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Ex detenute e homeless in cerca di riscatto ritratte da una coppia di fotografi

Photo courtesy of Sham & Marzia | marshamstreet

Silvia Lucchetti - pubblicato il 23/04/21

Marzia Messina e Sham Hinchey hanno gettato lo sguardo (e l'obiettivo) sulle storie delle donne di “Providence House”, un’organizzazione che si occupa di accoglienza e assistenza di ex detenute e homeless, nata grazie alle “Sisters of St. Joseph”.

La rubrica “Mostre, Arte e Fotografia” di Repubblica del 20 aprile scorso ci presenta l’originale iniziativa di due artisti, Marzia Messina e Sham Hinchey, che hanno realizzato una serie di 24 scatti fotografici veramente speciali intitolata REsisters, che sta per Resistenza e sorellanza.

24 ritratti femminili dai visi profondamente segnati dalla vita, uniti dal filo conduttore di un passato travagliato e di una forte volontà di riscatto. 

“Providence House”

I due, che fanno coppia nella vita e nella professione, hanno gettato lo sguardo sulle storie delle donne di “Providence House”, un’organizzazione che accoglie e assiste ex-detenute e homeless, costituita alla fine degli anni ’70 per volontà delle “Sisters of St. Joseph”, la Congregazione delle Suore di San Giuseppe presenti in vari paesi del mondo dove dedicano il loro apostolato ad opere di istruzione, assistenza sanitaria e promozione sociale. 

REsisters: donne che aiutano altre donne a ricostruirsi una vita

Così Marzia e Sham raccontano il progetto:

Nel cuore di Bedford-Stuyvesant, alla fine degli anni ’70, quattro suore si sono riunite per creare un rifugio per le madri che vengono rilasciate dalla prigione e fornire loro un luogo sicuro con cui vivere insieme ai loro figli. Questa è diventata la spina dorsale di Providence House, un’organizzazione di donne che aiutano altre donne a ricostruire la propria vita dopo l’incarcerazione. Oggi, Providence House ha più sedi in diversi quartieri di Brooklyn e Queens, e ospita centinaia di donne ogni anno.

(marshamstreet.com)

REsisters: l’umanità, la speranza e la forza di 24 donne

Dopo essere venuti a contatto con i loro drammi personali, Sham e Marzia si sono serviti della fotografia per mettere in primo piano l’umanità di queste donne, che è la loro forza, sottolineandone i tratti con l’uso sapiente di luce e composizione. 

Per REsisters, ci siamo immersi in questa comunità e abbiamo incontrato 24 donne che abbiamo intervistato e fotografato per un periodo di quattro anni. Siamo stati molto accorti nel relazionarci con loro e nell’approcciare le nostre visite. Dopotutto, eravamo estranei che bussavano alle porte di un ambiente protetto, con luci e telecamere ed elenchi di domande. Dopo le nostre prime visite abbiamo guadagnato un po’ di fiducia e l’abbiamo consolidata nel tempo, alla fine ci hanno lasciato entrare nelle loro vite e nelle loro storie con cui abbiamo lentamente riempito le pagine di questo progetto.

(Ibidem)

Da questa prospettiva sono nati ritratti che emanano resistenza, forza e determinazione: una dignità che solo apparentemente stride con la storia di avversità che ha caratterizzato le loro vite. 

Rosalie, 27 anni di galera

Come quella di Rosalie che, dopo aver passato 27 anni tra le sbarre di una prigione per aver ucciso l’uomo che la molestava, è uscita dal carcere a 70 anni determinata ad iniziare una nuova vita.

Johniazia e sua figlia

Oppure quella di Johniazia, vittima di violenza domestica e ridotta ad una peregrinazione da homeless, che la sera di una vigilia di Natale bussa disperata alla porta di “Providence House” insieme alla figlia cieca di pochi mesi, alla ricerca di cibo e abiti per difendersi dal freddo. 

È evidente nelle vite di REsisters, un dato comune – riflettono Sham e Marzia – quello di non aver avuto un’infanzia, quasi tutte per diverse ragioni sono dovute crescere in fretta in ambienti tossici e violenti. I propositi comuni sono di costruirsi una seconda opportunità lavorando duro, cercando di reinserirsi in quella stessa società che non è stata in grado di difenderle, per la quale tra l’altro non mostrano rancore. Nei loro racconti, infatti, non traspare nessuna denuncia e per alcune il grande desiderio che le motiva è quello di poter consegnare ai propri figli una vita migliore della loro. 

(Repubblica)

Le donne di REsisters sognano un futuro migliore per i loro figli

Le donne ritratte da Marzia e Sham nonostante le storie terribili e strazianti che hanno alle spalle, non serbano rancore e non provano rabbia. Appaiono in pace con la loro storia:

Sono donne che hanno subito così tanti colpi ma che trovano la luce dove è più raro, non cercando vendetta, ma solo barlumi di felicità, mentre lavorano e aspirano a una vita di speranza e indipendenza con un futuro migliore per i loro figli.

(marshamstreet.com)

La fotografia attraverso i loro scatti diventa uno strumento di denuncia di storie di una umanità marginalizzata che altrimenti rimarrebbero nell’ombra.

Rispondiamo a tematiche sociali cui ci sentiamo sollecitati e coinvolti, siamo attratti dalla forza comunicativa dei volti, della bellezza non convenzionale, della luce che rivela, esalta e nasconde.

(Repubblica)

REsisters risponde perfettamente alla scala dei colori di NY, quelli più cupi”

Questo il commento per descrivere la loro cifra professionale ed umana declinata in una realtà vitale e controversa come quella di New-York:

Una città che vibra di tinte forti e contrasti. Palazzi lussuosi costeggiano zone malfamate e pericolose. Aspetti che nell’immaginario contribuiscono ad affermare il mito di questa città ma che nella realtà producono storie dolorosamente vere come quelle che abbiamo raccontato in questo lavoro, REsisters risponde perfettamente alla scala dei colori di NY, quelli più cupi.

(Ibidem)

Dignità e speranza

A loro va il merito di aver illuminato di un bagliore di dignità e speranza i visi di queste donne, che sostenute dalla solidarietà di chi le ha accolte sono oggi alla ricerca di riscatto e di un futuro migliore. 

Tags:
carceratifotografiasenzatetto

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