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Ha lasciato il fidanzato quando stava per sposarsi… perché ne aveva uno migliore

SOR RAQUEL

Gentileza

Jesús V. Picón - pubblicato il 04/07/21

Ha avuto molti ragazzi, e ha lasciato l'ultimo nel bel mezzo dei preparativi per le nozze perché ha scelto lo sposo migliore: Gesù di Nazaret

Suor Raquel ha un volto, degli occhi e un sorriso pieni di luce. È diventata un’influencer sulle reti sociali e ha una storia affascinante, in cui riconosce che il dono della bellezza non è tutto nella vita. Preparatevi, conoscerete questa religiosa che con il suo carisma evangelizza le reti sociali di tutto il mondo. Vi innamorate facilmente? Questa storia vi piacerà.

Suor Raquel, grazie di cuore per averci concesso questa intervista per Aleteia. Ci può dire il suo nome completo, dov’è nata, quanti anni ha e dove vive attualmente?

Ho 26 anni. Mi chiamo Raquel Coss Negrete. Sono nata nella città di Morelia, Michoacán (Messico), e attualmente vivo a Mexicali, Baja California. Sono cresciuta a nord, alla frontiera di Chihuahua, a Ciudad Juárez.

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Quali sono i talenti che Dio le ha dato? Che capacità ha? Quali pensa che siano le sue virtù più grandi?

Sono una donna molto spontanea, allegra. Credo che sia una cosa che mi ha aiutato molto nella vocazione da quando ho preso questa decisione. E sono molto ottimista. Credo che l’ottimismo sia uno dei doni più importanti che mi aiutano, e mi fa sentire piena. Credo che sia la cosa più importante!

Facevo di tutto, ma non facevo niente”

Com’era la sua vita prima di consacrarsi? Quali attività svolgeva all’interno della Chiesa cattolica?

Prima mi dedicavo a studiare e a lavorare. Avevo una relazione, facevo parte di un gruppo giovanile, ero catechista, chierichetta e lavoravo anche alla radio come speaker. L’esperienza della radio è avvenuta qualche mese prima di venire in convento. Era una radio cattolica e facevo di tutto, ma non facevo niente – intendo dire che facevo molte cose, ma niente che lasciasse un segno.

Ero all’università, studiavo Letteratura, avevo un ragazzo ed ero felice. La verità è che era una vita molto comoda.

Per quanto tempo è stata catechista? Si potrebbe dire che è stata una prima chiamata alla vocazione religiosa?

Ero catechista giovanile. Lo sono stata per quasi 6 anni. Formavo i giovani nella fede in modo spirituale. Nella catechesi c’è sempre al primo posto l’insegnamento o la dottrina della Chiesa, poi la parte umana e anche quella spirituale; io venivo sempre incaricata della parte spirituale, che era quello su cui mi concentravo.

Quello che dai, che condividi, come dire “Dio ti ama” o parlare della preghiera o della recita del Rosario, interpella sempre anche te, e io mi chiedevo: “Credo a quello che dico?”

Cosa l’aveva portata a decidere di diventare catechista?

La verità è che mia madre mi aveva costretto. Ho fatto la Prima Comunione a 8 anni, ed ero tremenda. Mio fratello è stato il primo a entrare in un gruppo giovanile, e io pensavo: “Voglio essere come mio fratello, voglio fare come lui”. E allora, dopo aver fatto la Prima Comunione, sono entrata in un gruppo di “perseveranza”, in cui sono rimasta tre anni.

Quando avevo 13 anni buttavo l’occhio un po’ ovunque, volevo stare tra i giovani ma ero ancora troppo piccola per poter entrare. Nei due anni prima di compierne 15 ho fatto la chierichetta, anche se in totale l’ho fatta per circa 11 anni, e quando ne ho avuti 15 ho fatto la Cresima e poi sono diventata catechista di giovani. Ed è stata davvero un’esperienza forte!

Un’esperienza forte

Perché essere catechista è stata un’esperienza forte?

Perché la mia personalità è molto spontanea, improvviso troppo, e allora mi dicevano che non dovevo improvvisare ma prepararmi, e io ero molto nervosa, niente a che vedere con quello che sono ora! Ero estremamente nervosa, molto timida, mi mangiavo le unghie; non riuscivo a parlare davanti a qualcuno perché mi sudavano le mani, o gridavo per il nervosismo. È stata un’esperienza davvero molto forte.

La catechesi è ormai un ministero all’interno della Chiesa cattolica. Cosa pensa di questa iniziativa e di questa azione di Papa Francesco?

Il documento che ha mandato Papa Francesco ce lo hanno mostrato dopo che abbiamo avuto le Cresime qui nella comunità parrocchiale; vedevo il lavoro dei catechisti e pensavo che dovesse essere riconosciuto, perché si può pensare che insegnare a un bambino tra i 5 e i 7 anni, dal pre-kinder, pre-Eucaristia, Eucaristia e poi Cresima, e insegnare Padre Nostro e Ave Maria siano cose semplicissime, ma non è vero. O insegnare i comandamenti, insegnare cos’è peccato o l’amore di Dio non è facile, men che meno se si tratta di bambini.

Nel caso dei giovani, almeno negli Stati Uniti e in Messico, alle frontiere, esiste un gruppo che si chiama RICA, che si dedica a formare i giovani che non hanno ricevuto alcun sacramento, i catecumeni; e formare questi giovani, apatici, che non ti vogliono neanche vedere, è molto complicato.

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E poi ti chiedono di formarti! Sono molto felice del fatto che si riconosca il lavoro dei catechisti, perché è incredibile, ed è il primo contatto cattolico che hanno i bambini. Mi ricordo dei miei catechisti un po’ avanti con l’età e penso “Che bello!” I bambini di oggi un giorno diranno: “Oh, la mia catechista dell’epoca!” E allora sono molto felice che si riconosca il loro lavoro.

A quale congregazione appartiene, e qual è il suo carisma?

Sono Domenicana della Dottrina Cristiana. Siamo unite all’Ordine dei Predicatori, i Domenicani, e il carisma è la predicazione e l’evangelizzazione mediante l’azione socio-educativa, le missioni e l’aiuto ai più poveri. Abbiamo asili, scuole, due missioni ad gentes – una in Africa e l’altra in Perù. E siamo in Stati Uniti, Africa, Perù, Colombia e Messico.

Lei dove si trova, e cosa fa?

Attualamente per via della regione appartengo alla Provincia del Nordamerica. Sono quasi alla frontiera con gli Stati Uniti, a Mexicali, e lavoro in una parrocchia che è una comunità molto grande con 3 cappelle. Ora, con la pandemia, stiamo cercando di rinnovare e rianimare il “primo amore”.

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E lavoriamo con i Domenicani; ci dedichiamo alla formazione dei catechisti, dei ministri e di tutti i gruppi parrocchiali esistenti, ma abbiamo anche missioni che hanno a che vedere con la promozione vocazionale dei giovani.

L’abbiamo vista molto attiva sulle reti sociali. Il suo sorriso, la sua luce e la sua spontaneità stanno diventando virali. Perché le reti sociali?

Buona parte di questo è iniziato con la pandemia, che è stata un punto di partenza molto forte. Ricordo che lo scorso anno ho scritto una lettera chiedendo di fare volontariato a Corpus Christi, negli Stati Uniti, perché richiedevano persone che aiutassero negli ospedali, che collaborassero per via della situazione. Ho scritto la mia lettera, l’ho consegnata e mi hanno detto: “No, se vai sei in pericolo, metti a rischio te stessa e la tua comunità. Devi cercare un modo per portare il Vangelo che non comporti un rischio, perché non si tratta solo di te, ma anche della tua comunità”. Ho detto che era giusto.

E allora mi sono chiesta cosa potessi fare, e alcune consorelle e io abbiamo iniziato a realizzare dei video su Facebook. La nostra intenzione era far sì che la gente ci interpellasse, o che cercasse di relazionarsi; volevamo che sapessero che eravamo lì, con loro.

Le tre consorelle con cui lavoravo erano molto timide. Una era incaricata dell’edizione, una della struttura e la terza anche dell’editing. Io dovevo parlare.

Abbiamo iniziato così, ma poi ci hanno divise, e quando sono stata assegnata a Mexicali ho deciso di continuare, e allora questo ha proseguito, e in realtà non me l’aspettavo. Non era mia intenzione “fare rumore”, e continua a non esserlo. Non so se mi spiego, comunque è andata così.

Il fidanzato

Tornando alla sua chiamata vocazionale, ci ha detto che aveva un ragazzo. Viveva con lui? Eravate fidanzati ufficialmente?

Sì, avevo un ragazzo. Ne ho avuti molti. Mi sono sempre innamorata molto facilmente, sono sempre stata sentimentale, e questo mi aiutava a relazionarmi col sesso opposto. Mi ha aiutato anche troppo, al punto che a 15 anni, quando ho avuto un’esperienza con una congregazione, ho detto “Non fa per me, decisamente non fa per me”.

Ho iniziato il liceo e ho conosciuto una persona con cui ho avuto la mia relazione più lunga, quasi tre anni. E c’era un impegno di mezzo.

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Suor Raquel, erano già pronti il vestito da sposa e tutto il resto?

Ci siamo fidanzati ufficialmente a ottobre, ed è stato molto spontaneo. Visto che se non sbaglio stavamo insieme da due anni, era come un percorso stabilito di una di quelle coppie giovani che si sposano, si sostengono a vicenda e imparano insieme. Avevamo dei progetti, ed ero molto emozionata, nutrivo tante speranze.

Ci siamo fidanzati a ottobre, ma nessuno ha saputo niente. È passato il tempo, e avevamo stabilito la data per il dicembre dell’anno successivo. Siamo andati al registro civile per vedere di cosa avevamo bisogno, avevamo già i documenti. La mia famiglia, però, non lo sapeva, e neanche quella di lui.

Pensavo che sarebbe stata una cosa molto semplice e in segreto. Nessuno se ne sarebbe accorto se non a cose fatte.

Poi, però, ho conosciuto le suore, e sono arrivate le crisi esistenziali con “Che fare della mia vita?”, e “Non lo voglio ma lo voglio”. Ho iniziato a dubitare e a chiedermi: “Voglio davvero condividere la vita con un uomo?” Lui è molto buono e gli sono grata per tutto, ma mi sono resa conto che il matrimonio non era per me. E ho detto: “Signore, so che il matrimonio non è la mia vocazione”.

Ho capito che il matrimonio non andava bene per me, e non perché dicessi “Che brutta esperienza!”, ma perché non mi vedevo a condividere la vita con qualcuno, con lui, ma a farlo con molte persone da una prospettiva missionaria, teologica, cristocentrica.

Quando ho conosciuto le suore gli ho detto “Sai? Sta succedendo questo”, e lui, tenerissimo, mi ha detto: “Ok, vai e fai la tua esperienza, io ti aspetterò”. E io: “No!” per il mio modo di essere, visto che ho dei disturbi da deficit d’attenzione e sono una persona che dice “Sì” o “No”, “Bene” o “Male”, niente mezze misure. E quindi era una questione di scegliere tra “Ti lascio e non ci vedremo più” oppure “Non ti lascio e ci sposiamo”.

E allora gli ho detto: “Basta. Non posso”. È andata così.

Come l’ha presa?

Quando gliel’ho detto si è rattristato, e anch’io. È ovvio, perché c’era una storia, c’era comunicazione.

Dopo che sono entrata in convento mi ha cercato una volta. Ci siamo rivisti tre anni dopo. Non ne abbiamo mai parlato.

Non prova niente per lui?

No. C’è un film che si chiama Uomini di Dio, che non ho visto ma di cui mi è piaciuto il trailer. Parla di alcuni religiosi, credo Benedettini o Cistercensi, non lo so. Nel trailer, una ragazza chiede a un sacerdote molto anziano: “Padre, perché lei non si è mai sposato, o perché ha scelto questa vita?”, e lui risponde: “Ho avuto molti amori; molti, molti amori, di cui mi sono innamorato. Ma solo un Amore mi ha fatto decidere per Lui”.

Mi ci identifico totalmente. Ho avuto molti amori, da cui ho imparato e per cui sono molto grata, ma solo uno mi ha fatto muovere, uscire da me stessa.

L’Amore con la A maiuscola

E chi è?

Gesù. Senz’alcun dubbio. Un amore con la A maiuscola.

Ma Gesù non può baciarla o abbracciarla…

No. È un tema complicato, perché non si può provare l’affetto fisico, ma l’affetto delle carezze, dei baci o dell’intimità con qualcuno non è tutto, e non lo comprendiamo finché non stiamo qui. Perché magari il sorriso di una consorella, o il fatto di chiacchierarci o di riderci insieme, compensa quell’affetto.

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Abbiamo tutti una necessità affettiva da colmare: tutti, tutti! Ma l’apostolato, il fatto di convivere con le persone, la missione, lo studio e il modo in cui è strutturata la nostra vita è progettato per vivere a poco a poco quegli affetti. Ovviamente abbiamo i nostri disordini, ma è un’altra questione.

È un amore in cui non ti baciano e non ti toccano, ma ti baciano e ti toccano l’anima, la vita e la storia.

Suor Raquel, si considera una donna innamorata di Gesù?

Sì, e della vita. Decisamente.

Ha un anello da religiosa?

No, non abbiamo un anello, ma uno scudo, lo scudo domenicano, che ci contraddistingue. Non usiamo un anello per la questione della povertà, è una cosa che deriva dalla nostra fondatrice.

L’incidente e la bellezza

Abbiamo saputo che ha avuto un incidente. Ce ne può parlare, come parte della sua

storia?

Ho avuto un incidente quando ero postulante. Eravamo arrivate da tre settimane negli Stati Uniti. Ne ho parlato poco con le consorelle, ma a livello spirituale quell’incidente è stato un vero choc, uno choc di emozioni spirituali fortissime.

Uscivamo dalla Messa, eravamo varie suore giovani e due più anziane. Quando siamo salite sul pullmino mi sono seduta dietro alla suora che guidava e non ho messo la cintura. Non mi è mai piaciuta, ma ora me la metto. Quella volta non l’ho messa e siamo partiti.

Dopo la Messa avevano esposto il Santissimo. Era giovedì 3 marzo 2017. Siamo uscite e una consorella ha detto: “Aspettate un attimo, vado a salutare una persona”. Cinque minuti dopo è tornata, erano circa le otto di sera. La suora che guidava è partita, e quando stavamo per prendere la superstrada, il semaforo era verde e stavamo per iniziare a cantare il Salve Regina, perché lo cantiamo sempre la sera, ho guardato a destra, e anche se le consorelle mi correggono e mi dicono che era una macchina ho visto come un camion enorme, con delle luci impressionanti, e ho pensato: “Ci scontreremo”. E subito c’è stato l’impatto.

Ricordo che quando ci hanno colpite ho steso il braccio destro, perché accanto a me c’era una suora anziana e la volevo proteggere, ma lei portava la cintura. Io sono stata sbalzata in avanti, e ho sbattuto sulla sbarra dietro al sedile del guidatore e mi sono fratturata il viso. Abbiamo fatto vari testacoda, e all’improvviso ho sentito il viso bagnato, come se mi ci scorresse sopra tanta acqua. Stavo annegando nel mio sangue.

Non ricordo cos’altro sia successo, tranne che una delle consorelle ha aperto la porta e io sono scesa dietro di lei, e subito sono caduta. Una consorella mi diceva: “Sveglia, non addormentarti!”, ma c’è stato qualche secondo in cui non riuscivo a ingoiare altro sangue. Ero “in pace”. Forse sto drammatizzando un po’, ma è lì che ho sentito il limite di questa vita. Ho pensato: “Wow! È questa la fine? Non c’è più niente da fare?” Poi è arrivata una consorella, mi ha colpito e ho reagito. Poi

mi hanno portata al Pronto Soccorso.

Perché la sua consorella l’ha colpita? Perché non svenisse?

Sì. Poi mi ha raccontato che stava cercando di svegliarmi.

Ho sbattuto sotto al naso, mi si sono rovinati i denti superiori, il naso si è fratturato e il setto è deviato, ho riportato lesioni alle clavicole e alle costole, e mi è successo qualcosa al bacino perché me l’hanno sistemato in ospedale ed è stato molto doloroso.

Siamo rimaste al Pronto Soccorso fino all’una del mattino. Poi mi hanno messa in una stanza, e la maestra delle postulanti è rimasta con me. Mi diceva: “Devi lavarti, perché sei piena di sangue”, e io rispondevo “Non voglio”. Mi dicevano anche “Devi prendere questo”, e io “Non voglio prendere niente”. Ero molto arrabbiata, e dicevo al Signore: “Ma se eravamo appena state con Te! Perché?”

Quando finalmente mi sono decisa ad andare al bagno erano tipo le tre del mattino, e la consorella mi ha aiutata. Quando mi sono guardata allo specchcio ho visto un occhio semichiuso, l’altro scuro, il naso gonfio, la bocca rossa. E portavo un collarino. Guardandomi ho detto al Signore: “Che stretta forte mi hai dato!” Sono stata arrabbiata con il Signore per molti giorni.

Aveva perso il dono della bellezza… Perché bisogna riconoscere che lei è una donna bella ed era sicuramente un po’ vanitosa, o no?

Sì, molto, molto. Ero molto vanitosa – da 1 a 10 direi 8.

Cos’è cambiato nella vanità con l’incidente?

Sì, decisamente. È stato come rendermi conto che l’apparenza fisica si distruggerà, può venir meno o le può succedere qualcosa in qualsiasi momento. Quella che non passerà mai è la bellezza interiore. Spesso sentiamo o diciamo “Ciò che conta è quello che si ha dentro”, ma finché non si ha un’esperienza personale al riguardo e non si dice “Il limite è questo”, non ci si rende conto di quale sia davvero.

Sono stata gonfia e piena di lividi per molti giorni, e quando mi hanno operata mi sono gonfiata di nuovo. Mi guardavo e dicevo: “Ho avuto fortuna, ma se rimanessi sfigurata?” Sono stati colpi del Signore molto forti.

L’hanno purificata?

Sì, molto. Quell’incidente è stata una vera esperienza, ancor più perché eravamo in Quaresima!

Quando si è riconciliata con Gesù?

A Pasqua. L’incidente è avvenuto nella seconda settimana di Quaresima, e fino alla Veglia Pasquale… Credo di aver represso molte cose, perché non le ho raccontate mai a nessuna consorella, perché sento che è un’esperienza molto profonda e anche molto personale, che loro l’hanno vissuta in modo diverso e non possono comprenderla dal mio punto di vista.

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Nella Veglia Pasquale, quando il sacerdote ha detto “Il nostro Amore e la nostra speranza è risorto davvero. Possiamo andare in pace. Alleluia, alleluia”, e tutti abbiamo risposto “Rendiamo grazie a Dio. Alleluia, alleluia”, dopo l’ultimo Alleluia mi sono sciolta come Maria Maddalena: ho pianto, ho pianto tanto.

Non ero potuta andare in missione per via dell’incidente, e c’erano andate tutte le mie consorelle. Mi avevano lasciata con altre due. Per questo la Quaresima e la Settimana Santa sono state molto diverse per me. E alla Veglia Pasquale è uscito tutto.

Parte di quella riconciliazione è stata un’offerta?

Sì, e un impegno. Credo che sia lì che si è rinnovata la chiamata. È stato dire “Ti amo ancora, nella vita e nella morte, nelle difficoltà e nella gioia”.

Dopo l’incidente dicevano che avrebbe potuto avere delle conseguenze?

Sì. Già di mio faticavo molto a respirare, e poi ancora di più. Il medico mi ha detto di fare molta attenzione, perché avrei avuto difficoltà respiratorie. Hanno dovuto operarmi per riaddrizzare il setto nasale, e mi è rimasta una cicatrice. Ma questo è tutto: grazie a Dio mi sono ripresa bene.

Per il trauma, ho passato due anni senza guidare. Mi mettevo la cintura, ma dovevo aggrapparmi a qualcuno o a qualcosa, perché a ogni frenata sentivo che mi sarei fatta molto male.

Suor Raquel, com’è la vita in comunità? L’amore, l’amicizia in quei momenti difficili in cui non ci sono mamma, papà e fratelli, ma le consorelle. Com’è vivere in comunità? Quell’affetto riesce ad assomigliare a quello della propria famiglia biologica?

È molto di più! La famiglia biologica sarà sempre la nostra famiglia e la ameremo sempre, ma altroché se assomiglia! Quando si entra in comunità, la cosa peggiore è lasciare la propria famiglia, ma quando si arriva qui si inizia a relazionarsi con le consorelle; è ovvio che non è uguale, perché in casa ci si può arrabbiare e sbattere la porta in faccia alla madre, chiudersi in camera e addio al mondo, mentre qui non posso sbattere la porta davanti alla superiora e infilarmi in stanza, devo affrontare i problemi! In casa si può fuggire, qui no. In casa ti possono lasciar vivere così, qui no.

E allora assomiglia perché ti insegnano ad affrontare le cose e a dire “Cosa sta succedendo? Parlane, con rispetto”, e questo forgia l’affetto e la fiducia. Qui, anche se non ci sono legami di sangue, ce ne sono di spirituali, legami di fede indistruttibili.

Vi potete abbracciare, o darvi un bacio sulla guancia? C’è affetto anche fisico?

Sì, c’è molto affetto. Ci sono abbracci. Posso andare da una consorella e dirle “Per favore, abbracciami!”, e lei mi chiederà cosa succede, mi abbraccerà e mi darà un bacio.

Ci sono altri dettagli: ad esempio, una consorella può mandarti dei biglietti. È una cosa molto speciale. Quando non ero ancora nella congregazione pensavo: “Vorrei che fosse il mio compleanno, perché in quel giorno sono speciale per qualcuno”. Da quando sono qui, invece, per me è uguale se è il mio compleanno o no, perché ogni giorno ti fanno sentire speciale e importante.

SOR RAQUEL

Suor Raquel, è felice?

Sì, la verità è che nonostante tutto sono felice.

Cosa si aspetta dalla vita? Che progetti ha insieme alla sua comunità?

In realtà non mi aspetto niente. Fin da piccola ho idee pazze, e fin da bambina mi sono impegnata a non aspettarmi niente dal futuro, ma a vivere il presente colmandolo di amore e ricordando il passato con gratitudine, perché se spero nel futuro è come dire che farò qualcosa in futuro, e se non ci fosse più vita? E se non ci fosse più tempo?

Per questo vivo il mio presente, il mio oggi; e se Dio mi lascia andare avanti domani, vado avanti con quello che ho e con quello che do. Per questo dico che sono una donna improvvisata, mi capita tutto all’improvviso! Lo vivo così, e mi piace.

Il Santo Rosario nella sua vita

I Domenicani sono noti per la promozione del Santo Rosario. Anche voi avete questa caratteristica, questa ascetica relativa alla recita del Santo Rosario? E cosa significa il Rosario per lei?

Per me significa molto, molto. Quando ho fatto la professione, ho deciso di prendere come protettrice Nostra Signora del Rosario perché il Rosario mi aiuta e mi rilassa molto. Posso pensare a mille cose, ma il Rosario mi calma. Perfino quando lo tocco e scorro i grani tra le mani sento che Maria è lì, tangibile. È una cosa molto personale, ma sento sempre che Maria è lì, e anche se magari sto pensando a un milione di cose Maria è là e mi piace molto. Mi aiuta a vedere Gesù attraverso il Cuore di Maria.

Il Santo Rosario è la medicina migliore per l’anima?

Sì. Credo che il Santo Rosario e i sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia siano tre basi importanti; se si uniscono, sono incredibilmente forti e sostengono una fede.

Se fondiamo questi tre elementi si verificano miracoli?

Sì. Magari non sono miracoli in cui si vede una persona rialzarsi o guarire, ma accadono nello spirito, ed è incredibile. Ho sempre detto che una buona Confessione è meglio di un esorcismo.

Un messaggio per i giovani

Suor Raquel, che messaggio lascia ai giovani? Perché lei è sicuramente un riflesso della grazia di Dio e della gioia, del Vangelo e del fatto di essere religiosa. Con il suo volto e la sua allegria esorta una persona a consacrarsi. Qual è il suo messaggio per i giovani che sono immersi nella depressione, che sono costantemente tristi? Come li aiuta perché sorridano come fa lei?

Quello che dico sempre ai giovani che accompagno è “Cercate sempre ciò che vi rende felici, qui dentro o là fuori”, perché quello che ti rende veramente felice non farà mai male, né a te né agli altri.

Il cuore sa cosa vuole, ma quel desiderio annega tra i desideri carnali, tra le passioni, tra la concupiscenza dell’anima e del corpo, tra i piaceri del volere, potere e avere.

Credo che ciò che conta sia ascoltare il cuore, perché questo non sbaglia mai, mai! La mente si può turbare, sbagliare, può essere in crisi, prendere decisioni sbagliate, ma il cuore no. Non lo dico perché sono una persona molto sentimentale, ma perché l’ho sperimentato e l’ho visto. Se ascolti il cuore e questo ti dice “Ehi! Questo ti renderà felice!”, allora fallo, perché il cuore non è guidato dai pensieri ma dall’istinto, e l’istinto è naturalmente ciò che uno vuole, e quello che rende davvero felici.

Ecco cosa dico loro: che si motivino a fare ciò che dice loro il cuore.

Come ascoltare in quel cuore la voce di Dio?

Bisogna fare silenzio. Servono silenzio interiore, silenzio esteriore, ed evidentemente prendere la mano del Signore per poter ascoltare. E ovviamente non trascurare la guida spirituale, perché è importante, molto importante!

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