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Elisabetta, vedova innamorata: mio marito è in Paradiso ed io mi sento vicina a lui

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Photo courtesy of Elisabetta Modena

Silvia Lucchetti - pubblicato il 28/04/21

La testimonianza d'amore e di fede di una vedova con il talento della scrittura: "Dopo la morte di Francesco la preghiera e lo Spirito mi hanno aperto al mondo della risurrezione: avverto che lui è vivo, presente, risorto. Le poesie sono il modo di testimoniare il dolore, ma anche la gioia di attenderlo".

Oggi sono felice di condividere con voi lettori la storia di Elisabetta e di suo marito Francesco, morto nel 2019 a causa di un tumore al cervello. Ho conosciuto Elisabetta lo scorso anno tramite Facebook e così ho scoperto che è vedova, mamma a tempo pieno di 4 figli, lavoratrice part-time e autrice appassionata di libri.

Ha esordito con la narrativa per ragazzi con una piccola casa editrice, e poi la sua penna si è dedicata alla narrativa per adulti. Ha scritto 8 libri (prettamente per un pubblico giovane) firmati con il suo nome, Elisabetta Modena, e 5 romanzi d’amore con lo pseudonimo Judith Sparkle. Dopo qualche parentesi con alcune case editrici, Elisabetta ha scelto di essere un’autrice indipendente e di pubblicare i suoi lavori su Amazon.

La ringrazio tanto perché ha avuto la generosità di mandarmi il libretto di poesie che ha scritto dopo il distacco da suo marito: “Come un campo di girasoli”, illustrato da sua figlia Letizia. Prima di intervistarla ho letto le sue composizioni, mi sono lasciata catturare dai versi d’amore e dolore, ma mai disperazione, dalle atmosfere quasi oniriche ma al contempo reali, che Elisabetta ha scritto con il cuore colmo di gratitudine e nostalgia.

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Le ho chiesto di donarci la sua testimonianza perché avevo voglia di aprire almeno una finestra su una condizione esistenziale di cui poco si parla: quella della vedovanza.

Mi ha colpito tantissimo una frase che Elisabetta ha detto durante la nostra chiacchierata in videochiamata:

Le croci venivano sempre da fuori, a me e Francesco il Signore ci ha dato il segno dell’unità.

Conosciamo la loro storia.

Cara Elisabetta, cominciamo con le presentazioni

Mi chiamo Elisabetta, sono stata sposata con Francesco per 20 anni e abbiamo avuto 4 figli: Giuseppe 21 (quando il papà è salito in Cielo aveva 19 anni), Benedetto 19 (all’epoca 17enne), Letizia 17 e Costanza 11 (rispettivamente 15 e 9 quando è morto mio marito). Ho fatto la casalinga per tutto il tempo del matrimonio e ora ho iniziato a lavorare grazie alla Provvidenza che ci è venuta incontro.

Partiamo dall’inizio. Come è nata la storia con Francesco?

Ci siamo conosciuti all’università, frequentavamo entrambi il Centro Pastorale Universitario di Verona. Erano alcune aule studio e una cappella messa a disposizione dalla Diocesi per gli universitari; in più era la sede della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana NdR). Furono anni molto belli e arricchenti in cui potemmo conoscerci in un ambiente dove, oltre alla cultura, si respirava anche la fede. Iniziammo ad andare a messa tutti i giorni e questo sicuramente fu un dono per discernere la vocazione a sposarci.

Quando avete deciso di sposarvi?

Dopo un paio d’anni. Stavamo per laurearci e non avevamo nulla da parte, men che meno il lavoro. Certi però che il Signore avrebbe provveduto (e sostenuti anche dall’esperienza di fede del Cammino Neocatecumenale), ci siamo fidati di Dio e abbiamo scelto l’8 maggio dell’anno successivo (1999 NdR). In quei mesi abbiamo trovato tutto: lavoro, mobili, casa. Il Signore è veramente grande e non si tira indietro quando i suoi figli gli chiedono aiuto.

Perché avete scelto di consacrare il vostro matrimonio e i vostri figli alla Madonna?

All’inizio l’idea venne a me. In quel periodo, era il 1998, avevo ascoltato su Radio Maria le catechesi di Padre Livio Fanzaga sulla consacrazione alla Madonna. Pensai: “Farebbe bene anche a noi”. Eravamo giovani, inesperti e con situazioni familiari complicate: sentivo che la Madonna ci avrebbe protetti. Francesco fu d’accordo, amava molto la Vergine e il rosario: in alcuni momenti bui della sua vita recitarlo lo aveva salvato. E siccome il Signore, oltre alle idee dà anche le persone per realizzarle, conoscemmo le Missionarie dell’Immacolata di Padre Kolbe: una di loro ci preparò alla consacrazione che avvenne il giorno del matrimonio. Diventati una “famiglia mariana” ci venne spontaneo consacrare ciascun figlio alla Madonna. In Lei vediamo la custode della fede, colei che ci guida a suo Figlio e ci protegge. Il Vangelo delle nozze di Cana è sempre stato il nostro preferito ed è stato anche quello del matrimonio.

Come è iniziata la vostra avventura di giovani sposi?

In mezzo a tante difficoltà ma anche pieni di felicità. Eravamo davvero giovani se mi guardo indietro, io 25 anni e Francesco 27. I primi tempi furono segnati da tanta precarietà: anche se Francesco veniva regolarmente assunto (come grafico), le ditte erano piccole, il lavoro calava e doveva cercarne altre. Ha sostenuto molti colloqui con pazienza e umiltà, cambiando azienda per tre volte. Io, nel frattempo, ero a casa con i bambini: i primi tre sono arrivati a pochi anni di distanza e c’era un bel da fare. Pur in mezzo a queste prove, abbiamo sempre sentito la vicinanza e la benedizione di Gesù e Maria. Appena sposati, poi, Francesco aveva anche superato il concorso come professore alle superiori; rifiutava le supplenze in quanto non rappresentavano un impiego stabile. Dieci anni dopo arrivò l’assunzione a tempo indeterminato: si licenziò dall’ultimo posto di lavoro per realizzare il suo sogno di insegnare.

“Sul monte il Signore provvede”: per voi è stato davvero così?

Sì sì, verissimo! Potrei raccontare un sacco di episodi, ne scelgo tre. All’inizio Francesco lavorava sempre lontano da casa e tornava stanco alla sera. Al suo terzo cambio di azienda decidemmo di avvicinarci al luogo dove lavorava, così avrebbe trascorso più tempo in famiglia. Era appena nata la nostra terzogenita e non avevamo tempo di pensare anche a cercare casa, con tre bambini piccoli da seguire. Dio ci venne incontro: il padre di un collega di Francesco, che abitava nel posto dove intendevamo trasferirci, si fece spontaneamente il giro di tutte le agenzie immobiliari del paese per cercarci casa. E ce la trovò!

Poi quando Francesco iniziò ad insegnare fummo spettatori di un altro piccolo miracolo: gli era stata assegnata una destinazione provvisoria dall’altro capo della regione. Per una serie di circostanze burocratiche (e senza dubbio provvidenziali) alla fine ottenne l’incarico nel nostro paese, a due passi da casa.   

Un altro fatto importante è stata il mio attuale impiego: chi assumerebbe oggi, con la mancanza di lavoro per la pandemia, una vedova sempre stata casalinga? Invece si è fatta avanti l’ultima azienda dove ha lavorato Francesco (prima di passare all’insegnamento, e alla quale lui aveva chiesto aiuto negli ultimi mesi di vita). Per me e per i miei figli è stato davvero un segno del cielo.

Quando ha iniziato a stare male tuo marito?

È accaduto in modo improvviso, senza alcuna avvisaglia. Il 19 agosto 2018 (una domenica mattina, eravamo a casa) ha avuto un forte attacco epilettico. In ospedale gli hanno fatto la risonanza magnetica e hanno scoperto il tumore al cervello in stadio già avanzato, senza scampo. Lì mi è crollato il mondo addosso. Però il Signore mi ha tenuto una mano sulla testa e non sono mai stata disperata. Mi sono abbandonata alla sua volontà. 

Cosa ti ha sostenuto durante la sua malattia?

Ti rispondo col vangelo delle 10 vergini: per tanti anni io e Francesco, senza prevederlo, abbiamo messo via l’olio della fede. Tutti i memoriali che abbiamo avuto, le gioia e le prove della vita: tutto è confluito in quel fatidico 19 agosto quando, la sera stessa, il neurologo mi ha riferito la diagnosi irrevocabile. Da lì in avanti mi sono sentita presa in braccio da Dio e da Maria. 

Come avete affrontato tu e i tuoi figli gli ultimi momenti della vita di Francesco?

È rimasto in casa finché abbiamo potuto, ma il tumore al cervello è tremendo perché toglie progressivamente tutto: Francesco ha perso la memoria, l’uso della parola, poi delle gambe e infine si è allettato. Anche a letto non era facile curarlo perché aveva attacchi epilettici continui e necessitava di cure professionali. Ho trovato due infermieri che mi hanno aiutato e l’ULSS ci passava le medicine e gli ausili vari; inoltre eravamo seguiti dalla dottoressa per le cure palliative. Quando la situazione è diventata insostenibile, abbiamo fatto richiesta all’hospice. Devo dire che in quel periodo la nostra casa era sempre aperta. Familiari, colleghi di lavoro, fratelli della comunità neocatecumenale, persone del paese: tutti venivano a farci visita rendendosi disponibili per le varie necessità (cucinare, stirare, fare pulizie, portare Francesco a passeggio). Siamo stati avvolti da tanto amore.

Cosa ti ha lasciato in dono tuo marito?

L’amore. Mi ha amato tantissimo e mi ama tuttora dal Paradiso. Il Cantico dei Cantici è vero:

Forte come la morte è l’amore… le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo.

Si impara a continuare ad amare nonostante la mancanza fisica dell’amato. Si impara anche che la risurrezione è una cosa concretissima: la sperimenti nel cuore se conservi un linguaggio intimo con il Signore perché i nostri cari ora sono in Dio. La Maddalena, i discepoli di Emmaus, gli Undici riconoscono Cristo solo quando capiscono che è proprio “Lui”. Ma questa esperienza passa per gesti intimi: sentirsi chiamati per nome, spezzare il pane, toccare le sue piaghe, mangiare con lui.

Come è nato il libro di poesie “Come un campo di girasoli” che hai scritto dopo la morte di Francesco?

La poesia è stata il modo di elaborare la perdita. In realtà non perdiamo un bel niente (anche se il mondo a volte pensa il contrario): i nostri cari restano “presenti” in un altro modo. Solo che c’è la fatica di scoprire questo nuovo linguaggio che nessuno ti insegna. Mi sono messa in ascolto dello Spirito per impararlo. Dopo la morte di Francesco la preghiera e lo Spirito mi hanno aperto letteralmente un mondo nuovo, il mondo della risurrezione: avverto che lui è vivo, presente, risorto. Le poesie sono il modo di testimoniare il dolore, ma anche la gioia di attenderlo. La scrittura “è sempre stata il nostro linguaggio segreto” come ho “detto” in un verso: lui era la mia ispirazione per scrivere e lo è tuttora. L’amore che hai provato in vita diventa l’amore che continua dopo, in un’unità spirituale.

Come stai affrontando la solitudine della vedovanza?

Sicuramente la solitudine è la prova più grande. La chiesa non ha un percorso per noi vedove, eppure ce ne sarebbe tanto bisogno. Anche perché abbiamo molto da testimoniare sul Paradiso: credo che una vedova che ama suo marito e lo attende con fede ha già un piede in Paradiso e può testimoniarlo. Ci sono pagine bellissime dedicate a noi vedove nella Bibbia, oppure penso alla famosa “Lettera a Sapida per la morte del fratello” di S. Agostino (Lettera 263- scritta dopo il 395 d.C.) che la esorta a non disperare.

Piangi amaramente e alza il tuo lamento,/…quindi consolati del tuo dolore./ Difatti… il dolore del cuore logora la forza. (Siracide 38, 17-18).

Oppure all’esortazione apostolica “Amoris laetitia” di Papa Francesco o a “Filotea” (cap.40) di S. Francesco di Sales. Queste pagine mi hanno aiutato tanto offrendomi spunti di meditazione. Al momento sto pubblicando i miei pensieri sulla vedovanza sui social Facebook e Instagram, la pagina si chiama: “Con cuore di vedova”. Spero di fare del bene a chi è nella mia situazione.

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