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Tommy Jessop: sono un attore, so essere cattivo o inquieto come Amleto

TOMMY JESSOP, ACTOR

Sweetdoh Films | Youtube

Annalisa Teggi - pubblicato il 07/04/21

Mentre in Inghilterra 9 bambini su 10 con sindrome di Down non vengono alla luce a causa dello screening prenatale, Tommy Jessop ha conquistato un ruolo da sospetto omicida in prima serata sulla BBC: perché sono persone capaci di confrontarsi con una complessità emotiva diversa dalla solita macchietta del "ragazzo con sindrome di Down buono e allegro".

Nove milioni di spettatori inglesi ogni settimana seguono la serie poliziesca Line of Duty, arrivata alla sesta stagione. Tra gli attori c’è anche il 36 enne Tommy Jessop che interpreta Terry Boyle, un sospettato di omicidio. La biografia sintetica di Jessop lo inquadra come “primo attore con sindrome di Down a comparire in una serie drammatica in prima serata“.

È solo un’inclusione di facciata? No. C’è il tentativo scalfire lo stereotipo del disabile capace solo di sentimenti buoni e infantili nella storia di questo ragazzo che guardando dritto nella telecamera afferma sicuro:

Sono capace di recitare ogni genere di copione

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Più macchiette che persone

Siamo vittime di una velata finzione quando parliamo di sindrome di Down. Mi riferisco a quel velo zuccheroso che copre le nostre parole, quando descriviamo queste persone tenendole nel recinto dei “tipi buoni e puri” o “innocenti e felici”. Spesso si difende il loro diritto a esistere (ahimè, per questo ci tocca scendere in campo nell’illuminato 2021) quasi sottintendendo che “non fanno male a nessuno” e portano la felicità a chi li accoglie.

Li trattiamo da macchiette più che da esseri umani. Riduttivo e ingiusto. Come ogni altro essere vivente, le persone con sindrome di Down conoscono anche il lato oscuro dell’umano e ne sono toccati. Nel dar loro il benvenuto in questo mondo – battendoci strenuamente perché non ci siano genocidi prenatali – diamo loro il benvenuto nel regno del bene e del male.

Per dirla senza eufemismi: non difendiamo il loro diritto alla nascita perché sono buoni, ma proprio perché possono essere anche arrabbiati e permalosi. Tale è l’essere umano. Con gradi di discernimento e coscienza diversi, tutti siamo toccati dalla battaglia quotidiana con sentimenti poco caritatevoli, emozioni non altruiste, paure profonde.

Se lo spunto per una riflessione di questo tipo, fuori dagli schemi del politically correct, nasce dal mondo del cinema e della TV, ben venga. Soprattutto se ci aiuta a fingere meno nella realtà.

Ruoli da adulti

Conosciamo le regole del gioco: in ogni film che si rispetti ci devono essere tutte le minoranze possibili, per esibire una meravigliosa facciata di candida inclusione. E tutte le volte che vedo un afroamericano nel ruolo del cattivo sono tentata di pensare: e se fosse l’ennesima forma di discriminazione assegnare i ruoli dicendo “un uomo di colore può anche interpretare un assassino”? Insomma tutto il perbenismo da cui siamo sommersi crea dei cortocircuiti mentali assurdi. Si ha l’impressione che tra poco la parola “umanità” sarà completamente inutile, vista la premura crescente a suddividerci in categorie da proteggere.

Per quel che riguarda il mondo della disabilità, la riflessione cambia binario ma di poco. Dal punto di vista mediatico, anche i disabili sono considerati una minoranza a cui dare spazio. Spessissimo però lo si fa allineandosi a cliché che sono davvero discriminatori. Questo è evidente nel caso delle persone con sindrome di Down: fanno la loro comparsa nei film, chiamati quasi sempre a recitare se stessi. Non vengono affidati loro ruoli diversi da quello buono e simpatico del “ragazzo Down”.

La storia di Thomas Jessop cambia il copione del pregiudizio proprio su questo punto. Il suo talento artistico si è rivelanto quando era ancora molto giovane e sul suo curriculum compaiono i ruoli per nulla tipici dello stereotipo associato alla sua sindrome.

Ancora più raro per gli attori con la sindrome di Down è interpretare ruoli ambigui come quelli di Jessop in Line of Duty.

Da Stuff

In questa serie poliziesca di successo Jessop interpreta un sospettato di omicidio, una parte che esige la capacità di trasmettere ambiguità morale e chiaroscuri emotivi. Ma Thomas non è nuovo a questo genere di immedesimazione nei lati meno presentabili dell’umano. Nel 2019 è stato protagonista di un altro film thriller intitolato Innocence e il suo ruolo era altrettanto sporco e drammatico. Dietro quella pellicola c’era proprio un progetto preciso del regista Ben Reid:

Ho voluto fare questo film per dimostrare di cosa sono capaci gli attori con sindrome di Down, quando viene data loro l’opportunità di interpretare ruoli da adulti.[…] Le persone con sindrome di Down hanno passioni, bisogni e desideri come tutti; possono fare cose buone o cattive e di essere moralmente ambigui.

Ben Reid

Faceva parte del cast anche un’altra attrice con sindrome di Down, Bethany Asher, che in quell’occasione dichiarò:

Non voglio più essere trattata come una bambina. Voglio interpretare ruoli diversi, anche impegnativi.

Prognosi disattese

Facendo un passo indietro, prima che le luci dei riflettori si accorgessero del talento di Tommy, c’è stata la storia di una famiglia che ha sentito tutto il contraccolpo dello spavento quando nacque un bambino con un cromosoma in più. Il timore della disabilità come ombra nera e astratta si è trasformata in una conoscenza che ha contraddetto molte ipotesi negative. Lo racconta la madre,

La prognosi di Tommy non era affatto confortante. Ma vorrei dire ai genitori di non credere a tutte le previsioni pessimistiche. Quando Tommy ha compiuto un anno, è come se si fosse svegliato. Il sole è sorto e lui ha cominciato a sorridere e imparare. E diventato reattivo come mai lo era stato nei primi mesi di vita.

Da Stuff

Alla luce del grande cambiamento e della crescita a cui ha assistito nell’accompagnare suo figlio, la mamma di Thomas Jessop ha dichiarato di essere spaventata all’idea che le persone con sindrome di Down vengano eliminate dalla popolazione.

Ed è curioso notare che proprio in Inghilterra ci siano scenari che collidono tra loro. Da una parte, grazie all’Act of Education del 1981, i disabili come Tommy non sono più esclusi dalla frequenza di corsi di studio insieme ai loro coetanei normodotati. Dall’altra, dal 2016, si offre alle donne un esame del sangue gratuito per diagnosticare la sindrome di Down fin dalla gravidanza. E 9 donne su 10 abortiscono dopo aver ricevuto un esito positivo.

Come dire: siete accolti da pari nel percorso educativo, ma a patto di riuscire a sbrigare quella brigosa faccenda di nascere. E un altro elemento amaro di questo scenario lo nota proprio la mamma di Tommy:

E la tragedia è che molti adulti con la sindrome di Down sono consapevoli di questo. Anche Tommy è molto spaventato.

Ibid

Essere o non essere … all’altezza di Shakespeare

Anche solo quest’ultima affermazione infrange il nostro fragile paravento mentale, quello che ci fa immaginare la vita di persone come Thomas Jessop ammantata dalla dolcezza di una pura infantilità ingenua. Il dramma li ferisce, sono attraversati da emozioni non solo luminose: si rendono conto di essere considerati scartabili o eliminabili dai loro simili.

E qui dunque scendiamo in meandri dell’anima dove le ferite bruciano davvero. Siamo capaci di offrire loro il copione più tragico possibile, ma anche degli alleati. Thomas Jessop si è confrontato seriamente con l’arte drammatica quando ha messo piede al Blue Apple Theatre. Sua madre non credeva che la passione per la recitazione fosse qualcosa di serio, ma ha fatto comunque in modo che il figlio avesse la possibilità di fare esperienza.

E la compagnia del Blue Apple offre la possibilità di confrontarsi con il mestiere della recitazione a chi ha disabilità intellettive. Si studia su copioni da cui solitamente i disabili sono esclusi. Shakespeare, ad esempio. Thomas Jessop ha avuto modo di interpretare un personaggio comico di Sogno di una notte di mezza estate, ma si è cimentato anche con IL personaggio shakespeariano per eccellenza, Amleto. La sua performance è stata definita fenomenale dall’attore premio Oscar Sir Mark Rylance.

Dopo molti secoli di lodi impolverate, applausi teatrali imbellettati e infinite esegesi critiche, credo che Shakespeare abbia smesso di sbadigliare e si sia messo ad applaudire. Perché finalmente ha sentito di nuovo una voce capace di declamare con tutto il tremore possibile il monologo più famoso del mondo.

E noi? Siamo altrettanto coraggiosi da assistere a questo spettacolo? Quello che nacque come intimo dramma esistenziale, oggi è un grido di accusa pubblica: perché l’uomo è arrivato a pensare di poter decidere chi tra i suoi simili è degno di essere o non essere?

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