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Cristiano morto a 7 anni di tumore: mamma, come si fa ad andare in Paradiso?

CRISTIANO CALIARI,

Famiglia Caliari

Silvia Lucchetti - pubblicato il 12/05/21

Mamma Luigina ci dona la testimonianza della malattia del suo ultimo figlio, colpito da un tumore cerebrale incurabile, e dei tanti segni ricevuti che mostrano come Cristiano avesse già lo sguardo proiettato verso il Cielo

Oggi vi racconto la storia di Cristiano, un bambino salito al Cielo a soli sette anni a causa di un tumore al cervello, il 5 aprile 2016. Cristiano era appassionato di pittura e colori, ha disegnato fino al giorno prima di morire.

Ultimo di sei fratelli, adorava andare a scuola, giocare a calcio, e non amava farsi coccolare né fotografare: al rumore del fatidico clic si metteva le mani davanti al viso per la timidezza.

La sua storia è quella di un bambino che ha portato con la sua nascita pace e unità nella vita della famiglia, nel rapporto fra i genitori, anche quando si è ammalato. Me lo ha raccontato la mamma Luigina che ringrazio di cuore per aver voluto donarci l’esperienza di croce e risurrezione che ha vissuto insieme ai suoi cari attraverso questo figlio.

Lei è certa che Cristiano sia in Paradiso, quel Paradiso di cui lui stesso un giorno le ha chiesto cogliendola di sorpresa. Sa nel suo cuore di avere non un angelo in Cielo ma un Santo che intercede per lei e per tutti, e che le ha spianato la strada per la Vita Eterna.

Luigina, cominciamo dall’inizio: raccontaci chi sei

Quando vi ho scritto per donare la nostra esperienza ero comunque un po’ titubante, non volevo mettere in mostra la nostra storia, ma poi ho pensato che in fondo lo dovevo anche al Signore perché non è merito nostro se nella vita stiamo camminando vicino a Lui, e che Cristiano abbia percorso una parte di questo cammino con noi. Per questo eccomi qui.

Sono Luigina e ho sposato Attilio che avevo 19 anni e lui 22. Ero convinta che il nostro matrimonio sarebbe stato fondato sulla roccia che è Cristo, allora frequentavamo il Cammino Neocatecumenale, poi però più avanti ci allontanammo per un po’. Dopo quattro anni dalle nozze, nel 1987, è nata la nostra prima bambina, Rachele, nell’88 Eros, nel 1997 Maria, nel 2000 Pietro, nel 2005 Gabriele, nel 2008 Cristiano.

Quando è nato Cristiano io avevo quasi 45 anni. Riprendemmo a frequentare il Cammino dopo la nascita del quarto figlio, perché altrimenti il nostro matrimonio “rischiava grosso”. Io avevo visto nella mia esperienza da giovane quanto il Cammino ricostruiva veramente il matrimonio. L’apertura alla vita mi ha sempre fatto tanta paura, tanta, però mi ricordo che c’era una frase di S. Giovanni Paolo II che mi incoraggiava: “Non abbiate paura, non abbiate timore, spalancate le porte a Cristo”. E così sono nati altri due bambini.

Che esperienza è stata diventare mamma per la sesta volta a 45 anni?

La nascita di Cristiano ha segnato il periodo più buono del nostro matrimonio, sai quante volte mi è capitato di dire anche a voce alta che il suo arrivo è stato il momento più felice della nostra vita? Ci aveva fatto rinascere, come coppia e come famiglia. I miei primi figli avevano sempre dormito poco la notte mentre Cristiano dormiva tantissimo, lui è cresciuto i primi tre anni quasi in sordina, non ha scombussolato i nostri ritmi. È sempre stato benissimo, in salute. Il periodo che Cristiano ha passato qui sulla terra è stato un momento di pace per noi.

Come avete scoperto la malattia di Cristiano?

Dalla sera alla mattina. A ripensarci c’erano stati dei segnali, ma quando ce ne siamo accorti era troppo tardi. Si è ammalato all’eta di 6 anni. Ad un certo punto, era il febbraio del 2015, non ci vedeva bene, faceva fatica a camminare, parlava male, vomitava, perciò l’ho portato in ospedale e l’hanno ricoverato. La diagnosi infausta me l’hanno data in 24 ore, era il giorno della Madonna di Lourdes: tumore al cervello, inoperabile e senza speranze. Me l’hanno detto subito e chiaramente. La terapia è cominciata immediatamente, il tumore era di 7 cm, siamo stati una ventina di giorni in ospedale. Gli avevano dato 14 mesi di vita e così è stato. Nella malattia lui non ha sofferto fisicamente, con la radioterapia, piano piano, nel giro di 4-5 mesi è ritornato quasi come prima, ha potuto riprendere la sua vita di tutti i giorni. I medici lo guardavano con stupore perché una ripresa così non l’avevano mai vista. Ma il verdetto era quello.

Eri sola quando hai ricevuto la diagnosi? Cosa hai pensato?

Sì, ero sola. Continuavo a pensare che non era possibile, poi con i giorni realizzavo che mio figlio stava rischiando la vita, e ho gridato a Dio: “Tu, Signore, mi devi dare la forza, lo devi fare. Ti ho sempre servito, dammi la forza, dammela per poter accettare”. Ed effettivamente, a parte i primi tre mesi in cui ero stordita, pietrificata, poi ho sentito una grande forza. Avevo fatto un pellegrinaggio a Medjugorje un anno e mezzo prima, e mi era venuta una certa apprensione, inquietudine: mi sembrava che dovesse succedermi qualcosa. Avevo paura per me e mio marito. Avevo scritto anche una lettera ai miei figli grandi, perché avevo questa preoccupazione. E invece si è ammalato il mio ultimo bambino.

Perché credi sentisse che sarebbe tornato presto dal suo Creatore?

Era un bambino introverso, timido, quasi non voleva neanche le coccole, quando lo accompagnavo a letto e mi fermavo per abbracciarlo mi diceva, “basta, vai via”. Come “volesse”, anche prima di ammalarsi, che ci preparassimo al distacco.

Questa è la preghiera che diceva la sera prima della scoperta del tumore:

Signore io ti prego per me, per la mia famiglia, per i miei parenti, i miei amici, per la mamma, il papà, i fratelli, le nonne, per quelli che soffrono, per quelli che sono all’ospedale, per quelli che stanno morendo, per quelli che sono in cielo.

Devo precisare che mi è sempre sembrata una preghiera strana per il fatto che non avevamo avuto come famiglia esperienze di ospedale, né di persone morte, né di lutti e la sua preghiera parlava di coloro che stanno in cielo.

Dopo la diagnosi, durante i primi giorni di ricovero all’ospedale pediatrico di Verona, Cristiano rischiava di finire in terapia intensiva o addirittura di morire perché il tumore stava comprimendo il cervello. Proprio durante uno di quei giorni, in un tardo pomeriggio di febbraio del 2015 mentre era nel dormiveglia, monitorato per tenere sotto controllo la respirazione e il battito cardiaco, ad un tratto mi chiede di spegnere la luce. Ma la luce era spenta, allora mi domanda di spegnere la TV perché lo schermo gli procurava fastidio agli occhi. Ma la TV era spenta. Allora infastidito mi dice di tirargli giù la tapparella perché il sole era troppo forte, ma la serranda era abbassata e fuori pioveva. Poi tutto d’un tratto si assopì. Lui aveva visto una luce quel pomeriggio nella sua stanza.

CRISTIANO CALIARI,

Raccontami quando ti ha chiesto del Paradiso…

Dopo sei mesi di radio e chemioterapia, Cristiano aveva recuperato tutte le sue funzioni motorie e conduceva una vita praticamente normale. In un bel pomeriggio assolato di settembre, era al campo sportivo a giocare a calcio con suo fratello Gabriele e alcuni amichetti, mentre io ero seduta in disparte a leggere. Ad un certo punto si stacca dal gioco e corre verso di me. Pensavo volesse dell’acqua da bere e invece mi chiede: “mamma, ma come si fa ad andare in paradiso?”. Io gli rispondo, senza aver il tempo di ponderare, che bisognava comportarsi bene e ascoltare Gesù. Lui mi dice: “però io a volte non mi comporto bene”. Allora io gli rispondo che l’importante è chiedere perdono a Gesù che perdona tutto, e così si va in paradiso.

Era la prima volta che mi chiedeva una cosa del genere. Un sacerdote mi ha detto che quando una persona si sta consumando fisicamente e sta per tornare alla casa del Padre, la sua anima ha questi momenti in cui è atu per tu con Dio. Tanto più forse i bambini. Noi a casa pregavamo, facevamo le lodi, prima della malattia gli avevo anche raccontato la storia dei pastorelli di Fatima che sono morti da bambini. Cristiano pregava per chi stava male e per chi non c’era più, anche se nella sua breve vita, come già ho detto, non aveva avuto esperienze di lutti. Eppure lui sembrava già proiettato verso il Cielo.

Siete riusciti a fargli fare la Prima Comunione?

Dopo la seconda recidiva della malattia, attraverso gli esami i medici avevano concluso che purtroppo non c’era più niente da fare. E così Cristiano ha fatto la Comunione, la Cresima e anche l’accoglienza in comunità. successo tutto un mesetto prima che morisse. Era molto provato, stanco, non parlava quasi più. Ma fu comunque una grande gioia per lui e per noi.

Come hanno reagito tuo marito e i vostri figli di fronte alla malattia di Cristiano?

Attilio ha avuto tanta forza, è riuscito a darsi in qualche modo una risposta, a non cadere nella disperazione. Rachele, la mia prima figlia che non frequenta il Cammino è rimasta sconvolta quando il padre gli ha detto che Cristiano non era nostro, era un dono, e che il Signore se lo poteva riprendere. È rimasta scioccata perché ha fatto tanta fatica ad accettarlo. Lei ed Eros erano già fuori casa in quegli anni.

Maria che allora aveva 17 anni ha dimostrato di avere tanta fede. In quel periodo si era ammalata anche la mamma del suo fidanzato che è morta l’anno dopo. Sono stati momenti durissimi per lei, stava rischiando di cadere nell’anoressia. Però oggi sta bene, e proprio pochi giorni fa ci ha annunciato che si sposeranno.

Pietro che all’epoca aveva 15 anni ha avuto una crisi fortissima durante la malattia di Cristiano. Non è andato più a scuola, era un ragazzo brillante (e lo è anche adesso) ed è stato bocciato. Ha veramente sofferto tanto. Però ho visto che dopo la salita al Cielo di Cristiano si è rialzato in piedi, ha ripreso a studiare alla grande. Dio lo ha aiutato con il Cammino, con il post-cresima. È proprio vero che senza il Signore non possiamo fare niente.

Eros, il secondogenito, a quel tempo ha incontrato una brava ragazza credente: si è riavvicinato ai sacramenti e mi è stato di molto aiuto, sia lui che la sua fidanzata.

Gabriele è quello che era più vicino a Cristiano, avendo solo tre anni più di lui. È diventato il suo angelo. A lui non abbiamo detto subito tutta la verità, lo abbiamo fatto nell’ultimo periodo quando non c’era più niente da fare; allora gli abbiamo detto che Cristiano non avrebbe vissuto ancora per molto. Lui è stato il suo angelo custode, i primi periodi lo aiutava, se gli cadeva qualcosa gliela raccoglieva. Anche quando Cristiano è ritornato a scuola e aveva difficoltà nel salire sull’autobus con la carrozzina, Gabriele lo aiutava, gli portava la cartella. Mentre prima non era così, i due erano in litigio continuo.

CRISTIANO CALIARI,

Chi vi ha aiutato ad affrontare questa terribile esperienza?

Io e mio marito abbiamo sperimentato tanta unità nel periodo della malattia di Cristiano, non abbiamo mai litigato, siamo riusciti, a volte con gran fatica, a non perdere la pazienza e la pace tra noi. I fratelli di comunità ci hanno aiutato tantissimo.

Noi viviamo a Castelnuovo del Garda in provincia di Verona, e devo dire che tutto il paese ci è stato accanto, la parrocchia, non solo umanamente ma proprio concretamente. Anche economicamente ci ha aiutato tanta gente. Abbiamo avuto il supporto spirituale e pratico della nostra comunità, sono stati splendidi. Il primo periodo le sorelle venivano da me per dire insieme il rosario la sera per non farmi sentire sola, si alternavano. Anche i ragazzi che sono in comunità con i miei figli sono stati sempre presenti e vicini. Questo ci ha sorretto e fatto sentire amati.

Come è stato l’ultimo periodo della malattia di Cristiano?

Cristiano si è aggravato poco prima della settimana santa, che siamo stati costretti a trascorrere in ospedale. Quei giorni mi sentivo come Maria ai piedi della Croce. Non ricordo quale santo afferma che i bambini vanno in Cielo e aprono la strada per il Paradiso. In quei giorni pregavo la Madonna, le dicevo:

Tu sai cosa provo, ci sei passata, dammi la forza.

E Lei la forza me l’ha data. Mi sono sentita veramente accompagnata, la preghiera, tutto “l’olio” della fede che avevamo ricevuto negli anni, mi hanno sostenuta.

Cristiano è salito al Cielo il 5 aprile. Al funerale ci saranno state un migliaio di persone, è stato bellissimo. Tanti sono rimasti colpiti dalla cerimonia che è stata veramente una festa: sono riuscita persino a cantare. Mi stupisco della forza che ho avuto, che il Signore mi ha dato.

La lettera che Luigina ha letto il giorno del funerale di Cristiano

Io ho sofferto e soffro molto, per anni abituata al chiasso, alle grida, soprattutto di Gabriele e Cristiano, il calcio, poi è caduto il silenzio. Quello che mi ha fatto più stare male, e che mi fa male ancora adesso, è vedere Gabriele da solo. I primi periodi è stato tremendo guardarlo lì sul divano senza suo fratello. Mi ero chiesta tante volte nel corso degli anni:

Ma perché devo essere aperta alla vita? perché tutti ‘sti figli?.

A volte mi venivano questi momenti di ribellione, invece adesso capisco, adesso ho proprio capito, che tutti sono stati una benedizione, tutti. Oggi dico: Signore ti ringrazio che non ne ho avuto solo uno, due o tre, ma sei. E adesso non sono sola, non mi fanno star sola.

CRISTIANO CALIARI,

Ha sofferto molto Cristiano prima di salire al Cielo?

Gli ultimi giorni di vita di Cristiano, era metà marzo, siamo stati dimessi con lui che piano piano faceva sempre più fatica a parlare. Ringrazio Dio che gli ha concesso di colorare fino all’ultimo. Disegnare era la sua passione, spesso quando stava bene guardava il paesaggio e diceva: “ma secondo te quel verde là, è questo o è quell’altro?”. Di sei figli è quello che mi assomigliava di più, io amo dipingere, sono un’autodidatta ma disegno di tutto. Gli ultimi giorni ha iniziato a non camminare, a far fatica a deglutire, aveva sempre la tosse. Dormiva con me e mi stupivo che riuscisse comunque a riposare. Altri bambini nelle sue condizioni non godono del sonno notturno, lui invece ha sempre dormito. Io pregavo di notte, mi alzavo a pregare al suo capezzale.

Gli ultimi momenti siamo stati a casa, avevamo un infermiere che veniva ad aiutarci ma Cristiano non ha mai avuto necessità di flebo perché è sempre riuscito a bere, ad andare in bagno, a mangiare. L’ultimo panino lo ha mangiato un’ora prima di spirare. Era stato a scuola fino alla settimana precedente. Mi ricordo che mi chiedeva: “ma poi torno in classe?”. Ed io rispondevo: “se stai meglio sì”. E lui diceva: “ma io non sto meglio”. E poi altre volte mi domandava: “credi che riuscirò a stare meglio per quando mettiamo fuori la piscina?” Io gli proponevo di pregare. Cristiano non si è mai lamentato, era come un agnello condotto al macello, il suo aspetto era cambiato, il cortisone lo aveva gonfiato, ma restava mansueto, sereno, e questo ha reso tutto più facile anche a noi. Non ha avuto grosse sofferenze fisiche, questo mi ha consolato e mi consola.

Ero in contatto con l’ospedale e loro ci avevano detto di aspettarci da un momento all’altro la morte, e noi eravamo così, in attesa. Ma sai cosa vuol dire un mese prima preparare l’abito per il funerale? Avevo preso due giacchine, la camicia e il papillon con i saldi un anno prima che succedesse. Ho sistemato tutto e mi son detta: questo qua sarà il suo vestito insieme alla tunica bianca del battesimo.

Non avrei voluto portarlo in ospedale, in cuor mio non volevo chiamare l’ambulanza quella notte lì. Con il saturimetro dovevo monitorare i parametri di Cristiano. Ma poi umanamente non ce l’abbiamo fatta. Quando nonostante l’ossigeno ha iniziato a far fatica abbiamo chiamato i soccorsi. Salito sull’ambulanza, dopo nemmeno dieci minuti, quando eravamo a metà strada dall’ospedale, ha girato la testa verso di me, ha aperto gli occhi, mi ha guardato e poi è spirato. Mi rimane il rammarico per non aver vissuto questo momento a casa, ma in fondo c’era la speranza di strappare qualche giorno in più.

Che cosa vi ha donato Cristiano?

Sono convinta che Cristiano mi abbia aperto la strada del Paradiso, non ho più avuto paura della morte. Durante i soliti esami di routine mi sono ritrovata a non temere nulla. Ha portato tanto bene, dopo la sua salita in Cielo: mio figlio Pietro ha ricominciato a studiare ed è rinato, nello stesso anno ad ottobre si è sposato mio figlio Eros, grazie alla sua testimonianza anche la mia prima figlia si è avvicinata a Dio e tra qualche mese si sposerà anche lei. Cristiano per me è stato veramente un dono, nel periodo in cui è vissuto ha portato pace, unione, e non è scontato, perché tante coppie entrano in crisi in queste situazioni di malattia. All’inizio volevo rimpiazzarlo, ho iniziato a pensare all’affido, mi sembrava che qualcun’altro dovesse “prendere” il suo posto. Poi però abbiamo fatto discernimento e non abbiamo avviato nessuna pratica. Dopo un anno sono diventata nonna, siamo nonni, e abbiamo due nipotini. La malattia di Cristiano mi ha spronato a comunicare di più, perché penso che potrebbe venirmi all’improvviso una malattia che mi impedisce di esprimermi e di dire ciò che avrei voluto.

Poi quasi come risposta al mio desiderio, ci è stato chiesto di guidare una comunità giovane, e così altro che un figlio in affido ma tanti figli spirituali. Il Signore è generoso e sa di cosa abbiamo bisogno.

Noi non siamo stati bravi o speciali, ma abbiamo sperimentato che Dio c’è, una volta mi chiedevo:

Ma come fa il Signore ad entrare dentro di me e a darmi il suo Spirito?

Io credo che me l’abbia dato.

So che Gesù è venuto a prepararci un posto, ci credo ancora di più ora che lì c’è Cristiano. Se lui che era piccolo mi chiedeva come si fa ad arrivare in Paradiso perché voleva andarci, a maggior ragione ci devo credere io. Un giorno un sacerdote mi ha detto che i bambini che vanno in Cielo non sono angeli ma diventano Santi, perciò possiamo chiedergli di intercedere per noi.

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bambinoparadisotestimonianze di vita e di fedetumore
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