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Il viaggio del perdono di Matteo, dall’omicidio al recupero degli adolescenti

BOY, SUNSET, OUTSIDE

Sabphoto | Shutterstock

Annalisa Teggi - pubblicato il 29/03/21

Appena maggiorenne Matteo Gorelli uccise un carabiniere. Una svolta decisiva accade quando la madre dell'assassino e la moglie della vittima s'incontrano e insieme cominciano a costruire un'ipotesi di riconciliazione anziché di vendetta.

Dalle colonne del Corriere della Sera fa capolino in mezzo agli aggiornamenti, ai commenti, alle polemiche sull’emergenza pandemia una storia di cura, forse ancora più che di perdono. E’ la storia di Matteo Gorelli, che a 19 anni uccise un carabiniere e oggi lavora come educatore per il recupero di adolescenti problematici.

Una notte di sangue

La notte di Pasquetta di 10 anni accadde in Toscana un fatto di sangue tragico. Un gruppo di giovani sballati fu fermato da una pattuglia di carabinieri. Matteo Gorelli, all’epoca, era poco più che maggiorenne e fu lui a macchiarsi di un delitto atroce:

È la notte del 25 aprile del 2011. A un rave party due carabinieri vicino a Grosseto fermano un’auto con quattro adolescenti. Lui, diventato da poco maggiorenne, era il più grande. Il test alle sostanze che risulta positivo, il ritiro della patente, la rabbia feroce che si scatena contro i due appuntati. Uno aggredito a sprangate e calci perde un occhio, l’altro entra in coma farmacologico. Si chiama Antonio, e muore un anno dopo. Matteo ricorda con esattezza la data: «L’11 maggio 2012, il giorno più brutto della mia vita. Ho pensato che il gesto che avevo compiuto, per quando potessi sforzarmi di rimediare, conteneva l’irreparabile».

Da Corriere della Sera

I giornali pubblicarono le foto del paletto di legno brandito come arma da Gorelli e macchiato di sangue. Una violenza furiosa esplosa sotto l’effetto della droga, un rigurgito di malvagità che s’impadronì di quello che veniva definito “un ragazzo normale”. Il padre di Matteo dichiarò, subito dopo i fatti, che non sarebbe riuscito a guardare negli occhi suo figlio.

Intanto il carabiniere Antonio Santarelli combatteva tra la vita e la morte. Dopo un anno di coma farmacologico si spense, tra le lacrime di dolore della moglie Claudia Fracardi.

Matteo Gorelli fu condannato all’ergastolo, e questo poteva essere il finale di una storia in cui si dice “giustizia è fatta” a denti stretti. Resta l’amarezza di sentire che i conti non tornano. E non torneranno mai, il male non può essere cancellato. Ma la via – anche solo umana – di una riconciliazione può rendere la consapevolezza del male uno strumento di bene.

DOM DLA WIĘŹNIÓW

Un incontro impossibile

La notizia che si è guadagnata il titolo di uno dei più importanti quotidiani nazionali è che a 10 anni di distanza Matteo Gorelli lavora come educatore nella comunità Kayròs guidata da don Claudio Burgio: si occupa del recupero di adolescenti problematici, sbandati, e in cui ritrova le stesse ferite e fratture che erano le sue.

Ma come è già uscito dal carcere? – dirà qualcuno. No. Questa occasione lavorativa fa parte del suo percorso di recupero. La pena gli è stata ridotta a vent’anni, ma resta. E dietro le sbarre Matteo è stato aiutato a confontarsi con la propria colpa, a rendersi conto che non sarebbero bastati gli anni di prigione a redimerlo o anche solo a quietare la sua inquietudine.

Avevo negato la vita a un’altra persona, loro la negavano a me. Mi pareva ormai tutto deciso, finito.

Tutto invece si è tradotto in un nuovo inizio grazie a un incontro impossibile sulla carta, quello tra due madri: la madre dell’assassino e la vedova del carabiniere defunto.

La laurea, una promessa mantenuta

Sembra che libertà sia sinonimo di avere possibilità di scegliere: se sul tavolo ci sono tutte le opzioni possibili, allora sono libero di afferrare quella che gradisco di più. La libertà invece è una mossa dell’anima che viene molto primadella possibilità di scegliere. Ed è per questo che abbiamo sotto gli occhi il paradosso di uomini davvero liberi (come Massimiliano Kolbe) anche nei campi di concentramento. Libertà è riconoscere – con un atto di coscienza – a quale bene donarsi completamente.

La libertà di Irene Sisi, madre del giovane Matteo Gorelli, è stata quella di fare un’incursione folle: ha voluto incontrare la moglie del carabiniere ucciso affinché suo figlio conoscesse fino in fondo il dolore delle vittime. La libertà di Claudia Fracardi è stata quella di riconoscere che nel gesto di Irene c’era anche per lei un’occasione di dare un senso alla morte del marito.

Non più isolate nei seggi di un tribunale che separa inesorabilmente le vittime dai colpevoli, queste due donne si sono fatte madri – in senso completamente inedito ma autentico – di Matteo. E’ merito loro se il ragazzo ha maturato il desiderio di studiare per diventare educatore.

Nel 2017, dal carcere di Bollate, Matteo si è laureato con 110 e lode in Pedagogia all’Università di Milano-Bicocca.

«Matteo – continua Irene Sisi – Aveva promesso di fare un percorso su di sé, di lavorare e lo sta facendo. Credo che il suo percorso di studi e la serietà con cui lo ha intrapreso siano la miglior risposta. Sono felice che stia mantenendo fede all’impegno preso. […] Questa laurea è un impegno che Matteo aveva preso anche nei confronti di Claudia».». 

Da La Nazione

Due madri di fronte al dolore e al perdono

Irene e Claudia hanno dato vita a un’associazione che si chiama AmiCainoAbele. Tutto attaccato. Perché la ferita della separazione, del coltello che recide, può essere rimarginata con un’energia che è l’opposto della forza volitiva. Siamo innanzitutto attaccati l’uno all’altro dentro il mistero del male di cui tutti siamo capaci. Ma un legame più forte nasce lungo il viaggio del perdono e della riconciliazione, che non sono atti momentanei o intuizioni fulminanti. Sono una strada di vita da scegliere di giorno in giorno, tenendosi d’occhio e per mano. La tentazione che Abele punti il dito contro Caino resta, e resta anche la tentazione che Caino colpisca di nuovo Abele.

Proprio perché l’istinto della vendetta si annida dentro di noi, è riduttivo che il tema della giustizia si riduca a sinomimo di punizione. Così Claudia e Irene rispondono alla domanda: cos’è la giustizia?

E’ una parola bellissima che mi fa pensare a concetti molto alti e dai quali ci stiamo disabituando. Siamo abituati a pensare a una giustizia vendicativa, a uno Stato vendicativo in cui ciò che ti è stato fatto di male tu lo possa rendere per far soffrire chi te lo ha provocato. Credo in un altro concetto di giustizia che preveda che la persona che ti ha offeso, che ti ha fatto del male, possa da questa esperienza trarne un insegnamento. – Claudia Fracardi

Da Siamo noi

E’ una parola che nella mia vita si allaccia molto a quella che è la mia esperienza di madre che si è trovata di fronte a un figlio che ha commesso un reato. Per me la giustizia è innanzitutto rispettare le leggi, ma fare anche capire che al di là del reato esistono persone. Perché se vogliamo davvero aiutare in qualche modo le persone che sbagliano dobbiamo andare oltre e aiutare queste persone a rinsaldare il patto con la società che hanno rotto nel momento in cui hanno commesso il reato. – Irene Sisi

Siamo noi

Trovare un alleato è l’unica vera arma contro la disperazione. E alleato non significa qualcuno che la pensa come noi, ci è simpatico, conferma e approva ogni nostro gesto. La vera sfida è riuscire ad andare oltre – come dice Irene Sisi – e vedere in ogni altro essere umano un compagno impegnato nella nostra stessa battaglia: quella tra la luce e le tenebre, tra l’affermazione di un senso e la negazione di tutto, quella tra l’ipotesi di un bene presente e la vanità del tutto.

Claudia e Irene sono riuscite a fare il salto coraggioso oltre il gigante ostacolo delle categorie vittima / assassino e a mettere a fuoco una somiglianza radicale, quella di chi sente il bisogno di far fiorire una morte, di non chiudere l’orizzonte sul buio di una perdita. Claudia ha perso un marito, Irene ha perso un figlio. A Claudia è stato tolto un compagno di vita da un gesto di violenza. E la stessa violenza ha tolto a Irene suo figlio. Sì, ha perso quel figlio che aveva conosciuto mentre lo cresceva; avrebbe potuto fermarsi di fronte all’evidenza che era diventato un assassino.

L’allenza tra queste due madri non è un patto diplomatico e non è un sentimento di facciata. E’ un incontro che avviene nel posto che ci trova tutti esposti al bruciore del vero: la ferita del peccato incide la carneed è una ferita di morte. Ma il posto di una madre è dalla parte della vita, in tutti i molti sensi che può significare. E ci possono essere molte specie di travagli. Claudia e Irene vivono insieme il travaglio di accompagnare Matteo in un’ipotesi di vita nuova, quella che piano piano germoglia – ed è tutta da custoride – nel cammino di riconciliazione.

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