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Perché stiamo esplorando Marte: cosa potrebbero dire C.S. Lewis e Sant’Agostino

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© Christophe PETIT TESSON / POOL / AFP

Thomas Salerno - pubblicato il 20/04/21

Il successo di oggi e l'intera missione possono puntare a qualcosa di profondo in noi

Il pomeriggio del 18 febbraio 2021, sono stato uno dei tanti in tutto il mondo a guardare con tensione la trasmissione in tempo reale dal centro di controllo missione del Jet Propulsion Laboratory della NASA. L’ultimo esploratore robotico stava per arrivare sul pianeta Marte.

Sono trascorsi minuti pieni di ansia e aggiornamenti, mentre la NASA riceveva segnali dalla sonda che indicavano che aveva iniziato la sua pericolosa discesa attraverso l’atmosfera marziana.

Quando è arrivata la conferma finale del fatto che il rover Perseverance era atterrato sano e salvo sulla superficie del pianeta, nella sala del centro controllo missione è esplosa l’euforia.

Perseverance, o “Percy”, è in apparenza simile al suo celebre predecessore Curiosity, ma usa una nuova gamma di strumenti scientifici per portare avanti la ricerca da parte della NASA di prove della presenza di vita microbica passata (o presente) sul Pianeta Rosso. Il robot esplorerà il paesaggio dentro e fuori il cratere di Jezero. Ere fa, questa regione era un ampio lago alimentato da un fiume vicino. Sulla Terra, l’acqua è necessaria perché la vita esista e fiorisca, e quindi è possibile che i sedimenti fluviali del delta del fiume asciutto contengano tracce chimiche di microbi estinti.

Il 19 aprile, dopo qualche singhiozzo iniziale a livello di software, Percy ha lanciato un piccolo compagno, un elicottero di un paio di chili di nome Ingenuity.

Ingenuity ha compiuto il primo volo nella storia di un velivolo alimentato autonomamente su un altro pianeta. Il suo successo potrebbe spianare la strada a futuri “Marscopters”, che promuoverebbero ampiamente la capacità della NASA di effettuare studi dettagliati del terreno marziano.

Fascino costante

Per millenni, l’umanità è stata affascinata dal cielo notturno e ha speculato sulla natura del cosmo. Da quei primi giorni dell’astronomia a oggi, Marte è sembrato esercitare un fascino particolare su di noi, e sono stati scritti innumerevoli romanzi di fantascienza sulla possibilità che forme di vita aliena abitassero il Pianeta Rosso.

L’alba dell’Era dello Spazio e decenni di missioni robotiche hanno chiarito alcuni dei misteri che circondano Marte, ma l’interesse nei suoi confronti non si è certo affievolito.

Nonostante sembri un mondo “morto”, le prove geologiche indicano che Marte una volta possedeva molta acqua sulla sua superficie, cosa che lascia aperta la possibilità che una volta vi esistesse la vita.

Mentre festeggiavo insieme al resto del mondo l’inizio dell’importante missione di Percy su Marte, mi sono ritrovato a pormi una domanda intrigante: perché, come specie, siamo così affascinati dall’esplorazione dello spazio e dalla ricerca di vita extraterrestre?

Gli esseri umani sembrano essere esploratori nati. Anche nella preistoria, i nostri antenati si spingevano oltre i confini di ciò che era noto, inventando nuove tecnologie e scoprendo nuove frontiere.

Alcuni scienziati hanno detto che potrebbe esserci una base genetica per la voglia di esplorare umana, un cosiddetto “gene esploratore”. È ovviamente un’eccessiva semplificazione, visto che nessun singolo gene potrebbe formare la base di un comportamento così complesso . Anche se fossimo in qualche modo “cablati” per esplorare, trovo questa spiegazione materialistica, deterministica, vuota e insoddisfacente. Penso che abbiamo bisogno di andare più a fondo per trovare una risposta più completa a questa domanda.

Profonda irrequietezza

Pensatori spirituali e teologi sanno da secoli che nell’animo umano c’è una profonda e radicata irrequietezza, un anelito alla comunione con l’infinito.

Il riassunto forse più famoso di questo approccio deriva da Sant’Agostino di Ippona all’inizio delle sue Confessioni, in cui si rivolge a Dio dicendo:

“L’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te”.

È possibile che la ricerca scientifica per esplorare il cosmo sia un’espressione dell’anelito umano universale per il trascendente?

Nel suo libro Il Cristianesimo Così Com’è, C.S. Lewis scrive:

“Se trovo in me un desiderio che nessun’esperienza di questo mondo può soddisfare, la spiegazione più probabile è che sono stato fatto per un altro mondo”.

La Terra non è la nostra vera patria. Lewis, però, comprendeva anche che questa patria, il luogo in cui la nostra anima troverà finalmente pace, non si troverà su Marte o in un mondo all’interno dei confini dell’universo contingente, creato.

“Devo tener vivo in me il desiderio della mia vera patria, che non troverò fino alla morte”, prosegue Lewis. “Devo far sì che l’obiettivo principale della mia vita sia perseguire quella patria e aiutare gli altri a fare lo stesso”.

Siamo pellegrini in questo mondo, che perseguono la vera “frontiera finale”, la Visione Beatifica di Dio nostro Creatore, quando, come leggiamo in 1 Giovanni 3, 2, “Lo vedremo com’egli è”, e troveremo finalmente la patria che cercavamo.

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