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Il processo a Gesù è stato illegale: ecco le “prove” contro Pilato e il Sinedrio

© Wikimedia commons

Duccio di Buoninsegna, Cristo davanti a Pilato, 1308-1311, Museo dell'Opera del Duomo, Siena

Gelsomino Del Guercio - pubblicato il 19/03/21

Il dibattimento è andato ben oltre i limiti delle procedure, viziato da un verdetto già scritto. Il diritto romano è stato rispettato solo in occasione della sentenza. Lo spiega l'indagine condotta da Centini

Il processo a Gesù fu una farsa e Ponzio Pilato seguì il diritto romano solo sulla condanna. Non ci furono, infatti, quelle procedure regolari che avrebbero dovuto caratterizzare un normale dibattimento.  Lo spiega bene Massimo Centini nel libro Pilato – Indagine sull’uomo che uccise Gesù” (edizioni Terra Santa).

Matteo, Marco e Giovanni fanno entrare in scena il governatore romano all’alba del venerdì, dopo il processo celebrato nel sinedrio, quando cioè l’accusato fu condotto legato nella sede del potere romano (Mt 27,2; Mc 15,1; Gv 18,28).

PONCE PILATE
Pilato “si lava le mani”.

Il processo

Il processo civile a Gesù risulta molto breve (Mt 27,11-14; Mc 15,2-5): pochi scambi di parole che stupiscono Pilato (Mc 15,5). E poi tutta la vicenda si focalizza intorno all’episodio di Barabba (Mt 27,15-23; Mc 15,6-15). Solo in Matteo si sovrappone con profonda incisività narrativa l’apparizione di Claudia Procula (27,19), che avrà invece ampia affermazione nelle tradizioni apocrife.

Il tentativo di Pilato

Il tentativo di Pilato è molto ridotto: «Ma che male ha fatto?» (Mt 27,23; Mc 15,14) ed è subito seguito dall’emblematico lavacro delle mani con l’allontanamento dal giudizio del potere locale. Questo episodio è riportato solo da Matteo (27,24) ma si affermò ampiamente nella leggenda e nella tradizione apocrifa.

In un solo, brevissimo versetto si dice che Pilato rilasciò Barabba, fece flagellare Cristo e lo consegnò perché fosse crocifisso (Mt 27,26; Mc 15,15).

Sorrowful Mysteries
Una rappresentazione della flagellazione di Gesù.

Le ipotesi dell’evangelista Giovanni

Giovanni, che offre maggiori indicazioni sulla vicenda giuridica ed extragiuridica di Cristo, ormai travolto dall’ira dei sacerdoti, si sofferma sul dialogo tra Pilato e l’accusato, che proclama la sua regalità messianica (1Tm 6,13). 

Il quarto evangelista, che lascia intravedere la collaborazione dei romani all’arresto di Gesù, pone in evidenza una certa partecipazione del governatore alla vicenda di quel predicatore, che considerava innocente (18,38). Ma vista l’impossibilità di farlo giudicare dai giudei (18,31), Pilato propose lo scambio con Barabba (18,39), di cui fu a gran voce chiesta la liberazione.

La mediazione prima della condanna

Pilato allora sottopose l’imputato alla flagellazione (19,1-4), ma contemporaneamente avvertì i giudici di non riconoscere in lui alcuna colpa; poi lasciò il condannato in balia degli accusatori con l’emblematica affermazione: «Ecce homo» (19,5).

Vista la reazione della folla, che voleva crocifiggere il predicatore, «Pilato fu preso ancora più dalla paura» (19,8) e cercò di riparlare con Cristo, sottolineando il proprio potere (19,10) e la propria volontà di liberarlo (19,12); ma, conteso tra l’equilibrata visione dei fatti (19,11) e le minacce dei sacerdoti (19,12), scelse la strada più facile e «lo consegnò loro perché fosse crocifisso» (19,16).

ECCE HOMO,PONTIUS PILATE
Pilato lascia alla folla la scelta sulla condanna a Gesù.

Tra sudditanza al popolo e uno scatto d’orgoglio

A questo punto, secondo Giovanni, la sottomissione di Pilato parrebbe quindi totale. Tuttavia, l’episodio del titulus ci induce a scorgere nel rifiuto del procuratore di cambiare la scritta – «Gesù il nazareno, il re dei Giudei» –, come richiesto dai sacerdoti (19,19-22), una sua ultima presa di posizione. Un risveglio dell’orgoglio, prima di sparire totalmente nel dedalo della storia e riemergere, di tanto in tanto, tra i riverberi della leggenda.

Tutte le anomalie del processo a Gesù

Nell’insieme, il processo a Gesù, con la regia di Pilato, svoltosi in meno di 24 ore e in due sbrigative sessioni, quasi totalmente in contrasto con le norme legislative, diventa l’archetipo dell’ingiustizia.

1) La sceneggiata del Sinedrio

La prima anomalia si riscontra quando il Signore arrivò al Sinedrio: gran parte dei giochi erano fatti, il potere religioso locale aveva stabilito che quel sobillatore, quell’agitatore dettosi figlio di Dio doveva morire per mano romana. Il sommo sacerdote Caifa, il capo del Sinedrio, recitò una parte ben nota con l’abilità di un consumato attore.

Dopo una procedura giuridica un po’ viziata nella forma e inquinata da interessi che con la legge avevano poco da spartire, Gesù fu portato da Pilato, poiché era l’unico con il potere di emettere sentenze capitali in Palestina. Gli accusatori si fermarono all’ingresso del pretorio, in quanto entrando si sarebbero contaminati e non avrebbero più potuto celebrare la Pasqua.

2) Un finto problema di “forma”

Ad alcuni è apparso paradossale che gli accusatori-giudici di Cristo, dopo aver commesso non poche infrazioni alla procedura giuridica, si ponessero questo problema di forma. Ma il rispetto delle apparenze probabilmente finì per prevalere.

Giovanni (Gv 18,29) attesta che Gesù venne introdotto nel pretorio. Pilato poteva così comunicare con i giudei posti all’esterno senza entrare e uscire ogni volta dal luogo dell’interrogatorio.

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gesù cristo
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