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Ho vinto il demonio: mi diceva “il tuo matrimonio è uno schifo”

CRISTINA RIGHI E GIORGIO EPICOCO,

Cristina Righi

Silvia Lucchetti - pubblicato il 26/06/21

Cristina e Giorgio, una coppia passata dalle tenebre del peccato alla luce della scoperta del sacramento nuziale e della forza delle armi spirituali. Così da oltre 20 anni - con l'aiuto di Dio e della Chiesa - mettono la loro esperienza a servizio di tante coppie in crisi

Ho avuto il piacere di intervistare Cristina Righi, donna appassionata, vulcanica, moglie di Giorgio Epicoco. Anzi, più che moglie sposa e per giunta felice, che non vuol dire “bella e addormentata”, ma felice della chiamata a santificarsi nel matrimonio.

Eppure, mi ha raccontato, non è sempre stato così: a lungo Cristina e Giorgio hanno vagato nel buio, infelici, andando a sbattere contro inganni, egoismi, peccati. Un percorso doloroso, pieno di cadute, ferite, momenti di sconforto, eppure… dopo tante tenebre, come dice Cristina, è arrivata la luce anche per loro.

Una volta riemersi dalle sabbie mobili di una vita vissuta da “creatori” e non da creature, dopo aver incontrato Gesù Cristo, hanno messo a disposizione la loro sofferta esperienza per le famiglie in crisi, le coppie in difficoltà, gli sposi sfiduciati, spaesati, sconfitti. Da 20 anni svolgono questo servizio per la pastorale familiare diocesana di Perugia, e la loro casa ha sempre le porte spalancate.

E così, ascoltando, accompagnando, sempre affiancati da sacerdoti, Cristina e Giorgio si son ritrovati a diventare madrina e padrino di 57 figliocci. Perciò oltre ai loro quattro figli nella carne – Giorgia 29 anni, Vittoria 25 anni (sposa e mamma di Lorenzo, 1 anno), Michela 21 anni e Gabriele 19 – sono genitori di tanti figli spirituali. Un dono immenso per loro!

Per 15 anni hanno accompagnato i fidanzati con uno speciale corso prematrimoniale dove, partendo dalla loro esperienza di fidanzamento non cristiano, che li rendi particolarmente credibili – hanno sempre avuto la forza di annunciare ai partecipanti la verità sul matrimonio sacramento.

La loro storia l’hanno raccontata nel libro “Noi, storia di una chiesa domestica” a cui ha fatto seguito “Lui con Noi, piccoli sentieri per la coppia”, entrambi per la Tau editrice.

Ringrazio davvero Cristina per aver donato questa testimonianza così autentica.

Cristina, ti va di raccontarci come è iniziata la tua storia con Giorgio?

La nostra storia ha un prima e un dopo, il prima sono le tenebre, il dopo è la grande luce. Questa tenebra l’abbiamo vissuta nel nostro lungo fidanzamento, molto comune a tante altre coppie. Ci siamo conosciuti studenti a Perugia, Giorgio veniva da Lecce. Io studiavo Giurisprudenza e lui medicina, ed era molto indietro con gli esami universitari. Però certamente era già molto “chiamato” a fare ciò che fa oggi: il ginecologo. Quando ci siamo conosciuti credo di essere stata per lui un bel colpo di fulmine e una forte motivazione per lo studio. Ricordo che in pochissimi mesi diede tipo 15 esami e rapidamente riuscì a laurearsi.

Che fidanzamento avete vissuto?

Eravamo molto liberi di vederci, frequentarci, per cui abbiamo vissuto da sposati senza esserlo, lo scrivo anche nel libro, perché condividevamo tutto. I viaggi, le passioni comuni, il tempo libero e ovviamente anche l’intimità. Facevamo quello che ci piaceva. Quando ad un certo punto Giorgio vinse il primo incarico vicino Perugia, come normale evoluzione di un fidanzamento – eravamo effettivamente felici insieme – Giorgio propose di sposarci. “Ma guarda, alla fine anche no – risposi – perché sto bene così, mi sento libera, senza responsabilità”. Questo da una parte, ma dall’altra ero anche molto contenta della sua richiesta e perciò decidemmo di convolare a nozze.

Avevamo però un problema: non potevamo sposarci in Chiesa perché Giorgio nel corso della sua carriera aveva scelto – ingannato – di essere un medico abortista. In base ai numeri che venivano millantati dalle file culturali e politiche Pannelliane – che evidenziavano quanto fossero numerose le donne che morivano di aborto clandestino – lui, manipolato dalla menzogna che il demonio ti mette dentro, non poteva accettare che così tante mamme morissero. Perciò ritenne – pur consapevole della gravità di ciò che avrebbe commesso – che l’aborto in ospedale sarebbe stato il male minore per tutelare la vita di queste donne.

Per contro Giorgio, era talmente chiamato a fare il ginecologo per missione, che da bambino operava le bambole delle sorelle, tagliava la pancia, ci metteva dentro un piccolo oggetto e poi le faceva partorire. Aveva questa chiamata alla vita, la missione di collaborare alla nascita dei bambini. Però era entrato in questa trappola.

Perciò parlando del matrimonio mi disse chiaramente: non possiamo sposarci in Chiesa, sono uno scomunicato. Molti gli dicevano: “ma dai che ti importa, vai a confessarti, poi ti sposi”. Senza capire che non funziona così, che lui quel peccato lo avrebbe ricommesso e che chi pratica l’aborto, compreso coloro i quali collaborano, sono scomunicati perché commettono un’azione gravissima.

Come hai reagito di fronte al fatto che avreste dovuto sposarvi civilmente?

Ero un po’ dispiaciuta, solo per il fatto che avevo una nonna modista, era l’unica che qui a Perugia faceva le acconciature. Pensai che avrei dovuto rinunciare al velo, all’abito nuziale, ma poi interrogandomi capii che nemmeno io avevo il senso del sacramento: questo guardarci dentro fu un momento autentico. Ci sposammo al comune di Perugia il 9 settembre del 1989 e così è iniziata la nostra vita insieme.

Come sono stati i primi anni di matrimonio?

Avevamo due cose che giocavano a nostro sfavore, la prima era il peccato grave della convivenza in assenza del sacramento che non ci faceva vivere nella grazia di Dio, la seconda era il peccato di Giorgio, ovvero di praticare gli aborti. Una cosa che diciamo sempre alle coppie che seguiamo è che quando ci si sposa metti insieme due persone differenti che hanno uno zainetto ciascuno, un bagaglio: la famiglia d’origine. E quello zainetto è molto condizionante fino a che non risolvi le ferite dentro di te. Noi ci portavamo dentro ciascuno le proprie ferite. Ad esempio Giorgio, ultimo di 4 figli: la mamma era rimasta incinta di lui mentre applicava l’Ogino Clauss, un metodo non contraccettivo che perciò lasciava una porta aperta al concepimento, simile alle strategie naturali di oggi. Intorno a lei aveva tanta gente che le consigliava di abortire, a tal punto da da convincerla quasi: addirittura una parente si propose di accompagnarla, ma lei si ribellò dicendo: “questa cosa non la faccio”.

Giorgio è venuto a conoscenza di questi fatti che era ancora un ragazzino, e forse ha elaborato dentro di sé il desiderio di rivincita, come a dire: “non dovevo nascere, non ero desiderato, quindi mi riscatterò nella vita”. E questo ha condizionato molto le nostre dinamiche di coppia, perché un bambino che vive una ferita simile la riporterà nella vita adulta fino a che non ne prenderà coscienza. In Giorgio questo fatto ha determinato la sua idolatria del lavoro, lui doveva dimostrare che si era riscattato, che valeva, che era importante. La professione è stata la sua priorità: prima il lavoro, poi io. Una vera idolatria, addirittura si sentiva pure giustificato perché lo faceva per noi. Inoltre lui perse il padre all’età di 13 anni, e così passò da una situazione di benessere a una di semi-povertà. A lungo ha creduto che il lavoro, la stabilità economica, fosse il modo per garantirci una sicurezza nel caso lui fosse morto come suo papà.

Eravate infelici allora?

Ci siamo trovati così con le nostre povertà, fragilità, con questo bagaglio alle spalle. Lui un uomo silenzioso, non particolarmente affettuoso, che pensa al pane da guadagnare, che ascolta fino ad un certo punto, distratto, poco partecipe. Io non mi sentivo molto gratificata come donna. E perciò allo stesso tempo vivendo questa insoddisfazione reagii, come facciamo sempre noi mogli, con l’aggressività: puntando il dito, dicendo “tu sei così, tu non ascolti” ecc… La nostra aggressività provoca maggior chiusura negli uomini, che non possono capire le nostre esigenze. “Forse volevi un altro, io già faccio il mazzo per la nostra famiglia” erano le risposte di Giorgio. Questo era il nostro modo di relazionarci ed eravamo infelici. Io volevo sentirmi più amata da lui, lui più stimato e apprezzato da me. Noi eravamo due persone che vivevano insieme, eravamo compagni non coniugi, ma in realtà eravamo due mondi isolati, due binari paralleli. Andavamo avanti perché in fondo ci volevamo bene, ma non comunicavamo più, o perlomeno ci accontentavamo, “tanto le cose adesso vanno così…”.

Quando è nata la vostra prima figlia cosa è cambiato?

Nell’ ’89 ci siamo sposati civilmente, nel ’92 resto incinta di Giorgia. Ricordo che ogni aborto che mio marito praticava era per lui motivo di sofferenza, lo percepivo e lo sapevo. Quando rimasi in attesa conobbi un sacerdote meraviglioso con cui poi ho collaborato per circa una ventina d’anni. Lo incontro che ero ai primi mesi di gravidanza, inizio a frequentare un piccolo gruppo di preghiera e comincio a pregare per Giorgio. Il Signore sceglie sempre la donna che è più sensibile per aprire un varco.

Quindi, vuoi la notizia della gravidanza, vuoi che Giorgio rispetto al praticare aborti era arrivato allo stremo, vuoi che finalmente pregavo per lui, ad un certo punto mi disse che si sentiva al limite e avrebbe fatto obiezione di coscienza: così ci saremmo potuti sposare in Chiesa. Detto, fatto. Nel giro di pochissimo celebrammo il matrimonio: il 29 marzo del 1992, ero incinta di sette mesi. Ci sposiamo in Chiesa guardandoci negli occhi e ripetendo la meravigliosa formula. Paradossalmente però, proprio dopo la celebrazione del sacramento, peggiorò la nostra relazione. E questo è il punto fondamentale che oggi ci chiama a metterci a disposizione per aiutare tante coppie.

Puoi spiegarci meglio?

Eravamo diventati un progetto di Dio e questa cosa era tanto tanto invisa al nemico. Il demonio ce l’ha a morte con il matrimonio perché il matrimonio sacramento è il luogo massimo dell’amore pieno, a 360 grandi, è l’unico luogo in cui davvero i due diventano una sola carne, diventano uno, e sono chiamati a generare figli secondo il piano del Signore.

Per farcela dovevamo avere le armi giuste per combattere il maligno, invece noi – come la stragrande maggioranza delle coppie – faticavamo, perché oltre ad essere feriti e schiavi di tante piccole grandi cose, non impugnando le armi spirituali ci facevamo ingannare. Io e Giorgio anche dopo le nozze religiose eravamo gli stessi: non mi sentivo gratificata, lui non si sentiva capito ed eravamo ancora più attaccati dal demonio. Già prima eravamo finiti nelle sue mani avendo vissuto tanti anni una sessualità non benedetta da Dio, un matrimonio civile che non mette al centro Gesù Cristo. E poi eravamo deboli e fragili, incapaci di amare, e così ci siamo fatti stravolgere. Io lavoravo in banca, Giorgio era sempre molto preso con il suo lavoro, ci siamo feriti, fatti del male, ci siamo anche traditi. Eravamo arrivati ad un punto in cui pensavamo di non farcela. Nel frattempo nascevano gli altri figli. Noi volevamo ciascuno la propria felicità, ed è da qui che si sbaglia: io voglio essere felice, l’altro non mi dà quello che voglio, tu pretendi ma l’altro non ti offre ciò che reclami.

Soffrivi molto?

Era una vita non felice, però, quando sei schiavo del peccato la sofferenza è relativa, perché pensi che ciò che non hai sia giusto averlo diversamente: credi di essere l’unico padrone di te stesso. Il nemico ti dice: “ma non vedi che schifo che hai a casa? chi te lo fa fare? guarda qui, tutti ti dicono bella, tutti ti vorrebbero…”. Il demonio fa questo nella vita delle persone. Quando lo vivi ti senti come ubriaco, anche io mi sentivo così. Dicevo: “quanto sono amata, quanto sono desiderata…”. Soltanto dopo, quando arriva la solitudine, capisci che quella non era la pienezza e ti ritrovi completamente svuotato. Percepivo che la mia vita non era chiamata a quello, al tradimento, alla lontananza da mio marito. Il sacramento ci ha salvato la vita, altrimenti forse saremmo diventati due separati.

Perciò vi eravate sposati in Chiesa ma non era cambiato nulla, anzi, eravate ancora più in crisi…

Sì, perché il fatto di essere sposati in chiesa diventa la chiave di volta solo quando i coniugi lo comprendono. Noi eravamo deboli anche perché Giorgio, pur essendosi affrancato dagli aborti, è stato ancora per un po’ di tempo invischiato ad un’altra grande trappola: “Dio mi ha perdonato ma io non mi perdonerò mai per aver messo fine a quelle vite”. In fondo era superbia, si metteva al posto di Dio, e questo lo ha tenuto lontano dai sacramenti per altri anni. Lui stava così, io lontana da lui vivevo un po’ come volevo la mia vita. Ma grazie a Dio c’è stato questo sacerdote – quello che avevo incontrato quando aspettavo la nostra primogenita – che da un certo punto in poi non ho voluto più abbandonare. Sono tornata e gli ho confidato ciò che vivevo, la mia infelicità, e la mia incapacità di staccarmi da ciò a cui mi ero aggrappata perché non stavo bene con Giorgio. Ovviamente non ricevetti l’assoluzione perché non ero pentita degli sbagli che ancora commettevo, ma mantenevo però questo filo con questo uomo di Dio, questo dialogo. Lui era sacerdote esorcista della diocesi di Perugia e pregava per me. Così la mia piccola volontà – come scrivo nel libro – unita alla grande volontà di Dio ha fatto sì che giorno dopo giorno mi avvicinassi sempre di più a Gesù. Il mio stare vicina al Signore, il fatto che cominciassi ad accogliere tutto quello che piano piano la Chiesa mi stava offrendo, ha dato inizio al mio cammino. Giorgio era ancora lontano dai sacramenti finché un bel giorno mi dice: “vado a confessarmi”, e da quella confessione fiume, lui ha finalmente capito che Dio lo aveva perdonato.

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matrimoniotestimonianze di vita e di fede
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