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Io, ebreo, vi spiego perché difendo il crocifisso

Antoine Mekary | ALETEIA

L'Osservatore Romano - pubblicato il 24/05/21 - aggiornato il 24/05/21

Conversazione con Joseph Weiler, giurista, alla vigilia di una importante sentenza in Italia sulla presenza del simbolo cristiano nelle aule scolastiche

di Marco Bellizi

Nei prossimi giorni le Sezioni unite della Corte di Cassazione italiana saranno chiamate a decidere sul ricorso di un insegnante di lettere umbro, sanzionato dalle autorità scolastiche per essersi opposto alla presenza del crocifisso nell’aula della classe in cui tiene lezione. L’esposizione del simbolo religioso era stata autorizzata dal preside dell’istituto in quanto approvata dalla maggioranza degli studenti. Il professore, non credente, non ha tuttavia accettato tale disposizione, ritenendola appunto discriminatoria nei suoi confronti, spingendosi a rimuovere il simbolo cristiano dalla parete dell’aula all’inizio di ogni lezione. Per questo era stato sanzionato dalle autorità scolastiche con una sospensione temporanea. La vicenda ha riaperto una questione che già in passato era arrivata sino alla Corte europea dei diritti dell’uomo, con il celebre caso «Lautsi vs Italia», nel quale si era appunto discusso se la presenza del crocifisso nelle aule violasse o meno il principio di neutralità dello Stato. La sentenza di allora stabilì che tale simbolo, dotato anche di valenza culturale, non costituiva un elemento “attivo” di propaganda religiosa, consentendone di fatto l’esposizione. In quella causa ebbe un ruolo importante il professor Joseph Weiler, giurista statunitense di religione ebraica, il quale ha accettato di esaminare per «L’Osservatore Romano» i termini di questo nuovo contenzioso.

Professore, ai tempi del procedimento «Lautsi vs Italia» lei scelse di difendere, pro bono, di fronte alla Corte di Strasburgo il ricorso dei Paesi terzi a favore della libertà di esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche. Poi c’è stata la nota sentenza della Grande Chambre. Alla luce del caso arrivato di fronte alle Sezioni unite della Corte di Cassazione italiana, parlerebbe ancora di “cristofobia”?

Purtroppo sì. Direi che la cristofobia è persino più comune e considerata più legittima per esempio dell’antisemitismo. Pensate: un insegnante italiano che si rifiuta di insegnare in un’aula semplicemente perché sulla parete c’è un crocifisso, messo lì su richiesta della maggioranza degli studenti. Immaginate che quell’insegnante venga invitato a insegnare in una scuola ebraica, dove c’è una mezuzah appesa a ogni porta. Mi aspetto (e spero) che non ci pensi due volte e si metta felicemente a insegnare. E se nella scuola oggetto della causa dinanzi alla Cassazione la maggior parte degli studenti fosse ebrea e avesse chiesto che sulla porta venisse appeso una mezuzah invece di un crocifisso, immagino che anche qui insegnerebbe felicemente per rispetto verso la sensibilità religiosa dei suoi studenti ebrei. Ma un crocifisso: proprio no!

Dal punto di vista giuridico è indubbio che la questione si presenti complessa. Parlando da giurista, a quali principi dovrebbero far ricorso i giudici nell’arrivare alla loro decisione?

Temo che ciò richieda una risposta piuttosto lunga che metterebbe a dura prova la pazienza dei vostri lettori, ma cercherò di esprimermi in termini molto semplici, evitando il linguaggio giuridico. Ancora una volta abbiamo una situazione del tipo Lautsi. Accade in una scuola superiore pubblica, dove la norma italiana che esige l’esposizione di un crocifisso in tutte le aule scolastiche, dichiarata legittima dalla Grande Chambre della Corte europea dei diritti dell’uomo, non si applica. In mancanza di qualsiasi indicazione da parte delle autorità italiane competenti (Parlamento, Ministero dell’istruzione, e così via), il preside di quella scuola ha dovuto decidere: vietare o esigere? In questo caso ha preso quella che secondo me è stata una decisione sia legittima sia saggia (seguendo, senza saperlo, la giurisprudenza della Corte costituzionale tedesca) di permettere agli stessi studenti o genitori di scegliere con voto maggioritario. In quella classe la maggioranza ha deciso di volere il crocifisso. Ora, per comprendere meglio il dilemma che dobbiamo affrontare, proviamo a immaginare che in un’altra classe della stessa scuola ci sia stata una maggioranza contraria all’esposizione del crocifisso. In tal caso il preside avrebbe deciso che non ci sarebbe stato il crocifisso, coerentemente con il suo approccio di consentire agli studenti di scegliere. Ad ogni modo, uno degli insegnanti ha deciso che la presenza del crocifisso sulla parete in quell’aula era contraria alle sue convinzioni e alla sua coscienza e che violava i suoi diritti, e ogni volta che andava a insegnare toglieva il crocifisso. Alla fine il preside lo ha sospeso per trenta giorni; e lui ha intentato causa alla scuola, affermando che il suo diritto alla libertà di coscienza veniva violato e che secondo la legge italiana sul lavoro lui veniva discriminato. Che cosa, nella giurisprudenza, rende difficile questa causa? E perché, secondo me, tante persone “sbagliano”? Ci sono due ragioni, che ora spiegherò. Anzitutto, il diritto fondamentale alla libertà di religione racchiude anche il diritto alla libertà dalla religione. Ci saranno dunque situazioni, come in questo caso, dove la rivendicazione della libertà di religione di una persona compromette la libertà dalla religione di un’altra e viceversa. Notate bene: è inevitabile. Quindi, appendere un crocifisso in aula può offendere la sensibilità laica non solo dell’insegnante, ma anche di quegli studenti che magari non stavano con la maggioranza quando si è deciso di volere il crocifisso. E, nella nostra altra classe ipotetica, la decisione di non avere un crocifisso potrebbe offendere la sensibilità religiosa della minoranza degli studenti e, diciamo, di un insegnante che magari è molto religioso e si sente alquanto a disagio a insegnare in un’aula senza il crocifisso. Tenete presente che nella causa Lautsi la Grande Chambre ha deciso con una maggioranza di 15 a 2 che avere o non avere un crocifisso non comporta violazione di diritti umani fondamentali. La seconda ragione per cui questa causa è complicata è dovuta a un malinteso comune riguardo alla “neutralità” o “imparzialità” dello Stato. È evidente che quando lo Stato, come nella causa Lautsi, esige un crocifisso, invia un segnale: nel caso dell’Italia, il cristianesimo e il cattolicesimo sono una visione del mondo che deve essere rispettata. Non adottata, ma rispettata. Se si è dell’idea che lo Stato debba essere “imparziale” o “neutrale” si potrebbe pensare: esigendo il crocifisso lo Stato non è neutrale. Sta inviando il suddetto segnale. Vietando il crocifisso, e mantenendo un muro per così dire spoglio, privo di qualsiasi simbolo religioso, lo Stato non prende posizione (la parete è spoglia) e quindi non esprime un’opinione né in un senso né nell’altro. Questo, secondo me, è semplicemente sbagliato. Perché, vi domanderete? Per avvalorare questo punto, nella mia arringa dinanzi alla Grande Chambre nella causa Lautsi ho usato la seguente parabola: «Marco e Leonardo sono amici e si apprestano a iniziare ad andare a scuola. Leonardo va a trovare Marco a casa per la prima volta. Entra e nota un crocifisso sulla parete dell’ingresso. “Che cos’è?”, domanda. “Un crocifisso – perché, tu non ce l’hai? Ogni casa dovrebbe averlo”. Leonardo ritorna a casa agitato. Sua madre con pazienza gli spiega: sono cattolici credenti. Noi rispettiamo loro e le loro credenze. Sicuramente la risposta di una madre ferma e decisa come la signora Lautsi sarebbe “da noi, però, no”. E giustamente. È una visione laica del mondo quella che vuole insegnare ai suoi figli. Ora immaginiamo una visita di Marco a casa di Leonardo. “Wow — esclama — nessun crocifisso? Una parete vuota?”. Ritorna a casa agitato. “Beh — spiega la madre — sono una famiglia splendida, buoni, gentili e caritatevoli. Ma non condividono la nostra fede nel Salvatore. Noi li rispettiamo”. “Quindi possiamo togliere il nostro crocifisso?”. “Certo che no. Li rispettiamo, ma per noi è impensabile avere una casa senza crocifisso”. Il giorno seguente i due bambini vanno a scuola — per la prima volta. È una giornata emozionante. Immaginate che trovino una scuola col crocifisso. Leonardo ritorna a casa agitato: “La scuola è come casa di Marco. Sei sicura, mamma, che va bene non avere un crocifisso?”. È questa la sostanza della rimostranza della signora Lautsi. Ma immaginate anche che il primo giorno le pareti siano spoglie. Marco ritorna a casa agitato. “La scuola è come casa di Leonardo”, grida. “Vedi, te lo avevo detto che non ci serve”». Il muro bianco non è piu neutrale del muro con il crocifisso. E la situazione sarebbe ancor più preoccupante se i crocifissi, sempre presenti, improvvisamente venissero tolti. Tradurre la parabola in un linguaggio concettuale è abbastanza semplice: quando ci si trova di fronte a una scelta binaria, dove ogni posizione compromette il suo contrario, nessuna delle due scelte è “neutrale”. Non è neutrale la posizione francese e non lo è nemmeno quella italiana. Ma entrambe, secondo la sentenza Lautsi, sono legittime e non violano i diritti di nessuno. Perché prima ho detto di ritenere sia legittima sia saggia la metodologia del preside della scuola? Viviamo in una società multiculturale, non ultimo per quanto riguarda le convinzioni religiose. Ci sono tanti fedeli cattolici e tanti laici altrettanto fedeli. Ci sono anche ebrei e musulmani (alcuni religiosi, altri laici). Come abbiamo visto, data la natura dei diritti in questione (libertà di religione e libertà dalla religione) e la scelta binaria che comporta il rispetto dell’uno o dell’altro, non è forse sensato o perfino saggio rispettare i desideri della classe in questione? Perlomeno fino a quando le autorità competenti dello Stato non adotteranno una politica applicabile a tutti? E se il Parlamento dovesse mettersi a riflettere su ciò, non sarebbe saggio prendere in considerazione il tipo di soluzione adottato dal preside, affermando in tal modo l’impegno dell’Italia per una società pluralistica e tollerante? Si dice che l’azione del preside è stata discriminatoria nei confronti dell’insegnante e che la punizione inflitta, la sospensione di trenta giorni, sia stata sproporzionata. Non riesco a vedere la discriminazione.

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