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Oscar 2021, noi puntiamo tutto su Vanessa Kirby in Pieces of a Woman

Little Lamb, Bron Studios | Netflix

Annalisa Teggi - pubblicato il 23/04/21

Un film struggente: una bambina nasce e vive solo pochi minuti. Il viaggio di una madre dallo smarrimento alla ricerca di un colpevole, fino alla scoperta che quella piccola presenza è stata un dono.

Ci siamo quasi, la 93esima edizione degli Oscar del cinema si svolgerà nella notte di domenica 25 aprile. Sarà una cerimonia ripensata alla luce delle norme vigenti sulla pandemia e nelle intenzioni degli organizzatori vuole essere uno show per conoscere meglio attori e registi, non solo una carrellata di premi. Vedremo.

Hollywood è sempre stato un altro mondo, e non solo nel senso positivo per cui il cinema fa sognare. Mai come negli ultimi anni l’impero californiano ha ostentato una voce ideologizzata e schiava di tristi logiche di mercato piuttosto che stare al passo di un’immaginazione davvero libera. Ma nel grande calderone dei film in concorso c’è un’eccezione luminosa, che – ahimé – non ha molti pronostici a suo favore.

In ogni caso, tutto il nostro tifo va alla canditatura di Vanessa Kirby come miglior attrice per il film Pieces of a Woman del regista ungherese Kornél Mundruczó.

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La bambina – Un evento che dura 23 minuti

E’ uno di quei film che consigli a tutti di vedere, sapendo che staranno male. Vanity Fairha clamorosamente sbagliato nel dire che parla di aborto. Parla invece di una nascita.

Il pilastro su cui si regge tutta la pellicola – lo si legge come mantra in ogni recensione – è il potente piano sequenza iniziale di 23 minuti in cui va in scena il travaglio e il parto vissuto in casa da due genitori e un’ostetrica. Sean e Martha diventano genitori, li assiste la levatrice Eva.

La realizzazione di questo piccolo capolavoro ha richiesto due giorni di riprese; alla fine il regista Mundruczó ha utilizzato il quarto tentativo effettuato il primo giorno. Dovrebbe essere un inizio ma non lo è. La bambina nasce e pochi minuti dopo muore, tra le braccia di mamma e papà che l’hanno appena accolta. Arriva un’ambulanza a sirene spiegate, fine del piano sequenza.

Non è solo un pregio tecnico del film questa scena, è la chiave di lettura di tutto. Ci sono eventi che noi fraintendiamo, li consideriamo solo una premessa a qualcosa di più importante che verrà dopo. Una nascita è solo l’inizio, il bello della vita viene dopo. E se tutto si giocasse in quelle poche ore? Quei 23 minuti ininterrotti di spinte, grida, abbracci sono il tutto di una vita, piccola piccola (breve, ma non inutile).

Il padre – Costruire un ponte

Incontriamo Sean e Martha nel momento più bello della loro vita, e all’improvviso diventa un incubo. Come si riesce a rimanere coppia davanti a un lutto così ingiusto, che fa impazzire? Shia Le Beouf dà corpo e anima a Sean, compagno e padre che nel travaglio di Martha sta in un indaffarato e dimesso secondo piano. Di mestiere è operaio edile. Mentre il copione del film scorre, lui è impegnato a costruire un ponte. Ogni giorno si vede l’opera edilizia crescere, mentre la sua vita privata va a pezzi.

E’ bello che i simboli siano chiari ed evidenti. Cosa si può mai edificare sulla pietra di scandalo che è la perdita di un figlio appena nato? Quali rive opposte deve collegare il ponte? Non quelle tra Martha e Sean.

Il legame tra loro va in pezzi, ciascuno si isola in un tormento intimo indicibile. Lei sta in silenzio, lui la tradisce. Provano di nuovo a fare l’amore, ma è un disastro. Poi si lasciano, mentre lei prova a fare germogliare dei semi di mela. “Profumava di mela” è l’unico ricordo incarnato della bambina.

La costruzione del ponte, intanto, va avanti. Proprio quando siamo a pezzi cominciamo a sbilanciarci verso l’altra sponda, ciò che è altro, ignoto, ma forse non oscuro.

La madre – Marta, Marta, tu ti affanni

Vanessa Kirby ha voluto questo ruolo con le unghie e coi denti. E’ andata dal regista in Ungheria per dirgli di sì. La prima impressione è che lei non abbia nulla di materno, ha un distacco algido che le è connaturato.

Di lei Kornél Mundruczó ha detto: “Il suo silenzio è ricco”. 

Sì, deve essere questo il motivo per cui è così pazzesca. Per tutto il tempo si ha l’impressione che voglia custodire un segreto. Il suo dolore è lacerante proprio perché non si vede. E’ nelle sue mani magre che sfiorano le superfici, è negli occhi trasparenti che fissano il vuoto. Non cede all’emotività melodrammatica, s’inerpica nella salita di un posto freddo dove c’è solo lei.

E’ una donna a pezzi, ma è una donna che raccoglie i suoi pezzi:

È un fascio di nervi che cammina, parla, con gli occhi spalancati e vuoti: il senso di shock è la chiave della maggior parte delle scene di Kirby. È più una performance di recessione che di repressione, poiché Martha continua a ritirarsi in sé stessa o a trascinarsi intorpidita attraverso interazioni e routine. Quando si sfoga, di tanto in tanto, è come guardare dimenarsi una persona che sta annegando.

da Rolling Stone

Il nome della protagonista mi ha fatto pensare alla Marta evangelica a cui Gesù dice:

«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c’è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta».

Quel silenzio in cui è chiusa è disorientamento, impazzimento ma anche attesa. Sembra che lei interrompa la vita per ascoltare la voce muta della bambina che ha perso, come a chiederle: dimmi se c’è una parte migliore in questa storia, fammi aggrappare a qualcosa.

E la risposta arriva.

La camera oscura del dolore

Se una neonata muore deve essere colpa di qualcuno. Ci deve essere una risposta chiara, un volto contro cui puntare il dito. Di fronte a un mistero che non ha spiegazione (il medico legale non sa identificare una precisa causa del decesso della piccola) o ci s’inginocchia alla più misera impotenza, o si finisce in un tribunale.

Sul banco degli imputati finisce l’ostretica, sicuramente avrà commesso qualcosa di sbagliato o sarà stata negligente. Attorno a Martha tutti spingono per il processo, ma non lei. Come madre sente che non è dalla voce di un giudice che verrà una risposta anche solo minimamente pacificante. Il senso sta altrove, dove? Martha lo trova nella camera oscura di un fotografo. Tra un’udienza e l’altra va a sviluppare le foto fatte alla bimba appena nata. Nel buio di quella stanza, su una pellicola, pian piano si mette a fuoco un volto e l’abbraccio in cui è stata avvolta per tutto il poco tempo che è vissuta. Ecco la parte migliore.

Lei c’è stata, profumava di mela ed è rimasta in braccio alla mamma per ogni secondo di vita che ha avuto. Non è niente, è stato un dono fugace ma presente da custodire.

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