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La proposta delle Scritture per vivere e per morire

Nastyaofly | Shutterstock

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 01/04/21

Una “rabbina laica” in Francia e un gesuita psicologo in Italia ci invitano a considerare la fede come uno spazio che fa posto all'altro per confortarlo e per accompagnarlo. Parole semplici sullo stile di vita e sull'attitudine davanti alla morte, al fallimento e alla frustrazione: le sostanzia la lunga sapienza della Bibbia.

L’altro ieri Delphine Horvilleur, la “rabbina laica” (come l’hanno chiamata in Francia dall’indomani dell’attentato alla redazione di Charlie Hebdo), ha presentato alla “matinale” di France 24 il suo ultimo libro – “Vivre avec nos morts” (“Vivere con i nostri morti”, N.d.R.) –, pubblicato da Grasset il 3 marzo scorso. 

È un testo che sta riscontrando un certo interesse di pubblico e di critica, soprattutto in ambienti “non-sospetti”, dove la “rabbina liberale” è apprezzata anche per la sua declinazione simbolico-teologica della “laïcité”: «La laïcité significa che esiste uno spazio, nella nostra Repubblica, in cui l’aria non è satura di una sola credenza, ma in cui le stesse possono esistere o non esistere». Espressione che mi sembra soprattutto una versione secolare della dottrina rabbinica medievale e moderna dello “Tzimtzum” (l’autolimitazione di Dio che-fa-posto-alla-creazione): insomma, la laicità di cui parla Horvilleur sembra quasi una prerogativa divina… 

L’aldilà – “luogo della domanda” 

Se lo svolgimento del libro è squisitamente rabbinico (si tratta di storie, di racconti), la sua causa scatenante è eminentemente pastorale: le storie sono state raccolte per andare incontro a quanti da lei sono andati proprio nel momento della morte di un parente o di un amico – vuoi a regolare questioni pratico-logistiche, vuoi a chiedere una parola di conforto. E le storie fanno piangere, fanno ridere, fanno riflettere, come è consuetudine in quella benemerita e benedetta letteratura. 

C’è però un dettaglio non trascurabile che aggiunge interesse alla faccenda: a differenza del cristianesimo – religione fondata su un’“autopsia della morte” stessa – il giudaismo rabbinico non ha una (nel senso di “una sola”) dottrina su morte e aldilà. Certo, anche nel cristianesimo (tra le confessioni e perfino al loro interno) ci sono alcune sfumature, pure importanti, ma nessun cristiano al mondo giunge ad esempio a dubitare che esista un aldilà. Alcuni giudei sì, e da sempre. 

Rispondendo a una domanda a tema della conduttrice Pauline Paccard, Delphine Horvilleur ha poi detto una cosa molto interessante, che per la prima volta ho potuto mettere a fuoco tanto bene: 

Noi abbiamo una parola, per dire “l’aldilà”, e questa parola è “she’ol”. Ora, “she’ol” significa propriamente “domanda”, dunque quando qualcuno muore noi diciamo che è andato “nella domanda”. 

Un’interpretazione molto suggestiva, per quanto presto stemperata dalla severa nota linguistica che ho trovato nello Zorell (il vocabolario di ebraico biblico che ho in casa): lì si riconosce, sì, che c’è una oscurità etimologica, e tra le ipotesi avanzate e registrate dalla buona letteratura ce n’è una (attribuita a tale König e riportata come ultima) per cui שאול significherebbe “locus interrogationis” (“luogo della domanda” – il vocabolario di Zorell è scritto in latino). 

Resta il fatto che – per quanto suoni “cool” l’espressione “lasciamo spazio al dubbio” – la proposta di Horvilleur è sostanzialmente dogmatica quanto qualunque altra dottrina sull’aldilà (salvo che lo stigma su chi pensa diversamente è qui dissimulato in un serenissimo non-dire). E non osserviamo questo per spirito di contestazione o di critica, tutt’altro: 

Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa […] – diceva il cardinal Martini inaugurando la sua profetica “cattedra dei non credenti” – Ritengo che, ai nostri tempi, la presenza di non credenti che con personale sincerità si dichiarano tali, e la presenza di credenti che hanno la pazienza di voler rientrare in sé stessi, possa essere molto utile agli uni e agli altri, perché stimola ciascuno di noi a seguire meglio il suo cammino verso l’autenticità. 

Lo ricorda opportunamente padre Giovanni Cucci sul finire di un articolo in uscita sabato 3 aprile sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica (Giovanni Cucci, La Bibbia come dono culturale. Quattro parole per l’uomo d’oggi in La Civiltà Cattolica 4099, 32-44, 42), e troviamo singolare sinergia – absit iniuria verbis – tra le parole dei due gesuiti e quelle della “rabbina laica”: se ricorrono tutte in una settimana nella quale gli ebrei celebrano il pesach e i cristiani la passione del Messia (che culminerà nella loro Pasqua), le une e le altre invitano a confortare il mondo angosciato ma senza assumere la posa di chi sembri avere le risposte ma non le domande. 

Tutti abbiamo domande, e per alcune di esse (non per tutte) la fede giudaico-cristiana propone delle risposte – talvolta chiare e univoche, talaltra sfocate e polisemiche. La nostra sensibilità di partenza, difatti, comune a tutto il genere umano, dovrebbe risultare visibilmente allenata ed esaltata dal diuturno esercizio dell’esegesi di una molteplicità disparata di “Sacre Scritture”, redatte e trasmesse in più lingue (nessuna delle quali assurta a “lingua divina”). 

L’articolo di Cucci intende esporre “quattro parole” che individuano altrettanti crocevia socio-culturali nei quali l’uomo contemporaneo – specialmente ove abbia abbandonato o trascurato i contenuti della Rivelazione divina – si ritrova come sperso e privo di segnaletica (il gesuita passa in rassegna il divieto, il fallimento, la narrazione [insieme con i sentimenti] e il dialogo). 

L’aldiquà – luogo di limiti e rituali 

Da qualche decennio – Cucci cita (p. 34) la psicanalista francese Catherine Ternynck –, vediamo i giovani che arrancano ai margini della vita adulta senza giungere a intraprenderla. Sembrano in preda a un’angoscia della soglia che non riescono a oltrepassare. 

Bamboccioni, choosy e mille altri sono gli epiteti con cui questi membri di (almeno una) generazione di orfani è stata apostrofata: la psicanalista osserva invece che l’individualismo del nostro tempo conduce fatalmente alla dissoluzione del sé. E Cucci chiosa, parlando della perdita dei riti iniziatici: 

Questi riti, quando vengono disattesi, non scompaiono, ma impazziscono; danno origine alle derive del “branco”, ampiamente diffuse nella nostra società. Le violenze delle baby gang, il bullismo maschile e femminile, gli stupri di gruppo, lo sballo del sabato sera, i comportamenti sessuali a rischio, l’assunzione di droga in gruppo, ma anche la pratica del piercing e delle trafitture, dei tatuaggi, l’attrazione verso l’horror e il macabro sono riti di iniziazione impazziti, richieste degenerate dei giovani di prendere contatto con la dimensione della corporeità, della relazione, dell’aggressività, della sofferenza e della morte (del proprio limite di creatura), ma senza che vi sia più un adulto o una comunità capace di accompagnarli. Per questo restano richieste disattese. 

Giovanni Cucci, La Bibbia come dono culturale. Quattro parole per l’uomo d’oggi, 34 

Dicevamo di “almeno una generazione di orfani” perché – se da un lato si assiste diffusamente al faticoso recupero, da parte di figli di quella generazione che per prima si rese orfana abolendo divieti e rituali – per nessuno di loro la strada è facile, sicuramente in quanto debbono percorrerla “in solitaria”. Già nel 1979 Christopher Lasch denunciava i precocissimi effetti di quella rivoluzione: 

Christopher Lasch, nel suo studio sul narcisismo, inteso come l’illusione di non avere limiti, riporta un’interessante lettera di un ragazzo di 11 anni circa l’inclinazione del proprio padre a evitargli qualsiasi tipo di punizione: «Mi insegna a giocare [a baseball e] altri sport [e] mi dà tutto quello che può»; ma si rammarica: «Non mi ha mai dato una sberla quando me la meritavo». Commento di Lasch: «Quello che questo bambino sembra voler dire è che il padre non può dargli ciò di cui egli sente di aver bisogno per diventare una persona: il giusto castigo per le sue malefatte. Per delle | persone che vivono in una cultura permissiva è sbalorditivo apprendere che una punizione mancata può essere vissuta come una deprivazione. Ma per alcuni bambini è più doloroso sopportare il senso di colpa impuniti che prendere un ceffone». 

Ivi, 38 

L’esperienza accademica e clinica portano Cucci a considerare: 

Quando infatti la colpa viene negata, si tende a dubitare sempre di sé, a vivere le relazioni in modo precario e instabile, cercando in esse un riconoscimento illusorio e irrealistico; anche l’aggressività finisce per diventare qualcosa che il bambino, e più avanti il giovane e l’adulto, non è in grado di gestire. 

Ibid.

Il paradosso di questo contesto iperpermissivo è che «i nostri bambini crescono al tempo stesso iperprotetti dalle frustrazioni e ipersollecitati al successo» (Cucci riprende l’efficace espressione da un articolo di Silvia Vegetti Finzi), e quel che si richiede da loro è 

di eccellere nelle materie scolastiche, nelle attività sportive, nelle espressioni artistiche, nelle relazioni sociali confermando il figlio ideale a scapito di quello reale. Ammettere che possa sbagliare richiede, con beneficio di tutti, che l’educatore rinunci alla perfezione, riconosca i propri limiti e, superando il desiderio di onnipotenza, affidi progressivamente ai giovani la responsabilità della loro vita.

Silvia Vegetti Finzi, La scuola inglese che insegna la sconfitta alle sue studentesse, citato in Giovanni Cucci, La Bibbia come dono culturale, 39 

In questa sfilza di letture Cucci si è ricordato anche di un non più recente ma sempre attuale libro di Armando Matteo, che cita: 

Sono stati cresciuti con brioche e cartoni animati e nessuno li ha aiutati a sviluppare alcun senso per l’importanza della preghiera, della lettura della Bibbia e per una vita all’interno di una comunità confessante. I loro stessi genitori hanno preso le distanze da tutto ciò. 

Armando Matteo, La prima generazione incredula, 45, citato in Giovanni Cucci, La Bibbia come dono culturale, 40 

Cosa c’entrano le Scritture 

Qui torna la questione di partenza: cosa c’entra mai la Bibbia con i problemi dei giovani? Non si vorrà proporre alla Generazione Y una morale derivata da scritti mediorientali vecchi di decine di secoli? Intanto – se c’è una cosa che la letteratura citata, da Lasch a Ternynck, ci ha già mostrato – non si tratta della sola “Generazione Y”, né dei “millennials” o dei “nativi digitali”: il problema di cui stiamo parlando data almeno mezzo secolo e, poiché i sessantottini sono figli di una generazione che causò la seconda guerra mondiale e nipoti di quella che causò la prima, forse si sviluppa in una durata perfino centenaria. 

Soprattutto, poi, non si tratta di “proporre morali”, bensì di fare cultura: l’espressione evocherà forse pomposi convegni su “l’attualità del messaggio biblico”, ma la convegnite è un altro sintomo di quella decadenza culturale per cui si celebrano le cose che non si riescono più a vivere. Cucci aveva invece aperto il suo articolo ricordando le parole del domenicano Timothy Radcliffe: 

Io sono cresciuto in una subcultura cattolica ]che] interpretava l’esistenza e il mondo in termini di gratitudine e benedizione. Noi credevamo in un Dio che ascoltava le nostre preghiere, che ci amava e che nell’ora della nostra morte ci avrebbe fatto andare in paradiso […]. Avevamo una schiera di amici che non erano cattolici e neanche cristiani, ma a tutti appariva evidente che la vita era orientata verso l’eternità. 

Timothy Radcliffe, Essere cristiani nel XXI secolo, citato in Giovanni Cucci, La Bibbia come dono culturale, 32

Ecco, quella che l’ex Maestro generale dei Predicatori qui chiamava modestamente “subcultura” (per deferenza alla “cultura per eccellenza”, quella accademica) è appunto ciò che ci manca: non un prestigioso blasone da rivendicare o da brandire, ma un più modesto e ardito “motivo di vita”, una ragione interiorizzata per adottare uno stile esistenziale giustamente resiliente perché anzitutto orientato a un Destino Buono. 

Dice bene Horvilleur: alle volte si deve stare vicini a chi è colpito da un lutto anche senza dire niente, perché non è detto che ci sia qualcosa da dire. Come non è detto che, nel quadro di un dialogo, i due dialoganti debbano sempre salutarsi su una nota di accordo. E questo è – prosegue idealmente Cucci – lo stile del Dio incarnato: 

Di fronte a chi rifiuta la sua proposta, Gesù non reagisce appellandosi all’incomprensibilità della fede, e neppure tronca la discussione in nome di un’autorità suprema. Egli invita piuttosto a riflettere, perché ha fiducia nelle capacità di ogni uomo di poter trovare la risposta: «Che cosa vi pare? Se un uomo ha cento pecore e una di loro si smarrisce, non lascerà le novantanove sui monti e andrà a cercare quella che si è smarrita? […] Così è volontà del Padre vostro che è nei cieli, che neanche uno di questi piccoli si perda» (Mt 18,12-14). 

Ivi, 43 

Quanti credono (ovvero credono di credere), però, fanno bene a lasciarsi interrogare da queste considerazioni, visto che non di rado le analisi della cultura contemporanea scristianizzata portano a criticare la stessa per l’abbattimento dei limiti (il divieto e il fallimento), e solo in seconda battuta – seppure – approdano alla verifica di quanto e come sia stato incoraggiato il racconto (di sé), magia che, dalla Trinità in giù, avviene solo all’interno di un dialogo. 

Il salutare sospetto che questi profeti dei nostri giorni cercano di inculcarci, dunque, non è sul piano di “come facciamo a convertire questo mondo incredulo?”, bensì piuttosto nell’ordine di “forse abbiamo un’occasione per convertirci tutti un poco”, già a partire da oggi. 

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