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Emozioni e “trucchetti da santi” (1/5): accogliere la tristezza con Tommaso d’Aquino

Mary Long I Shutterstock

Mathilde De Robien - pubblicato il 04/05/21

Come i santi più grandi hanno gestito le loro emozioni? Sulla scia di Edwige Billot (autrice in Francia di “Et si les saints nous coachaient sur nos émotions ?” [Téqui]), Aleteia vi propone di scoprire ogni giorno per cinque giorni un “trucchetto da santo” per orientare un’emozione secondo il cuore di Dio.

«Ho compreso che non potevamo andare a messa lasciando sul sagrato la nostra collera o la nostra tristezza. No. Il Signore ci chiede di andare verso di Lui con tutto il nostro essere», riflette Edwige Billot, sposata e madre di tre figli, impegnata da un decennio nel campo delle Risorse Umane e autrice di “Et si les saints nous coachaient sur nos émotions ?”, comparso in gennaio per le edizioni Téqui. 

Appassionata dalla dimensione psicologica dell’uomo e dalle testimonianze agiografiche, si è convinta che proprio i santi hanno colto meglio fino a che punto Dio desideri raggiungerci nel fondo delle nostre emozioni. Emozioni e relazione con Dio: due facce della medaglia della vita che possono essere unificate. Non si tratta di ignorare le emozioni (reazioni fisiologiche del nostro corpo a un evento), ma di accoglierle, di comprenderle per rivolgerle verso una buona direzione. Se le emozioni possono farci traballare, esse possono anche – se guardiamo alle vite dei santi – permettere di crescere, di progredire e di prendere buone decisioni. 

La tristezza, ovvero il laccio della disperazione 

San Tommaso d’Aquino definisce la tristezza come “dolore dell’anima”. Il laccio della tristezza sta nel compiacervisi indefinitamente e di scivolare nella disperazione. È la “tristezza eccessiva” denunciata da san Paolo (2Cor 2,7). Uno stato che alla fine ci allontana da Dio – Egli che è fonte di speranza. 

Per l’autore della Summa Theologiæ, psicologo ante litteram

tutto quanto ci fa male, se lo si custodisce per sé, ci affligge maggiormente perché l’attenzione dell’anima vi si concentra di più; al contrario, quando si esteriorizza l’attenzione dell’anima si trova in qualche modo dispersa al di fuori e il dolore interno ne risulta diminuito. 

Th. Aq., S.Th. I-II q. 38 a. 2 

La malinconia si accentua se non lasciamo libero corso alla nostra tristezza. 

Per evitare di scivolare nel laccio della disperazione, è cosa buona anzitutto concedersi il diritto di piangere. San Tommaso d’Aquino raccomanda di lasciare che il cuore si scarichi dalle lacrime: piangere permette all’anima di evacuare una pena, senza la quale l’amarezza si accumula e ci paralizza. 

Anche papa Francesco incoraggia in tal senso; si ripensi a quel che ebbe a dire nel gennaio 2015 incontrando i giovani delle Filippine, e anzi laddove davanti a lui una ragazza era scoppiata a piangere: 

Certe realtà della vita si vedono soltanto con gli occhi puliti dalle lacrime. Invito ciascuno di voi a domandarsi: «Io ho imparato a piangere?». […] Al mondo d’oggi manca il pianto! 

Piangere è anche un modo di collocare la propria tristezza sotto lo sguardo di Dio, e di lasciarsi confortare da Colui che è fonte di ogni consolazione: 

Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio. Infatti, come abbondano le sofferenze di Cristo in noi, così, per mezzo di Cristo, abbonda anche la nostra consolazione. 

2Cor 1,3-5

[traduzione dal francese a cura di Giovanni Marcotullio] 

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