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I Mitchell contro le macchine: i punti deboli della famiglia salvano il mondo

MITCHELL, FAMILY, NETFLIX

Netflix | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 11/05/21

Nella Top 10 di Netflix c'è un film di animazione che parla di una famiglia normalissima e imperfetta che salva il mondo. Tanta propaganda ideologizzata in giro, eppure il pubblico guarda quello in cui si riconosce davvero.

Una mamma, un papà, due figli, un cane … e l’apocalisse dei robot. Uscito lo scorso 30 aprile il film di animazione I Mitchell contro le macchine ha scalato la classifica di Netflix piazzandosi nella Top 10. Possibile che quella vecchissima storia sulla famiglia sgangherata che salva il mondo funzioni ancora? Davvero ci lasciano guardare scene in cui si parla impunemente di “padre” e “madre” senza disclaimer? Eh sì, ma non solo. Il pubblico lo apprezza assai.

Il mondo è in pericolo, sai che novità

Il mondo è in pericolo perché le macchine prendono il potere e vorrebbero annientare il genere umano. Non è una trama clamorosamente nuova, anzi. E non è neppure originale l’idea che a salvare le sorti del nostro pianeta sia il protagonista più improbabile. In questa pellicola la protagonista è Katie Mitchell, una ragazza pronta a lasciare la sua famiglia per andare al college. Accanto a lei c’è un padre aggiustatutto e poco tecnologico, una madre non filiforme e simpaticissima, un fratello di nome Aaron fissato coi dinosauri e il cane Mochi, strabico.

La trama de I Mitchell contro le macchine è, secondo una certa lettura, banale. Ma visto il successo decretato dal pubblico, forse si può azzardare a dire che banale è un gran bel complimento. Ogni mattina prendiamo uno o due o più caffé, ma non diremmo che è banale per il semplice fatto che l’azione si ripete sempre uguale. Diremmo che è un’abitudine.

Ci sono riti che ci piace ripetere. Uno di questi è fare memoria che la nostra presenza, per quanto piccola e imperfetta, collabora a costruire un destino migliore per il mondo. Le storie che parlano di avventure con eroi quotidiani che compiono gesta incredibili sono cronache di vita vissuta pericolosamente ogni giorno. Ciascuno di noi preparando un pranzo, anche solo riscaldato al microonde, salva il mondo: salva – ad esempio – i propri figli dallo sbranarsi a vicenda quando escono da scuola con un appettito degno di un T-Rex.

In una scena bellissima Katie Michell scopre che sua madre se la cava benissimo in mezzo all’apocalisse dei robot e si complimenta con lei. A questo punto a mamma Linda, maestra elementare, spetta la battuta migliore possibile: «Cara, questa è la mia giornata tipo».

E qui si ride e si applaude. Proprio perché non è una novità, tutti sappiamo bene cosa intende. Tutti abbiamo bisogno di riderci su e di applaudire alle nostre apocalissi quotidiane.

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Non è l’esagerato, l’inaspettato e il clamorosamente assurdo che gratifica ed esalta l’immaginazione dell’uomo. Dovrebbero ricordarselo gli sceneggiatori.

La storia delle storie – la Genesi – ripete tante volte: «era cosa buona». Dopo secoli e secoli siamo ancora lì. Guardiamo un film e ci aspettiamo l’eterna trama dell’eroe imperfetto che salva il mondo perché abbiamo bisogno di ricordare a noi stessi quella voce: quello che fai è cosa buona (anche se ti sfinisce).

La vera forza dei Mitchell? Hanno solo punti deboli

Stravagante. È l’aggettivo che si ripete più spesso per descrivere la famiglia Mitchell. Sono l’unico gruppo umano che riesce a sopravvivere all’attacco delle macchine. Quando Pal, l’intelligenza artificiale che guida l’insurrezione dei robot, indaga su quale sia la caratteristica invincibile di questa famiglia eroica, salta fuori solo una lista lunghissima di difetti.

Pare che il punto di forza di questi eroi siano i loro punti deboli. Non hanno strategie vincenti, non hanno talenti particolari, non sono neppure così affiatati tra loro (padre e figlia sono in piena rotta di collisione). Come è possibile che combattano e vincano? Neppure i Mitchell sanno spiegarselo…

Cos’è allora questa stravaganza? Non è solo qualcosa che esce dallo standard e dagli stereotipi. La vera stravaganza dei Mitchell ha a che fare con la radicale accoglienza che è tipica solo di quell’assembramento umano chiamato famiglia. In ogni altro genere di gruppo c’è una somiglianza iniziale come punto di aggregazione. In famiglia appartenere è più forte di dire mi vai bene (… è una roba che fa saltare i nervi e commuove al tempo stesso).

La famiglia è stravagante per natura, cioé è accogliente per missione. Si fonda sull’idea che la presenza di ciascuno è un dono per gli altri. A prescindere dal corredo genetico perfetto, e dalla sintonia degli stati d’animo. Sì, è decisamente stravagante che ci si voglia bene lì dove si litiga a tavola. La signora Mitchell ama un marito che le ha regalato un cacciavite per l’anniversario di matrimonio, e lo detesta per lo stesso motivo. Ma quel cacciavite serve per salvare il mondo.

Non serve di noi altro che quel meno peggio che siamo. Ed è bello ritrovare tutto ciò in un film per bambini, visto che ovunque si parla tantissimo di “cos’è una famiglia” senza che qualcuno si sporchi un mignolo con l’ipotesi reale, viva e incasinata che è volersi bene tra quattro mura.

I titoli di coda, una bella sorpresa

Ho riso per tutto il film, ma sui titoli di coda mi sono commossa. Il nome di ciascuno dei membri che ha lavorato a questa produzione Sony è accompagnato da una vera foto di famiglia. L’elenco è un genere letterario sottovalutato di questi tempi, me è efficace.

Ciascuno si presenta mostrando un’immagine della famiglia a cui appartiene. Il nostro nome non parla solo di noi, ma della storia che ci ha nutriti da prima che nascessimo. Questo lungo elenco di nomi e foto di famiglia mi pare più autentico e sensato di tanta propoganda attuale.

Sembra che chi si arroga il diritto di definire cosa sia un padre e una madre oggi abbia in mente tutto, tranne ciò che è alle sue spalle (nel domestico del suo vissuto). Chi ha inventato la genialata di genitore 1 e 2 dovrebbe concedersi il regalo di guardare questi titoli di coda. Sono un documento umano più autentico di certi saggi antropologici sfornati da illustri accademici.

Non partiamo dalle teorie, ma dagli elenchi e dagli appelli. Chi sono io? Qual è la mia storia? Chi c’è accanto a me nel ritratto che vedo allo specchio?

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