcune fonti antiche suggeriscono che il libro si sia in un certo senso “intrufolato” nel canone, e infatti la sua inclusione in essa è stata fonte di dibattito nei primi secoli del cristianesimo.

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