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Dono – di Vincenzo: «Tanto corrisponde alla mia natura questo sguardo aperto da bambino»

GEMME, WALK, LAKE

everst | Shutterstock

Paola Belletti - pubblicato il 12/06/21

La gemma che Enzo ha voluto donarci è proprio dono. E lo sguardo necessario a rendersi conto di come ogni istante e persona e circostanza lo siano. Vedere la natura delle cose è questione di concentrazione e memoria: ciò che, tolto o tradito, ci fa soffrire è quanto prima ci è stato dato o in quelle cose suggerito e promesso.

Vincenzo è nato da genitori emigrati dal sud Italia in una grande città del nord ed i componenti della sua attuale famiglia hanno scelto di mantenere viva la tradizione degli spostamenti.
Dopo aver studiato in diverse città del nord Europa, suo figlio vive e lavora in un’altra regione del settentrione italiano.
Poiché, cinque anni fa sua moglie ha obbedito alla chiamata di Nostro Padre e si è trasferita con Lui in Paradiso, Vincenzo non ha voluto esser da meno e si è trapiantato in una nuova provincia.
Lavora come impiegato, ha quasi sempre freddo, ama leggere e, ogni tanto, scrivere.

Così si presenta Vincenzo o, come lo chiamiamo tra amici, Enzo; sembra l’ingresso in scena di un contemporaneo Tramaglino. In effetti anche Enzo si muove in nome di una promessa di felicità, ostacolata da qualche bravo travestito da circostanza avversa; minacciata forse da una qualche epidemia in stile peste seicentesca, ma è certo che si compirà.

Vincenzo, o come diciamo tutti Enzo, è dunque un ostinato convinto della positività drammatica della vita.

Spero che possa raccontarsi ancora. Intanto ci fa questo dono, la sua gemma.

Di Vincenzo

Un cielo così azzurro lo avevo dimenticato, soprattutto dopo l’ultimo mese di aprile, in cui la primavera era rimasta in coda dietro ad un corteo di temporali e piogge insistenti trascinati da correnti di aria ancora pungente.

Il cielo cupo era stato scacciato dalla luce che, già fin dal primo mattino, aveva sfondato vigorosa le listelle delle persiane e, costeggiando il lago lungo la strada che percorro anche questa mattina per appressarmi al lavoro, posso ammirare sull’acqua celeste i riverberi luminosi scintillare saziato dal dono inaspettato di quella bellezza.

Sosto un minuto, prima di entrare in ufficio, per augurare a mio figlio l’inizio di una buona giornata che, oggi, esprimo con una letizia che, purtroppo, i caratteri del messaggio non riescono a palesare, quando, dal menu dell’applicazione, risalta, non letto, un messaggio di mio cugino Matteo.

Con Matteo, mio coetaneo e primo di cinque fratelli, benché viva a mille chilometri di distanza, godiamo reciprocamente del dono di un rapporto tanto sostanziale quanto essenziale che è maturato, molti anni dopo l’infanzia e l’adolescenza trascorse assieme nel mese estivo di vacanza, con l’impegno dell’età adulta nelle nostre professioni e con le proprie famiglie.

Volevo dirti che è morto Francesco

Francesco era il fratello più giovane di Matteo che da dodici anni aveva ingaggiato un duello ostinato col tumore. La differenza di età e la mancata complicità degli anni adolescenziali non hanno costruito con Francesco il ponte che mi collega con Matteo, col quale, però, abbiamo sempre condiviso i progressi e le sconfitte di questo mio cugino “minore”.

A Francesco non è mai difettata la determinazione nella lotta, qualunque esito avessero le sue battaglie, e proprio due settimane fa Matteo mi aveva partecipato della sua esultanza per i progressi ricavati dall’ultima terapia. 

Il fisico di Francesco, però, non è più riuscito ad assecondare il suo animo cosicché il suo cuore si è arreso bruscamente nel bel mezzo di uno dei combattimenti decisivi, troncando in gola le grida di incitamento della folla di amici che facevano il tifo.

Alzo la testa. 

Il lago giace ora inerte sotto il cielo: l’immagine, adesso, appare lontana e sbiadita come in una cartolina scolorita dal sole.

Sono lo stesso lago e lo stesso cielo di prima, ma il cuore si è raggelato al punto da non riuscire più a suscitare lo sguardo di cui gli occhi sono lo strumento.

Lo stupore si è dissolto.

È, dunque, la sofferenza più potente? 

La mia memoria torna indietro, a quando, cinquant’anni fa, nacque Francesco che, per rendere eccezionale il suo ingresso nel mondo, si aggiunse come gemello a sua sorella. E ricordo di quanto fossi, seppur ragazzino, partecipe con i miei zii e cugini di questa sorpresa straordinaria.

Devo confessare che, prima di esserci tolto, Francesco ci è stato donato.

E tanto è più evidente poiché maggiore è oggi la tristezza, poiché siffatto riconoscimento non rimuove il dolore, ma lo colora con un significato.

La parola che voglio ricordare in ogni istante è dono perché tale è ogni istante così come lo sono le persone e le cose che esso ci consegna e perché il primo dono a me stesso sono io stesso.

Tanto corrisponde alla mia natura questo sguardo aperto da bambino, quanto, senza sosta, lo tenta il mio orgoglio le cui lusinghe sono scoraggiate dall’educazione e da tanti testimoni che vengono in mio soccorso incessantemente donati.

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