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Cristiano morto a 7 anni di tumore: mamma, come si fa ad andare in Paradiso?

CRISTIANO CALIARI,

Famiglia Caliari

Silvia Lucchetti - pubblicato il 12/05/21

Mamma Luigina ci dona la testimonianza della malattia del suo ultimo figlio, colpito da un tumore cerebrale incurabile, e dei tanti segni ricevuti che mostrano come Cristiano avesse già lo sguardo proiettato verso il Cielo

Oggi vi racconto la storia di Cristiano, un bambino salito al Cielo a soli sette anni a causa di un tumore al cervello, il 5 aprile 2016. Cristiano era appassionato di pittura e colori, ha disegnato fino al giorno prima di morire.

Ultimo di sei fratelli, adorava andare a scuola, giocare a calcio, e non amava farsi coccolare né fotografare: al rumore del fatidico clic si metteva le mani davanti al viso per la timidezza.

La sua storia è quella di un bambino che ha portato con la sua nascita pace e unità nella vita della famiglia, nel rapporto fra i genitori, anche quando si è ammalato. Me lo ha raccontato la mamma Luigina che ringrazio di cuore per aver voluto donarci l’esperienza di croce e risurrezione che ha vissuto insieme ai suoi cari attraverso questo figlio.

Lei è certa che Cristiano sia in Paradiso, quel Paradiso di cui lui stesso un giorno le ha chiesto cogliendola di sorpresa. Sa nel suo cuore di avere non un angelo in Cielo ma un Santo che intercede per lei e per tutti, e che le ha spianato la strada per la Vita Eterna.

Luigina, cominciamo dall’inizio: raccontaci chi sei

Quando vi ho scritto per donare la nostra esperienza ero comunque un po’ titubante, non volevo mettere in mostra la nostra storia, ma poi ho pensato che in fondo lo dovevo anche al Signore perché non è merito nostro se nella vita stiamo camminando vicino a Lui, e che Cristiano abbia percorso una parte di questo cammino con noi. Per questo eccomi qui.

Sono Luigina e ho sposato Attilio che avevo 19 anni e lui 22. Ero convinta che il nostro matrimonio sarebbe stato fondato sulla roccia che è Cristo, allora frequentavamo il Cammino Neocatecumenale, poi però più avanti ci allontanammo per un po’. Dopo quattro anni dalle nozze, nel 1987, è nata la nostra prima bambina, Rachele, nell’88 Eros, nel 1997 Maria, nel 2000 Pietro, nel 2005 Gabriele, nel 2008 Cristiano.

Quando è nato Cristiano io avevo quasi 45 anni. Riprendemmo a frequentare il Cammino dopo la nascita del quarto figlio, perché altrimenti il nostro matrimonio “rischiava grosso”. Io avevo visto nella mia esperienza da giovane quanto il Cammino ricostruiva veramente il matrimonio. L’apertura alla vita mi ha sempre fatto tanta paura, tanta, però mi ricordo che c’era una frase di S. Giovanni Paolo II che mi incoraggiava: “Non abbiate paura, non abbiate timore, spalancate le porte a Cristo”. E così sono nati altri due bambini.

Che esperienza è stata diventare mamma per la sesta volta a 45 anni?

La nascita di Cristiano ha segnato il periodo più buono del nostro matrimonio, sai quante volte mi è capitato di dire anche a voce alta che il suo arrivo è stato il momento più felice della nostra vita? Ci aveva fatto rinascere, come coppia e come famiglia. I miei primi figli avevano sempre dormito poco la notte mentre Cristiano dormiva tantissimo, lui è cresciuto i primi tre anni quasi in sordina, non ha scombussolato i nostri ritmi. È sempre stato benissimo, in salute. Il periodo che Cristiano ha passato qui sulla terra è stato un momento di pace per noi.

Come avete scoperto la malattia di Cristiano?

Dalla sera alla mattina. A ripensarci c’erano stati dei segnali, ma quando ce ne siamo accorti era troppo tardi. Si è ammalato all’eta di 6 anni. Ad un certo punto, era il febbraio del 2015, non ci vedeva bene, faceva fatica a camminare, parlava male, vomitava, perciò l’ho portato in ospedale e l’hanno ricoverato. La diagnosi infausta me l’hanno data in 24 ore, era il giorno della Madonna di Lourdes: tumore al cervello, inoperabile e senza speranze. Me l’hanno detto subito e chiaramente. La terapia è cominciata immediatamente, il tumore era di 7 cm, siamo stati una ventina di giorni in ospedale. Gli avevano dato 14 mesi di vita e così è stato. Nella malattia lui non ha sofferto fisicamente, con la radioterapia, piano piano, nel giro di 4-5 mesi è ritornato quasi come prima, ha potuto riprendere la sua vita di tutti i giorni. I medici lo guardavano con stupore perché una ripresa così non l’avevano mai vista. Ma il verdetto era quello.

Eri sola quando hai ricevuto la diagnosi? Cosa hai pensato?

Sì, ero sola. Continuavo a pensare che non era possibile, poi con i giorni realizzavo che mio figlio stava rischiando la vita, e ho gridato a Dio: “Tu, Signore, mi devi dare la forza, lo devi fare. Ti ho sempre servito, dammi la forza, dammela per poter accettare”. Ed effettivamente, a parte i primi tre mesi in cui ero stordita, pietrificata, poi ho sentito una grande forza. Avevo fatto un pellegrinaggio a Medjugorje un anno e mezzo prima, e mi era venuta una certa apprensione, inquietudine: mi sembrava che dovesse succedermi qualcosa. Avevo paura per me e mio marito. Avevo scritto anche una lettera ai miei figli grandi, perché avevo questa preoccupazione. E invece si è ammalato il mio ultimo bambino.

Perché credi sentisse che sarebbe tornato presto dal suo Creatore?

Era un bambino introverso, timido, quasi non voleva neanche le coccole, quando lo accompagnavo a letto e mi fermavo per abbracciarlo mi diceva, “basta, vai via”. Come “volesse”, anche prima di ammalarsi, che ci preparassimo al distacco.

Questa è la preghiera che diceva la sera prima della scoperta del tumore:

Signore io ti prego per me, per la mia famiglia, per i miei parenti, i miei amici, per la mamma, il papà, i fratelli, le nonne, per quelli che soffrono, per quelli che sono all’ospedale, per quelli che stanno morendo, per quelli che sono in cielo.

Devo precisare che mi è sempre sembrata una preghiera strana per il fatto che non avevamo avuto come famiglia esperienze di ospedale, né di persone morte, né di lutti e la sua preghiera parlava di coloro che stanno in cielo.

Dopo la diagnosi, durante i primi giorni di ricovero all’ospedale pediatrico di Verona, Cristiano rischiava di finire in terapia intensiva o addirittura di morire perché il tumore stava comprimendo il cervello. Proprio durante uno di quei giorni, in un tardo pomeriggio di febbraio del 2015 mentre era nel dormiveglia, monitorato per tenere sotto controllo la respirazione e il battito cardiaco, ad un tratto mi chiede di spegnere la luce. Ma la luce era spenta, allora mi domanda di spegnere la TV perché lo schermo gli procurava fastidio agli occhi. Ma la TV era spenta. Allora infastidito mi dice di tirargli giù la tapparella perché il sole era troppo forte, ma la serranda era abbassata e fuori pioveva. Poi tutto d’un tratto si assopì. Lui aveva visto una luce quel pomeriggio nella sua stanza.

CRISTIANO CALIARI,

Raccontami quando ti ha chiesto del Paradiso…

Dopo sei mesi di radio e chemioterapia, Cristiano aveva recuperato tutte le sue funzioni motorie e conduceva una vita praticamente normale. In un bel pomeriggio assolato di settembre, era al campo sportivo a giocare a calcio con suo fratello Gabriele e alcuni amichetti, mentre io ero seduta in disparte a leggere. Ad un certo punto si stacca dal gioco e corre verso di me. Pensavo volesse dell’acqua da bere e invece mi chiede: “mamma, ma come si fa ad andare in paradiso?”. Io gli rispondo, senza aver il tempo di ponderare, che bisognava comportarsi bene e ascoltare Gesù. Lui mi dice: “però io a volte non mi comporto bene”. Allora io gli rispondo che l’importante è chiedere perdono a Gesù che perdona tutto, e così si va in paradiso.

Era la prima volta che mi chiedeva una cosa del genere. Un sacerdote mi ha detto che quando una persona si sta consumando fisicamente e sta per tornare alla casa del Padre, la sua anima ha questi momenti in cui è atu per tu con Dio. Tanto più forse i bambini. Noi a casa pregavamo, facevamo le lodi, prima della malattia gli avevo anche raccontato la storia dei pastorelli di Fatima che sono morti da bambini. Cristiano pregava per chi stava male e per chi non c’era più, anche se nella sua breve vita, come già ho detto, non aveva avuto esperienze di lutti. Eppure lui sembrava già proiettato verso il Cielo.

Siete riusciti a fargli fare la Prima Comunione?

Dopo la seconda recidiva della malattia, attraverso gli esami i medici avevano concluso che purtroppo non c’era più niente da fare. E così Cristiano ha fatto la Comunione, la Cresima e anche l’accoglienza in comunità. successo tutto un mesetto prima che morisse. Era molto provato, stanco, non parlava quasi più. Ma fu comunque una grande gioia per lui e per noi.

Come hanno reagito tuo marito e i vostri figli di fronte alla malattia di Cristiano?

Attilio ha avuto tanta forza, è riuscito a darsi in qualche modo una risposta, a non cadere nella disperazione. Rachele, la mia prima figlia che non frequenta il Cammino è rimasta sconvolta quando il padre gli ha detto che Cristiano non era nostro, era un dono, e che il Signore se lo poteva riprendere. È rimasta scioccata perché ha fatto tanta fatica ad accettarlo. Lei ed Eros erano già fuori casa in quegli anni.

Maria che allora aveva 17 anni ha dimostrato di avere tanta fede. In quel periodo si era ammalata anche la mamma del suo fidanzato che è morta l’anno dopo. Sono stati momenti durissimi per lei, stava rischiando di cadere nell’anoressia. Però oggi sta bene, e proprio pochi giorni fa ci ha annunciato che si sposeranno.

Pietro che all’epoca aveva 15 anni ha avuto una crisi fortissima durante la malattia di Cristiano. Non è andato più a scuola, era un ragazzo brillante (e lo è anche adesso) ed è stato bocciato. Ha veramente sofferto tanto. Però ho visto che dopo la salita al Cielo di Cristiano si è rialzato in piedi, ha ripreso a studiare alla grande. Dio lo ha aiutato con il Cammino, con il post-cresima. È proprio vero che senza il Signore non possiamo fare niente.

Eros, il secondogenito, a quel tempo ha incontrato una brava ragazza credente: si è riavvicinato ai sacramenti e mi è stato di molto aiuto, sia lui che la sua fidanzata.

Gabriele è quello che era più vicino a Cristiano, avendo solo tre anni più di lui. È diventato il suo angelo. A lui non abbiamo detto subito tutta la verità, lo abbiamo fatto nell’ultimo periodo quando non c’era più niente da fare; allora gli abbiamo detto che Cristiano non avrebbe vissuto ancora per molto. Lui è stato il suo angelo custode, i primi periodi lo aiutava, se gli cadeva qualcosa gliela raccoglieva. Anche quando Cristiano è ritornato a scuola e aveva difficoltà nel salire sull’autobus con la carrozzina, Gabriele lo aiutava, gli portava la cartella. Mentre prima non era così, i due erano in litigio continuo.

CRISTIANO CALIARI,

Chi vi ha aiutato ad affrontare questa terribile esperienza?

Io e mio marito abbiamo sperimentato tanta unità nel periodo della malattia di Cristiano, non abbiamo mai litigato, siamo riusciti, a volte con gran fatica, a non perdere la pazienza e la pace tra noi. I fratelli di comunità ci hanno aiutato tantissimo.

Noi viviamo a Castelnuovo del Garda in provincia di Verona, e devo dire che tutto il paese ci è stato accanto, la parrocchia, non solo umanamente ma proprio concretamente. Anche economicamente ci ha aiutato tanta gente. Abbiamo avuto il supporto spirituale e pratico della nostra comunità, sono stati splendidi. Il primo periodo le sorelle venivano da me per dire insieme il rosario la sera per non farmi sentire sola, si alternavano. Anche i ragazzi che sono in comunità con i miei figli sono stati sempre presenti e vicini. Questo ci ha sorretto e fatto sentire amati.

Come è stato l’ultimo periodo della malattia di Cristiano?

Cristiano si è aggravato poco prima della settimana santa, che siamo stati costretti a trascorrere in ospedale. Quei giorni mi sentivo come Maria ai piedi della Croce. Non ricordo quale santo afferma che i bambini vanno in Cielo e aprono la strada per il Paradiso. In quei giorni pregavo la Madonna, le dicevo:

Tu sai cosa provo, ci sei passata, dammi la forza.

E Lei la forza me l’ha data. Mi sono sentita veramente accompagnata, la preghiera, tutto “l’olio” della fede che avevamo ricevuto negli anni, mi hanno sostenuta.

Cristiano è salito al Cielo il 5 aprile. Al funerale ci saranno state un migliaio di persone, è stato bellissimo. Tanti sono rimasti colpiti dalla cerimonia che è stata veramente una festa: sono riuscita persino a cantare. Mi stupisco della forza che ho avuto, che il Signore mi ha dato.

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La lettera che Luigina ha letto il giorno del funerale di Cristiano

Io ho sofferto e soffro molto, per anni abituata al chiasso, alle grida, soprattutto di Gabriele e Cristiano, il calcio, poi è caduto il silenzio. Quello che mi ha fatto più stare male, e che mi fa male ancora adesso, è vedere Gabriele da solo. I primi periodi è stato tremendo guardarlo lì sul divano senza suo fratello. Mi ero chiesta tante volte nel corso degli anni:

Ma perché devo essere aperta alla vita? perché tutti ‘sti figli?.

A volte mi venivano questi momenti di ribellione, invece adesso capisco, adesso ho proprio capito, che tutti sono stati una benedizione, tutti. Oggi dico: Signore ti ringrazio che non ne ho avuto solo uno, due o tre, ma sei. E adesso non sono sola, non mi fanno star sola.

CRISTIANO CALIARI,

Ha sofferto molto Cristiano prima di salire al Cielo?

Gli ultimi giorni di vita di Cristiano, era metà marzo, siamo stati dimessi con lui che piano piano faceva sempre più fatica a parlare. Ringrazio Dio che gli ha concesso di colorare fino all’ultimo. Disegnare era la sua passione, spesso quando stava bene guardava il paesaggio e diceva: “ma secondo te quel verde là, è questo o è quell’altro?”. Di sei figli è quello che mi assomigliava di più, io amo dipingere, sono un’autodidatta ma disegno di tutto. Gli ultimi giorni ha iniziato a non camminare, a far fatica a deglutire, aveva sempre la tosse. Dormiva con me e mi stupivo che riuscisse comunque a riposare. Altri bambini nelle sue condizioni non godono del sonno notturno, lui invece ha sempre dormito. Io pregavo di notte, mi alzavo a pregare al suo capezzale.

Gli ultimi momenti siamo stati a casa, avevamo un infermiere che veniva ad aiutarci ma Cristiano non ha mai avuto necessità di flebo perché è sempre riuscito a bere, ad andare in bagno, a mangiare. L’ultimo panino lo ha mangiato un’ora prima di spirare. Era stato a scuola fino alla settimana precedente. Mi ricordo che mi chiedeva: “ma poi torno in classe?”. Ed io rispondevo: “se stai meglio sì”. E lui diceva: “ma io non sto meglio”. E poi altre volte mi domandava: “credi che riuscirò a stare meglio per quando mettiamo fuori la piscina?” Io gli proponevo di pregare. Cristiano non si è mai lamentato, era come un agnello condotto al macello, il suo aspetto era cambiato, il cortisone lo aveva gonfiato, ma restava mansueto, sereno, e questo ha reso tutto più facile anche a noi. Non ha avuto grosse sofferenze fisiche, questo mi ha consolato e mi consola.

Ero in contatto con l’ospedale e loro ci avevano detto di aspettarci da un momento all’altro la morte, e noi eravamo così, in attesa. Ma sai cosa vuol dire un mese prima preparare l’abito per il funerale? Avevo preso due giacchine, la camicia e il papillon con i saldi un anno prima che succedesse. Ho sistemato tutto e mi son detta: questo qua sarà il suo vestito insieme alla tunica bianca del battesimo.

Non avrei voluto portarlo in ospedale, in cuor mio non volevo chiamare l’ambulanza quella notte lì. Con il saturimetro dovevo monitorare i parametri di Cristiano. Ma poi umanamente non ce l’abbiamo fatta. Quando nonostante l’ossigeno ha iniziato a far fatica abbiamo chiamato i soccorsi. Salito sull’ambulanza, dopo nemmeno dieci minuti, quando eravamo a metà strada dall’ospedale, ha girato la testa verso di me, ha aperto gli occhi, mi ha guardato e poi è spirato. Mi rimane il rammarico per non aver vissuto questo momento a casa, ma in fondo c’era la speranza di strappare qualche giorno in più.

Che cosa vi ha donato Cristiano?

Sono convinta che Cristiano mi abbia aperto la strada del Paradiso, non ho più avuto paura della morte. Durante i soliti esami di routine mi sono ritrovata a non temere nulla. Ha portato tanto bene, dopo la sua salita in Cielo: mio figlio Pietro ha ricominciato a studiare ed è rinato, nello stesso anno ad ottobre si è sposato mio figlio Eros, grazie alla sua testimonianza anche la mia prima figlia si è avvicinata a Dio e tra qualche mese si sposerà anche lei. Cristiano per me è stato veramente un dono, nel periodo in cui è vissuto ha portato pace, unione, e non è scontato, perché tante coppie entrano in crisi in queste situazioni di malattia. All’inizio volevo rimpiazzarlo, ho iniziato a pensare all’affido, mi sembrava che qualcun’altro dovesse “prendere” il suo posto. Poi però abbiamo fatto discernimento e non abbiamo avviato nessuna pratica. Dopo un anno sono diventata nonna, siamo nonni, e abbiamo due nipotini. La malattia di Cristiano mi ha spronato a comunicare di più, perché penso che potrebbe venirmi all’improvviso una malattia che mi impedisce di esprimermi e di dire ciò che avrei voluto.

Poi quasi come risposta al mio desiderio, ci è stato chiesto di guidare una comunità giovane, e così altro che un figlio in affido ma tanti figli spirituali. Il Signore è generoso e sa di cosa abbiamo bisogno.

Noi non siamo stati bravi o speciali, ma abbiamo sperimentato che Dio c’è, una volta mi chiedevo:

Ma come fa il Signore ad entrare dentro di me e a darmi il suo Spirito?

Io credo che me l’abbia dato.

So che Gesù è venuto a prepararci un posto, ci credo ancora di più ora che lì c’è Cristiano. Se lui che era piccolo mi chiedeva come si fa ad arrivare in Paradiso perché voleva andarci, a maggior ragione ci devo credere io. Un giorno un sacerdote mi ha detto che i bambini che vanno in Cielo non sono angeli ma diventano Santi, perciò possiamo chiedergli di intercedere per noi.

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La testimonianza della maestra Alessandra

Luigina. Ora vi racconto un fatto accaduto il giorno successivo alla sua nascita in cielo. Mi trovavo nella camera ardente di Cristiano e mi raggiunge la sua maestra che, concitata, mi racconta ciò che era accaduto a scuola quella stessa mattina. L’insegnante lo ha messo per iscritto e lo ha letto in chiesa durante il funerale di Cristiano:

Il giorno successivo del suo allontanamento terreno, i compagnetti della sua classe in cortile si sono soffermati, catturati da una forte luce proveniente dal cielo ed hanno gridato: “maestra guarda Cristiano, è li lo vediamo”. Proprio così, un episodio meraviglioso. Ho subito pensato che quello era il primo giorno della sua definitiva assenza in classe ed invece lui ha lanciato un segno alla sua classe, ai suoi amici. Lui è con noi, lui sarà sempre con noi. (…) Cristiano viveva di silenzi e di sguardi profondi che penetravano dentro e che ora vorrebbe dirci:”sia fatta la volontà di Dio.

La maestra Alessandra
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La testimonianza della sorella Rachele

Erano i primi giorni di settembre del 2019. Una sera come tante mi trovavo al lavoro quando all’improvviso sento un forte dolore nella parte bassa della schiena, sulla destra. Chiudo il negozio a fatica, piegata dal dolore che si faceva sempre più forte e con le poche forze rimaste a fine giornata mi avvio a casa, anche se il viaggio da Bardolino a Pacengo sembrava interminabile per il male che non diminuiva, anzi. Dopo alcune ore trascorse sul divano, con sbalzi di temperatura e la schiena che non mi reggeva più in piedi, decido di farmi portare al pronto soccorso dal mio ragazzo Daniel che, molto turbato mi rimprovera di non esserci andata subito. Come succede spesso, in ospedale abbiamo trascorso 4 ore dove dopo varie analisi me ne torno a casa in piedi, senza dolore, ma con l’appuntamento per il giorno successivo per verificare un paio di parametri non chiari.

Reparto di urologia

Sembrava si trattasse di una semplice colica renale. Il giorno successivo incastro le mie mille cose da fare, tra negozio e clienti in arrivo, quando a metà mattina si ripresenta la stessa fitta di fronte alla quale la mia titolare non esita a mandarmi subito di nuovo in ospedale dove sarei comunque dovuta tornare. Dopo aver fatto un ecoaddome completo mi ritrovo nell’ambulatorio del reparto di urologia ad attendere l’arrivo della dottoressa. Più passavano i minuti e più aumentava il dolore.

Senza forze

Piegata dal male ho percorso varie volte il tragitto sedia-corridoio nella speranza arrivasse il medico a dirmi come far passare questa colica. Stanca, dolorante e frastornata mi addormento sulla sedia.Vengo svegliata dall’arrivo del medico il quale, nel vedere la mia espressione perplessa esclama: “beh, me ne vado se disturbo!”. Il mio stupore era solo legato al fatto mi aspettavo una dottoressa come mi era stato detto, poco importava chi mi visitasse, pensavo in quel momento. Invece, eccome se importava! Mi visita, ci sediamo al tavolo e consulta l’ecografia fatta in precedenza. Io non ho le forze nemmeno per parlare.

“Devi avere qualcuno lassù che ti vuole un gran bene”

Lui guardando il monitor mi dice: “devi avere qualcuno lassù che ti vuole un gran bene”. Trattengo a stento le lacrime, lui lo nota e io con la voce rotta riesco soltanto a dirgli che sì, qualcuno c’è ed è il mio nano di 7 anni che non c’è più. I minuti successivi sono confusi, sono ovattata e frastornata. Sento male e sento lui, il dottore, che con la sua sensibilità e delicatezza mi dice esserci una massa nera sul rene dx, piuttosto grande, sento di nuovo la parola tumore, ma sento anche “vediamo, può essere come no, facciamo altri esami”. Esco e piango. Ma poi alzo gli occhi al cielo e mi ricordo che ho promesso a Cristiano di essere forte sempre, di non abbattermi di fronte ai problemi e soprattutto rivivo il suo di dolore, nullo rispetto al mio, e torno a casa.

COLORS

Tumore al rene

Da lì a pochi giorni con mia mamma torniamo nello studio del dottore che nel dettaglio ci spiega che si tratta di una neoplasia di 8 cm, circoscritta ma col rischio di dover asportare il rene. Il suo modo di spiegare tanto chiaro quanto sensibile mi rassicurata all’istante, mi trasmette subito pace. I giorni seguenti mi sono ritrovata ad essere io a far forza soprattutto a Daniel e a mia mamma, che inevitabilmente si ritrovavano a rivivere quel problema seppur di assoluta diversa gravità rispetto a Cristiano.

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Rachele e Cristiano

L’operazione

L’intervento va meglio del previsto: riescono a salvare il rene e ad asportare completamente la massa. Il dottore è sempre stato presente soprattutto umanamente in quei giorni, passava alle 8 del mattino prima di iniziare il turno e mi salutava la sera a fine giornata, sempre col sorriso ed estrema delicatezza. Avvertivo nella sua presenza un senso di pace e di conforto. In me rimbombava ancora la frase pronunciata da lui il primo giorno senza conoscermi.

Nei mesi successivi la sua presenza si è rivelata per me essere opera di Cristiano: si sono verificate diverse circostanze in cui non poteva essere solo casualità. Scriversi messaggi nello stesso momento, incontrarsi per strada senza essersi accordati, forte empatia. La conoscenza con lui è proseguita nel tempo, siamo diventati amici e come tali ci siamo confrontati sulla nostra conoscenza.

Cristiano opera ogni giorno nella mia vita

Anche lui come me sostiene di essere stato spinto da una presenza, forza, ultraterrena nell’essersi approcciato a me con quell’espressione che non aveva mai usato con nessun paziente. Sentivo in lui la presenza di Cristiano che voleva prendersi cura di me e farmi guarire. E così è stato. La presenza di Cristiano ha fatto sì che oltre al forte legame instaurato col dottore, io diventassi anche baby sitter di suo figlio, il quale dalla prima volta che l’ho visto mi ha ricordato il mio fratellino.

Vuole rassicurarmi con la sua presenza

Dalle sue espressioni, dal modo di parlare… incredibile! Questa somiglianza mi è stata poi confermata da chi ha conosciuto Cristiano e di nuovo mi sono soffermata a riflettere che non può essere sempre una fatalità. Lui nella mia vita c’è e opera ogni giorno per il mio bene, attraverso segnali che io ho voluto cogliere e mantenere nel mio quotidiano, proprio perché lo considero un dono di Cristiano che vuole rassicurarmi con la sua presenza viva e forte nella mia vita.

CRISTIANO CALIARI,

La testimonianza della sorella Maria: come sono guarita grazie a Cristiano

1 maggio 2016: sogno Cristiano per la prima volta. Nel sogno aveva circa tre anni e voleva che lo prendessi in braccio per darmi un bacio. Mi sono sorpresa per quel gesto insolito da parte sua e mi sono sentita graziata per aver percepito così tanto amore verso di me. Quel giorno sono andata a Roma con la mia comunità in occasione dell’incontro con Kiko (Kiko Argüello, iniziatore del Cammino Neocatecumenale NdR.) in previsione della giornata mondiale della gioventù. Per me era un periodo buio, oltre che per la morte di Cristiano, anche per la malattia che mi divorava giorno dopo giorno e che mi impediva essenzialmente di vivere davvero: stavo diventando anoressica.

L’anoressia

Ma quel giorno, grazie a Dio e a Cristiano che ha interceduto per me sono stata salvata ed è cominciata la mia rinascita. Ricordo bene ogni singolo pensiero avuto e come lo Spirito Santo ha cambiato il mio cuore e i miei pensieri. Sono consapevole che se ciò non fosse accaduto sarei sprofondata nell’abisso di questa malattia, con il ricovero in clinica come unica via di cura. Ma il Signore ha avuto pietà di me e attraverso Cristiano ha voluto darmi un segno, una certezza della vita eterna, che mi ridato la gioia di vivere davvero. Durante quel giorno ho sentito forte la presenza di mio fratello; in particolare, durante l’incontro,  in cui erano presenti migliaia e migliaia di persone, mentre camminavo verso il bagno, mi è apparso davanti agli occhi un bambino con la maglietta di SpongeBob, il cartone tanto amato da Cristiano. Per me quello è stato un segno chiaro e forte della sua presenza. 

Il senso della morte di Cristiano

Ma la mia vita è cambiata poco dopo, quando Kiko ha proclamato la parola di Dio. Questo versetto in particolare mi è rimasto nel cuore e mi risuona tutt’oggi nella mente:  “ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivano non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro” (2 Cor 5,15). Questa parola ha fatto immediatamente verità sulla mia situazione. Ho realizzato all’istante che stavo vivendo solo per me stessa, che stavo vivendo al fine di dimagrire sempre di più; Cristiano non voleva questo per me: la sua morte, così come quella di Cristo tanti anni prima, non erano avvenute invano, ma perché gli altri potessero vivere e vivere davvero; lui sapeva che c’era molto più di quello che immaginavo io riservato per me e per il mio futuro.

Il miracolo di Cristiano

Pensando al sogno fatto e interpretandolo come un invito all’affetto e alla maternità per la donna che ero, mi è stato chiaro che se avessi perseverato sulla strada dell’anoressia, per me sarebbe stato impossibile diventare mamma, in quanto in amenorrea da diversi mesi (assenza di ciclo). Da quel momento con convinzione e con impegno presi la decisione di riprendere a mangiare. Questo è stato l’inizio del mio percorso di guarigione, che, anche se lungo e travagliato, è stato sostenuto da questo forte memoriale che ho sempre visto come un miracolo di Cristiano. 

CRISTIANO CALIARI,
Maria e Cristiano

La pace e il fantasma della malattia

Cristiano ha permesso che sperimentassi cosa significa avere fede, donandomi un periodo meraviglioso in cui mi sono sentita tanto vicina a Dio e a lui. Qualche mese dopo avevo ripreso a mangiare ma ero sempre molto combattuta perché non volevo assolutamente riprendere più di tre kg di peso. Ero in lotta con Dio perché per me, per la mia mente malata ingrassare significava morire. Pensavo che, se fossi ingrassata, quella sarebbe stata la tragedia della vita, anzi la mia vita non avrebbe più avuto un senso, uno scopo (questo è ciò che la malattia ti porta a pensare).

La promessa di Cristiano e di Cristo

Ero ogni giorno combattuta tra la cosa che sapevo essere quella giusta da fare, cioè mangiare e quella di rimanere magra o meglio del peso stabilito come accettabile dalla mia mente. Mi sforzavo di mangiare perché volevo vedere realizzata la promessa di Cristiano e del Signore che sarei potuta ritornare ad essere una donna vera. Ricordo che era luglio quando un giorno mi comparse il ciclo seppur in minima traccia e per solo una giornata. Pesandomi vidi che ero aumentata solo di un kg. La prima cosa che pensai fu “Dio è fedele”, ma non solo: ti da anche di più di quello che desideri.

La fedeltà di Dio

Fino ad allora erano state per me solo parole ma quel giorno ho avuto la grazia di sperimentare la fedeltà di Dio e vedere quanto riceve chi si abbandona a lui, chi molla la presa per lasciar fare a Lui nella propria vita.

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bambinoparadisotestimonianze di vita e di fedetumore
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