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Un figlio muore. E i suoi vestiti? Una mamma sarta dà loro nuova vita

TIRA COOMBS, QUILT

Tira Coombs | TikTok -EasterBunny | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 16/04/21

Ha accompagnato suo figlio di 3 anni nella battagli col cancro. E poi si è detta: "Questi bambini sono una storia che va raccontata, non vanno dimenticati". Con ago e filo cuce le ferite di tante famiglie in lutto.

Si chiama Tira Coombs ed è una mamma, sarta e influencer con centinaia di migliaia di followers su TikTok. Questo potrebbe falsare le aspettive rispetto al contenuto della sua storia. La morte infantile è un tabù, figuriamoci se può diventare un trend sul social dei giovanissimi…. Eppure, è ciò che Tira condivide con il suo pubblico: le storie di tante famiglie che perdono un figlio piccolo e affidano a lei i suoi vestiti, perché non restino solo ricordi dolorosi.

Ricucire la memoria

Tira Coombs realizza trapunte della memoria usando i vestiti dei bambini defunti che le famiglie vogliono ricordare. Oltre agli abiti, le vengono spediti ricordi e dettagli della storia. La sua premura è che ogni coperta abbia l’odore del bambino – quello del suo shampoo, del suo profumo. La parte più difficile di questo percorso è aprire la scatole che ogni famiglia le manda, quando vede per la prima volta tutti gli effetti personali del bimbo.

Da Today

Se è impossibile immaginarsi il lutto di una famiglia che perde un figlio quando è piccolo, ancora di più lo è immaginare un padre e una madre che si chiedono: “E adesso cosa ne facciamo dei suoi vestiti?”. L’armadio e i cassetti da svuotare. Si può buttare ciò che resta di un figlio che non c’è più?

Ma anziché buttare si può custodire. Con un gesto concreto si può accompagnare una famiglia dal lutto alla consolazione. Tira Coombs riceve gli scatoloni in cui i genitori raccolgono gli abiti, le foto, tutta la storia di un figlio defunto: ne farà una trapunta in cui ogni scmpolo di tessuto è un ricordo. Aprirli è essere travolta da un incontro, da un dramma.

Da sempre lei fa la sarta, cuce di mestiere… e che mestiere! Indaffarata a legare, rammendare. Però lo strappo lo ha sentito forte anche lei, da madre.

Il dramma di un tumore infantile

Quando a Owen, il figlio di Tira che oggi ha 3 anni, fu diagnosticato un tumore di Wilms al quarto stadio (un tumore infantile che comincia dai reni), lei sentì sulla propria pelle quanto è duro mentalmente, fisicamente ed emotivamente accudire un figlio che attraversa un percorso di cura per una malattia grave. Oggi il tumore di Owen è in remissione, ma Tira Coombs non ha smesso di pensare a tutti quei genitori che perdono i loro figli.

Ibid

Un figlio guarito dopo una lunga battaglia, che sollievo. Ma la vera gratitudine non è un sentimento leggero, è pesante. Spesso legato a doppia mandata con la vertigini di essere consapevoli che ogni cosa può esserci tolta. E anche ogni persona amata può esserci tolta prematuramente. Grato e fragile sono aggettivi fratelli di esperienza. E si accompagna a loro anche quella consapevolezza che è la solidarietà (nel senso meno logoro del termine). La salvezza non è una faccenda di nostra pertinenza, se non per essere implorata senza sosta.

Si può essere sarti, come Tira. Possiamo stare al fianco degli altri lì dove si aprono voragini. E neppure questa scelta è scontata. Tira Coombs ha passato l’inferno insieme a suo figlio, sarebbe stata più che legittimata a voltare pagina una volta sconfitto il nemico. Ma – onestamente – si può voltare pagina? No, non si dimentica. Però si potrebbe distogliere lo sguardo il più possibile dal dolore.

E invece Tira Coombs continua ad aprire scatole che contengono storie senza un lieto fine terreno. Tocca vestiti e fotografie che parlano di contraddizioni umanamente insolvibili (infanzia-malattia-morte). Tocca con mano tessuti bagnati di lacrime, non ha risposte consolanti. Ha ago e filo per cucire, tenta custodire in forma nuova una memoria che non va perduta:

“Richiede uno sforzo enorme – racconta Tira Coombs – ogni scatola è una storia nuova, una nuova perdita. Ma ricordo a me stessa che ci sono genitori che hanno affrontato questa perdita. Potete immaginare quanto sia duro per queste madri mandarmi queste scatole, raccogliere tutti i vestiti dei loro figli e spedirmeli? La fiducia che mi accreditano? Le storie di questi bambini vanno raccontate e i loro genitori devono sapere che non saranno dimenticati”.

Ibid
@tara_coombs

@la_skeebz 💜 Got a LoveSlap from @tinamadlibs, and in turn sent my first one to @treeofhopecreations 💗#verifytara_coombs#morethan4

♬ Smalltown_prettybisshh – Smalltowngirl208

Non è un mestiere a fine di lucro, Tira lo fa gratuitamente e ha aperto una raccolta fondi. Ma balugina l’ipotesi che un guadagno ci sia nello stare in mezzo a storie strappate, a sentirsi una mano che rammenda.

TikTok e il tabù della morte

Ho tanti pregiudizi su TikTok perché non lo conosco. Ero sicura che un tema come la morte infantile non fosse gettonato, seguito. Probabilmente c’è da smetterla di ragionare secondo le linee rette dei preconcetti, e abituarsi al fatto che l’uomo è un tornante, una prospettiva sghemba.

Dunque, questi TikTok di Tira Coombs hanno centinaia di migliai di followers. Mostra le storie di bambini che non ci sono più e i cui abiti si trasformano in trapunte, in una manciata di secondi. Frammenti di speranza veloci, lanciati nel luna park virtuale. Sprecati? Avrei detto così, prima di immedesimarmi nella storia.

Che il tema della morte funzioni sul social dei giovanissimi è un segno di grande positività, forse sarebbe una frontiera da abitare: lì dove ci si incuriosisce della fine si può cominciare un gran bel discorso sulla vita. Non siamo immortali, ma siamo.

Farlo per frammenti brevi, anziché con lunghi spiegoni è forse una sfida ancora più sensata. Perché noi abbiamo l’idolo del discorso intellettuale, con capo e coda e lunghi incisi. Vorremmo tanto essere gli autori della nostra storia, dall’inizio alla fine. Ma – stando sull’esempio di Tira Coombs – siamo invece delle coperte a patchwork, pezzi scombinati (nei colori e nelle dimensioni) cuciti tra loro. E non è affatto male mettere in conto che il senso del racconto è in mano a Dio, ma noi possiamo posare sul tavolo ritagli di testimonianze vere, sdrucite ai bordi. Lui rattoperà tutto, noi non buttiamo via nulla di quel che c’è nei cassetti di ogni giorno.

Tags:
bambinimammamorte
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