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Laura: ho affidato a Dio il mio intervento di rimozione dell’utero

LAURA SIVALLI, SORESINA

Courtesy of Laura Sivalli

Annalisa Teggi - pubblicato il 29/04/21

"Mi af-fido perché mi fido" con questa certezza Laura Sivalli, lettrice di Aleteia, condivide la sua storia: prima la malattia colpisce in modo grave i genitori, poi un tumore la costringe a un intervento di rimozione dell'utero in giovane età. "Non sarò madre, ma Dio sta preparando altro per me".

Il lunedì sera alle 21 recito il rosario con gli amici di Impresa orante. Non riesco a essere sempre fedele, ma questo è un altro discorso. Due settimane fa, al termine della preghiera c’è stato spazio per una breve testimonianza. E breve va benissimo quando c’è un messaggio chiaro da condividere. Ha parlato una giovane donna di 39 anni di nome Laura, raccontando di come la partecipazione alla veglia con San Giuseppe del 19 marzo scorso l’avesse accompagnata ad affrontare un intervento di rimozione dell’utero. Si percepiva dietro la sua voce una serenità profonda, non di facciata. Ho voluto conoscerla.

Anche se solo a distanza, ho fatto un tuffo molto rigenerante nella vita di Laura Sivalli. Lei si è raccontata con grande semplicità e libertà, squadernando un percorso umano segnato da tappe dolorose e da un ascolto di Dio che si è fatto sempre più personale e profondo. (Sono stata anche felice di sapere che è una lettrice fedele di Aleteia, che ringrazia dei nostri contenuti come giudizi che l’accompagnano nel quotidiano).

Vi lascio alle sue parole, che parleranno di sofferte sottrazioni subite e doni providdenziali inaspettati. Ascoltandola ho pensato: e se questa faccenda del centuplo avesse a che fare con la perdita? Non è forse vero che solo quando ci sentiamo bisognosi o manchevoli ci accorgiamo con maggiore chiarezza del di più che Dio ci dà, qui e ora?

Cara Laura, racconti a me e ai lettori di Aleteia For Her chi sei?

Sono pedagogista, ho studiato all’università di Bergamo. Adesso lavoro nell’ Ente Professionale InChiostro a Soncino, sono la coordinatrice di un corso per ragazzi diversabili. Ho curato tutta l’impronta pedagogica di questo percorso, lo scopo è dare tempo ai ragazzi di capire chi sono. Spesso nelle scuole si parla di inclusione, ma significa che i ragazzi disabili devono attenersi ai tempi imposti dal percorso scolastico. Invece, dando loro il tempo necessario, li vediamo diventare autonomi. Ci sono diverse disabilità: abbiamo ragazzi con sindrome di Down, altri con sindrome autistica e lavorano tutti  nell’ambito della ristorazione. Ogni giorno siamo testimoni di piccoli miracoli.

Quindi stiamo parlando di adolescenti?

Sì, finite le medie vengono da noi per tre anni. E poi, insieme ai servizi sociali, se sono collaborativi, studiamo quello che può essere il loro progetto di vita futuro. Alcuni possono essere inseriti in ambito lavorativo, altri vanno nei centri diurni arrivandoci però con una certa consapevolezza. Passare dalla terza media al centro diurno senza un accompagnamento pedagogico può essere scioccante. Gli anni insieme a noi sono importanti per capire le loro difficoltà, ma soprattutto le loro risorse.

Cosa ti ha portato a lavorare nell’ambito pedagogico e delle disabilità?

Non è un caso, la scuola in cui oggi lavoro è quella in cui io ho studiato da ragazza. Al tempo in cui la frequentai era un Istituto Tecnico per i Servizi Sociali e ci sono arrivata a causa di una brutta crisi adolescenziale. Avevo cominciato le magistrali a Cremona, ma non mi sono trovata bene. All’epoca non si parlava ancora di bullismo, a posteriori ho capito di esserne stata vittima.

Alla fine del primo anno ho lasciato quella scuola perché stavo male. Sono rimasta a casa per due anni, finché qualcuno nell’oratorio che frequentavo mi ha proposto la scuola di Soncino dedicata ai servizi sociali. Sono stati 5 anni bellissimi in cui ho messo a fuoco il mio desiderio di lavorare per gli altri. Quando poi, più tardi, i miei genitori si sono ammalati e io ho dovuto lasciare Bergamo e tornare a Soresina per supportarli, è arrivata la possibilità provvidenziale di lavorare da pedagogista in quella scuola. Prima sono stata insegnante di sostegno poi mi sono dedicata anima e corpo a questo corso per diversabili.

Da una crisi adolescenziale è nata un’occasione che ora ti permette di fare la cosa che ami di più, aiutare gli altri. Dici che hai lasciato Bergamo per tornare a Soresina per assistere i tuoi genitori. Cosa è successo?

Nel 2008, alla fine della mia laurea triennale, mia madre ha avuto un ictus. Quel giorno, quando mio padre mi chiamò, non era sicuro che sopravvivesse. Era una donna ancora giovane, aveva 52 anni. Lavorava in banca e quello fu l’anno della crisi delle banche, probabilmente era molto sotto stress ma non lo dava a vedere. La vena che le si ruppe era in punto molto profondo del cervello, non poteva essere operata. Ci dissero che bisognava aspettare e vedere se, col supporto di certi medicinali, la ferita si sarebbere rimarginata in modo naturale.

Ho trascorso una settimana di preghiera perché ci credo davvero. Sono cresciuta in una famiglia dove Dio è presente come a Brescello, gli parliamo in modo franco e familiare come Don Camillo.

Sono andata al Santuario di Caravaggio e ho il ricordo di me che piango davanti alla statua della Madonna. Avevo anche scritto un foglio, elencando tutte le cose che mia madre aveva fatto per Maria.

Trascorsa quella settimana è arrivata la notizia che il sangue si era fermato, mia madre non doveva essere operata e c’era buona probabilità che sopravvivesse.

Ero andata anche a Bergamo a pregare, nella Cappella del Santo Jesus che si trova nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie. Il 15 settembre del 1608 in questo luogo accadde un miracolo. C’era un dipinto che raffigurava Gesù sotto il peso della Croce ed era vestito di rosso e blu, come da iconografia classica. Quel giorno, davanti a testimoni, l’immagine di Gesù si alzò in piedi, spostò la croce dalla spalla sinistra a quella destra, sudò sangue e il manto diventò bianco bordato d’oro. Mostrò il passaggio dalla morte alla Resurrezione.

Il messaggio di quel luogo è: quando portate la Croce, non fatelo da sofferenti ma da risorti. Ho scoperto questa Cappella proprio nella settimana critica per mia madre e ne sono rimasta colpita.

Immagino che questo luogo ti sia rimasto nel cuore anche nella fatica del periodo successivo.

Sì, sono tornata spesso lì a pregare, a dire a Gesù: “Continua a testimoniarmi che tu ci aiuti a portare la Croce”. È stato decisivo nel lungo periodo di riabilitazione di mia madre, che ha chiesto grossi sacrifici anche a mio padre e alla mia sorella minore. Ha riacquistato pian piano la parola, è comunque paralizzata e ha un braccio che non può muovere. Ricorda tutto e forse il segno più “positivo” è che litighiamo di nuovo. Per noi è un grande miracolo che lei mentalmente sia rimasta quella di prima. C’è, è lei.

Ci sarebbe da prendere fiato e ringraziare, ma un’altra batosta si profila all’orizzonte, vero?

Sì, in seguito è toccato a mio padre: da alcuni controlli emerse che andava incontro alla dialisi a causa di cisti presenti nei reni. Ha cominciato quella peritoneale nel 2015, cioè quella che si può fare a casa. È ricominciato un periodo tosto perché abbiamo dovuto ripensare a come assistere mia madre. Nonostante l’inizio positivo della dialisi, nel 2016 i medici ci dissero che era necessaria un’operazione a cuore aperto, perché una valvola mitralica aveva dei problemi. Non è stato un intervento facile, è durato sette ore, ma è andato bene.

Superato questo scoglio, mio padre ha dovuto cominciare l’emodialisi. Da allora va tre volte a settimana in ospedale. Ed è stata un’ulteriore circostanza in cui abbiamo visto la nostra libertà venire meno. I miei genitori sono ancora giovani e quindi per loro è difficile accettare di avere vicino persone esterne che li assistono. Perciò io e mia sorella ci siamo dedicate a loro. Le famiglie dei miei genitori ci stanno molto vicine. Una zia, ad esempio, quando è morta mia nonna materna, ha regalato a me e mia sorella la sua parte di casa per poter essere più indipendenti ma nello stesso tempo vicine ai miei genitori perché il condominio è lo stesso.

C’è un togliere che fa male e un ricevere inaspettato. Al tuffo a capofitto nella prova, si accompagna un sussurro di compagnia provvidenziale. E dopo aver portato la croce dei tuoi genitori, è arrivato anche il momento di sentirne il peso direttamente sulle tue spalle.

Fino a questo momento avevo sperimentato la malattia degli altri, sia nel caso dei ragazzi diversabili sia nel caso dei miei genitori. Poi durante il lockdown dell’anno scorso è toccato a me: ho avuto delle forti perdite e appena è stato possibile ho fatto degli accertamenti. L’endometrio era inspessito e dall’isteroscopia è emerso, inizialmente, che potevo essere in una fase pretumorale. Da un’ulteriore visita e indagine la situazione è risultata più seria. Il tumore c’era già. A quel punto è arrivata la fatidica domanda da parte della ginecologa che mi seguiva: “Ma tu vuoi dei figli?”.

Una doccia freddissima, come hai reagito?

Sono rimasta bloccata. Dentro di me, in quel momento, il pensiero di diventare madre non c’era. C’era stato anni prima quando avevo avuto una relazione che poi è finita. Poi sono stata talmente concentrata sulle emergenze nella mia famiglia che non ci ho pensato più. Anche negli ultimi anni non ho sentito il desiderio di avere una relazione e di costruire una famiglia. D’altra parte, è maturato di più dentro di me il bisogno dell’ascolto di Dio. Ho scoperto le riflessioni di Antonella Lumini sul monachesimo interiorizzato. Intuizione avuta dopo una adorazione eucaristica. In pratica lei vive a Firenze ed è parte di un monastero urbano: vive una realtà eremitica in un appartamento cittadino, dedica tantissimo del suo tempo alla preghiera. Ho scoperto attraverso di lei l’esistenza di queste persone che sono eremiti urbani. Non vivono in comunità, ma la casa è il loro monastero. È un’esperienza che mi attira.

Proprio poco tempo prima che scoprissi del tumore avevo chiesto a Dio di mostrarmi che strada dovevo prendere. Di fronte alla chiarezza di sapere che mi sarebbe stato tolto l’utero, ho pensato che Dio con altrettanta chiarezza mi stava dicendo che la famiglia non era per me. Era come se mi dicesse: “Tu mi servi per altro, tu ti devi dare agli altri”. Non so ancora cosa ha in mente per me, ma ho capito che anche questo è un suo segno.

Al momento dell’operazione ho parlato con Dio, con la stessa franchezza di Don Camillo, dicendogli che gli offrivo quello che mi veniva tolto perché non capivo ma mi fidavo.

Aspetta, aspetta. Spiegami meglio questa ipotesi di dono.

Sì, ho affidato a Dio quello che per me era un passo grande, gli ho detto: “Vedi tu cosa farne”. Ho pensato tanto alle donne stuprate, ad esempio. La mia prima tesi era dedicata ai clienti delle prostitute, a come potevano essere redenti attraverso un percorso educativo. Ho fatto esperienza di strada a fianco delle prostitute con Don Fausto Resmini a Bergamo (di recente gli è stato intitolato il carcere a Bergamo, dopo che è morto di Covid). Per strada ho visto con i miei occhi cosa subiscono queste donne e quindi è proprio la prima cosa che ho pensato.

Prima dell’intervento di rimozione dell’utero non ero mai stata ricoverata in ospedale e ho pensato di fare questo passo, offrendo ciò che mi veniva tolto in favore delle donne. Tutto il mio percorso di fede precedente e anche il cammino in mezzo alla sofferenza mi è servito per imparare ad affidarmi. Spesso scrivo sulla mia agenda questa frase, per ricordarlo a me stessa: “Mi af-fido perché mi fido”.

L’intervento come è andato?

È andato bene, è durato due ore e sono riusciti a farlo in laparoscopia. C’era l’eventualità che oltre all’utero dovessero rimuovermi anche le ovaie ma non è stato così. La cosa particolare è che si tratta di un intervento che si fa sugli anziani, non sui giovani. Questo tipo di tumore è più frequente dopo i 60 anni.

Se avessi voluto avere un figlio, mi hanno detto che c’era la possibilità di farlo: sarei dovuta rimanere incinta prima dell’operazione e, col supporto di una certa terapia medica, il bambino sarebbe stato fatto nascere. Ho pensato a Santa Gianna Beretta Molla. È evidente dalla situazione che ho davanti che i figli non sono nel mio futuro, generarne uno a comando non era affatto la via.

Il coraggio mi è stato dato anche nella notte di veglia in preghiera con San Giuseppe organizzata da Impresa orante in concomitanza con la mia operazione ed è stata una presenza in più per sentirmi proprio accompagnata. Qualche giorno prima di essere ricoverata ho anche scritto una lettera ad alcune monache di Cremona la cui chiesa di San Sigismondo si vede dalle finestre dell’ospedale [vedi immagine di copertina – NdR]. La loro risposta mi ha illuminato, mi hanno scritto: “Ci uniamo a te, perché anche noi tutti i giorni offriamo il nostro corpo per Lui”.

Verrebbe da dire che Dio con te ha usato la sottrazione, come operazione matematica, per chiamarti a fare esperienza della sua Provvidenza: il bullismo che ti toglie da una scuola e ti mette in un’altra, la salute compromessa dei tuoi genitori, l’utero che ti viene tolto. Però tu non hai guardato a tutto questo con la domanda arrabbiata a Dio: “Ma perché mi togli tanto?”.  Cosa ti permette di affidarti?

In tante piccole cose ho visto che Lui c’è. Quando sto coi ragazzi della mia scuola, vedo la sua presenza all’opera. Lo vedo anche in mia mamma: pur facendo fatica a muoversi, lei è creativa e si dedica a fare presepi particolari, usa delle bambole di pezza. La nostra sala è un presepe permanente. E poi la casa che ci è stata regalata. Questi sono i segni che mi suggeriscono che tutto non può fermarsi solo al dolore. Secondo me dovrei affidarmi ancora di più alla provvidenza (sono umana anch’io con questo e tanti altri mille difetti).

 E poi ecco, un altro segno chiaro. Quando mio padre ha cominciato la dialisi io vivevo ancora a Bergamo e ho deciso, non con troppo entusiasmo, di ritornare sui miei passi. L’incognita del lavoro da trovare l’ho affidata a Dio. Per un anno ho aiutato i ragazzi a fare i compiti in oratorio a Soresina. L’occasione di entrare nella scuola dove sono ora è arrivata all’indomani della mia visita a Sotto il Monte, dove vado ogni tanto a pregare il mio “Papa Gio’” (chiamo così familiarmente San Giovanni XXIII) che nacque lì. La provvidenza, con i suoi tempi, era arrivata. Se togliessi gli occhiali della fede dalla mia vita, sarei soffocata.

Da pedagogista mi rendo conto che Dio stesso è un grande pedagogista con noi. Prima ti dà l’esempio e poi ti lascia camminare con le tue gambe. Non è il genitore che ti mette in salvo prima di ogni pericolo, ti lascia fare perché solo così si cresce. È un vero educatore, proprio perché ci fa passare attraverso la fatica, il dolore. Nel mio caso, cerco di stare dentro le prove pensando che sono «Lui che mi prepara a…». E non so a cosa Dio mi sta preparando, so che mi incoraggia come faccio io da educatrice coi miei ragazzi: «Ora tocca a te».

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