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Jessi, in corsia tra i pazienti Covid e poi colpita da un tumore grave

JESSI TUCKER

Jessi Tucker | Facebook

Annalisa Teggi - pubblicato il 30/06/21

È morta la dottoressa Jessi Tucker. Aveva ricevuto la diagnosi di un tumore alla pelle al 3° stadio proprio quando, nel marzo 2020, aveva chiesto al suo ospedale di poter lavorare più ore per fronteggiare l'emergenza Covid.

In molti piangono una dottoressa inglese di appena 40 anni, deceduta ieri al termine di una battaglia con un grave tumore alla pelle. Jessi Tucker, di Bristol, lavorava come medico di emergenza ed è ricordata dagli amici come un raggio di luce, sorridente e pronta a incoraggiare tutti. Era pronta anche a spendersi senza riserve quando la pandemia ha portato al collasso il suo ospedale, ma proprio in quel momento una sfida ancora più impegnativa l’ha messa su un’altra strada.

Voleva lavorare di più

Ci sono coincidenze così puntuali che costringono anche gli occhi meno predisposti alla riflessione a interrogarsi. Sbirciando nei profili social della dottoressa Jessi Tucker non si trova molto, se non foto di sorrisi insieme a colleghi e amici. E questo è un buon segno, tendenzialmente significa che una persona ha i piedi ben piantati nella realtà.

Lavorando come medico di emergenza all’ospedale di Bristol, è anche facile immaginare che Jessi fosse completamente dedicata a quel grande spazio davvero sociale che è un pronto soccorso. A marzo del 2020 l’irrompere della pandemia l’ha catapultata nel tour de force che ha chiesto al personale medico di tutto il mondo a un eroismo non pianificato a tavolino. Jessi era impegnata in turni già lunghissimi, proprio tra i pazienti Covid più gravi, ed era disposta a lavorare ancora di più.

Qui arriva la coincidenza.

Cinque minuti prima che il medico di base chiamasse Jessi per informarla che il nodulo sulla sua coscia era un cancro, Jessi aveva chiamato le risorse umane per rendersi disponibile ad aumentare le sue ore di lavoro per il tempo che la pandemia avesse reso necessario.

Da Bristol Post

Il medico l’ha informata che il suo era un tumore alla pelle già al terzo stadio. E l’impatto col la notizia è stato durissimo.

«Appena ho messo giù il telefono, ho urlato. Prima ero rimasta muta. Il mio corpo tremava. Ho camminato. Poi mi sono messa a imprecare. Ho pianto. Se fosse stato tutto come prima, sarei andata a casa dei miei amici, ma non potevo a causa del Covid».

Ibid.

Da dottoressa dinamica, a paziente inerme

Chiamiamo coincidenza una vicinanza di eventi che parla in modo eloquente, sia essa favorevole o del tutto inopportuna. Una dottoressa pronta a dare ancora di più per curare gli altri si è trovata bloccata e senza possibilità di replica. Ha dovuto cominciare a guardare se stessa come una paziente, in fin di vita.

C’è da ribellarsi, da chiedere ragione di un’obiezione così grande. Perché una vitalità così accesa d’altruismo dovrebbe essere spenta e schiacciata? Ci sono svolte così brusche da far pensare a un disegno maligno dietro la trama dei nostri giorni. Oppure è proprio allora che ci viene chiesto di spostare i nostri ‘Sì’ di slancio su un altro piano, quello ben più ostico del mistero del dolore. A cosa serve un bravo medico che diventa un paziente inerme?

«Non voglio morire – non sono pronta. Mi sento piena di speranza, non mi vedo come una vittima. Non ho ancora finito. Non credo che morirò quest’anno e che il prossimo sia il mio ultimo Natale»

Ibid

Senza anestesie o preamboli delicati, Jessi si è trovata nella parte opposta del fronte. Voleva curare, ha avuto bisogno di cure massicce. Nei mesi successivi alla diagnosi, Jessi Tucker si è sottoposta a un intervento che però non è bastato. Si è sottoposta a pesanti cure di immunoterapia. Ma il tumore si è diffuso rapidamente ai polmoni e a quel punto i medici le hanno comunicato che le restavano pochi mesi di vita.

Voleva essere d’aiuto, a dovuto chiederlo senza remore. E trovandosi proprio nel mezzo dell’emergenza Covid in una condizione di fragilità estrema, ha potuto comunicare coi suoi familiari e ricevere il loro conforto solo a distanza per non compromettere il suo sistema immunitario.

Il sensazionalismo dei giornali, la sfida del presente

L’amica Caroline Walker ha diffuso ieri questo messaggio a quanti si erano uniti alla battaglia di Jessi, offrendole anche un contributo economico per le spese mediche:

Mi dispiace condividere con voi alcune notizie molto tristi in questo aggiornamento. Le condizioni di Jessi sono peggiorate abbastanza rapidamente nelle ultime settimane e negli ultimi giorni. E la scorsa notte, nel comfort del Saint Peter Hospice di Bristol è morta. Era con la sua famiglia e in pace.

Da Go Fund me

Ho scambiato qualche messaggio con Caroline perché ero arrivata a questa notizia attraverso alcuni articoli che suggerivano una storia diversa, più sensazionale. Sembrava che la storia di Jessi fosse quella di una dottoressa incurante della propria malattia che aveva scelto di continuare a lavorare accanto ai pazienti. Caroline mi ha confermato che la prima intervista rilasciata ha generato una serie di altri contenuti inaffidabili.

Jessi non ha potuto, ovviamente, lavorare accanto a pazienti Covid mentre era malata di tumore. Mi sono fermata a pensare a cosa ci colpisce. Io stessa ero rimasta affascinata da una storia che lasciava presagire l’ipotesi di un altruismo encomiabile. Ma la realtà è un richiamo più potente. Il sensazionalismo cerca supereroi, forse perché si rivela incapace di custodire storie che precipitano nella fragilità senza morbidi paracolpi.

Abbiamo eccellenti intenzioni, ed è ammirevole. Lo slancio nel servizio ospedaliero di Jessi la rende figlia di un Padre a cui assomigliamo, e che è sceso dal cielo per curarci. Rispetto a ciò, l’insorgere di una malattia che non dà scampo sembrerebbe un tradimento crudele. Il mondo ha bisogno di persone così brave – si dice.

Eppure, con diverse sfumature di gravità e dolore, ciascuno di noi ha sentito o sente nella propria vita quanto brucia la ferita di questa contraddizione: vorrei fare – sono incapace.

Amati perché siamo, e basta

E’ facile amare una persona brava, in gamba, dai mille pregi. E’ facile rimanere abbagliati dall’idea che meritiamo di essere amati quando siamo bravi, quando dimostriamo che la nostra presenza conta.

Mi sembrava facile scrivere la storia di una dottoressa impavida, avevo nel cassetto tanti aggettivi superlativi. Ma forse è meglio stare qui a un passo dal silenzio, a pensare se in quel letto dell’Hospice, circondata dall’affetto della famiglia, Jessi si sia abbandonata completamente senza paura, sentendo che l’amore è matto. C’è proprio quando siamo quasi nulla; c’è e ce ne accorgiamo sul serio quando non abbiamo nessun merito o buona azione per ripagarlo.

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