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Quando Gesù entrò nella sua notte buia attraverso la preghiera

Christ in Gethsemane

Heinrich Hofmann | Public Domain

Don Francesco Cosentino - pubblicato il 20/05/21

Anche nella notte della crisi si nasconde una luce, una buona notizia, una presenza discreta di Dio che viene a parlarci. Le grandi crisi sono anche della grandi occasioni: per fermarci, per lasciarci trasformare, per cambiare. Per una nuova immaginazione del futuro possibile.

Arriva per tutti, prima o dopo, il momento di confrontarsi con il mistero della morte. Si tratta di un evento che ci sconcerta, ci ferisce, ci spezza interiormente, ci getta nello smarrimento e inquietudine. Proprio perché spesso non reggiamo al peso di ciò che la morte, anche solo come pensiero, suscita in noi, cerchiamo di fuggirla, di evitarla, di rimuoverla dal nostro orizzonte e di neutralizzarla. Una volta il pensiero filosofico, i miti e i riti religiosi aiutavano l’uomo a reggere l’impatto della morte, a interrogarsi sul senso del proprio destino e a elaborare il lutto; oggi, il nostro io trionfante e spesso spinto a tutta velocità da un senso di onnipotenza e di immortalità, ha preferito bandire la morte dai discorsi pubblici e rimuoverla dalla coscienza.

Tuttavia, il confronto con la morte è inevitabile e la recente pandemia, alimentando alcune paure per i rischi connessi alla salute e lasciando dietro di sé una scia di dolore in coloro che hanno perso qualche persona cara, ce lo ha ricordato.

Anche Gesù ha attraversato questa crisi. La sua notte di tradimenti, di dolore e di agonia, è stata per Lui come un macigno sul cuore. Quando dopo l’ultima cena si è recato nel Getsemani a pregare e ha sentito che l’ora della morte si stava avvicinando, fu preso dall’angoscia e dalla paura. Pienamente uomo e pienamente solidale col nostro destino, anche Gesù ha avuto paura e ha provato la nostra stessa angoscia, fino a gridare sulla Croce: “Dio mio, perché mi hai abbandonato?”. Egli ha sperimentato tutta la solitudine, l’angoscia e la paura che l’umanità vive dinanzi alla violenza, alla sofferenza e alla morte.

Tuttavia, Gesù entra in questa notte buia attraverso la preghiera. Di quale preghiera si tratta? Quale preghiera ci fa attraversare la notte della crisi e del dolore?

Pregare è vegliare. Il Vangelo dice che Gesù, entrato nel Getsemani, “cominciò a provare tristezza e angoscia” (Mt 26,37). Proprio in questo momento chiede anche ai suoi: “Restate qui e vegliate con me”. La preghiera di Gesù non è ricerca di una facile soluzione o consolazione, ma è restare con il cuore sveglio mentre scende la notte. Significa non essere vinti dalla fiacchezza, non addormentarsi quando le cose si spezzano e subentra l’angoscia, non soccombere a una visione delle cose dettata solo dalla paura, non lasciarsi andare pensando che tutto sia finito: la preghiera, nei momenti di crisi, non ci risolve magicamente i problemi, ma ce li fa guardare e affrontare con un cuore e uno spirito sveglio, attento, capace di cogliere tutti i segnali che ci arrivano.

Pregare è affidarsi. Proprio quando si trova nel cuore della crisi, Gesù si rivolge al
Padre e la sua preghiera manifesta l’atteggiamento che sempre dovremmo tenere davanti a Dio: “Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!” (Mt 26,39). Qui siamo al cuore della preghiera. Non sempre comprendiamo le crisi della nostra vita; la preghiera però ci fortifica nella fiducia incondizionata di figli che, nonostante tutto, si affidano a Dio. Fare la sua volontà, sempre e nonostante tutto, non significa assolutamente “accetto questa sofferenza perché questa è la volontà di Dio”. Al contrario: affronto e accetto tutto, anche la notte della crisi e del dolore, sapendo che Dio è con me e anche in questa notte, in modi e tempi che Lui sa, Egli compirà la sua volontà di bene, di amore, di salvezza e di vita per me. Mi fido e mi affido.

Pregare è consegnarsi. Nonostante la paura, l’angoscia, il desiderio di essere liberato dalle catene della morte, in questa sua incondizionata fiducia nel Padre, Gesù accetta il suo destino e lo compie fino in fondo. Non si tratta di accettazione passiva e sottomessa, ma di quell’atteggiamento di fortezza interiore che lo rende capace di abbracciare l’amaro calice della morte di Croce nella certezza che il Padre non lo abbandona e lo libererà. Nel suo bel libro La notte del Getsemani, Massimo Recalcati dice che questa è la preghiera di Gesù che aiuta anche tutti noi a vivere i momenti difficili: è la consegna. Gesù non scappa dalla realtà, la affronta e la attraversa con tutto se stesso. Non rifiuta la sua storia, la abbraccia fino in fondo. Si consegna al suo destino fiducioso in Dio. Questa è la preghiera che salva.

Nella notte della crisi, restare svegli, alimentare la nostra fiducia in Dio e consegnarsi
alla propria storia senza saltarla ma vivendola fino in fondo, sono tre atteggiamenti
fondamentali che la preghiera nutre e alimenti in noi.


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crisigesù cristospiritualità
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