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Dopo l’aborto spontaneo, abbiamo voluto dare degna sepoltura a nostro figlio

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Photo courtesy of Marianna Summa

Silvia Lucchetti - pubblicato il 18/03/21

La testimonianza di Marianna e Lucio, una coppia che ha vissuto il dolore dell'aborto spontaneo, perdendo alla nona settimana il secondo figlio. Nella sofferenza hanno voluto dare a Pio Maria degna sepoltura e affidarlo alla grazia di Dio con il rito del Battesimo di desiderio

Oggi vi raccontiamo la storia di Marianna e Lucio, una coppia di sposi che ha vissuto il dolore dell’aborto spontaneo alla nona settimana di gravidanza. Aspettavano il secondo figlio, che hanno poi deciso di chiamare Pio Maria, ed io li avevo conosciuti tre anni fa quando con Marianna eravamo in attesa delle nostre prime figlie nate a distanza di due mesi l’una dall’altra. La loro fede adulta si è nutrita delle catechesi di don Fabio Rosini che hanno potuto ascoltare all’interno dei Dieci Comandamenti. Cammino che non hanno concluso con quel percorso, e che tutt’ora proseguono con altre esperienze spirituali guidati dallo stesso sacerdote. Li ringrazio di averci donato la loro testimonianza con la speranza che possa essere preziosa per altre coppie che vivono la stessa perdita.

Marianna, cominciamo con le presentazioni

Sono Marianna, ho 34 anni, moglie di Lucio e madre di due bambini: Miriam di tre anni e Pio Maria nato in Cielo a 9 settimane di gestazione lo scorso settembre. Io e Lucio siamo sposati dal 26 aprile 2014. Proveniamo entrambi dallo stesso paese della Basilicata e ci siamo ritrovati a Roma mentre terminavamo gli studi.

La prima gravidanza ricordavo fosse andata benissimo, però andando a rileggere le varie ecografie di allora, ho riscontrato di aver avuto dei distacchi della placenta anche se lievi, tanto che il ginecologo mi mise a riposo. Dopo la nascita di Miriam non abbiamo provato con impegno a cercare una seconda gravidanza. Entrati nei suoi due anni, da una parte eravamo spaventati sperimentando i terrible two, oltretutto in piena pandemia, dall’altra avevamo un desiderio nascosto di accogliere un altro figlio. Ad agosto 2020 ho scoperto di essere in attesa di Pio Maria.

E tu Lucio?

Sono Lucio, 36 anni, sono l’altra metà della mela. Sette anni di matrimonio e cinque di fidanzamento. Qualche volta con Marianna avevamo espresso il desiderio di diventare nuovamente genitori, ma senza angoscia e senza affanno: serenamente. Quando abbiamo scoperto che era incinta ho provato emozioni meravigliose, forse anche più belle rispetto a quelle della prima gravidanza. Perché all’inizio c’era la paura di diventare genitori, il pensiero di non essere all’altezza di crescere un figlio, quello dei soldi – cruccio tipicamente maschile – timori anche sciocchi. Con la nuova attesa invece vivevo solo felicità pura.

Marianna, cosa hai provato scoprendo di essere incinta per la seconda volta?

Confermo quanto Lucio ha appena detto su come abbiamo vissuto entrambe le gravidanze. Per Pio Maria ho pensato fosse proprio una benedizione: Dio che confermava la sua alleanza con noi. Venivamo da un periodo molto difficile con Lucio, perché avevo deciso di chiedere un anno di part-time al lavoro una volta rientrata dall’allattamento. Scelta accettata da Lucio ma non condivisa pienamente.

Questo ci ha messo parecchio in difficoltà dal punto di vista economico, e siamo arrivati ad inizio pandemia che eravamo proprio una coppia in ginocchio. Io non mi sentivo capita nel mio bisogno di conciliare lavoro e famiglia, mi portavo dentro il senso di colpa di aver mollato Miriam al nido dal mattino al pomeriggio inoltrato a soli 9 mesi. Tutti pensieri che una madre fa, per cui aver ricevuto in dono un secondo figlio per me è stata una gioia enorme che abbiamo subito condiviso con genitori e suoceri.

Era il 19 agosto quando ho effettuato il test di gravidanza, il ciclo doveva venirmi il 15 ma ho aspettato qualche giorno su consiglio di Lucio che mi aveva suggerito di non avere troppa fretta. Combatto con la mia mania di auto-controllo, ci ho combattuto pure nella prima gravidanza, l’attesa per me è stata sempre un campo di battaglia. Avrei voluto anticipare tutte le risposte, ora ne parlo sorridendo, ma è stata una sofferenza perché ho dovuto accettare che il figlio è un dono di Dio, e rimane tale per sempre.

Che problemi hai avuto con la gravidanza?

Rientrati a Roma a fine agosto, una sera scopro di avere delle perdite scure. Dopo un primo approccio catastrofico con un nuovo ginecologo che è stato subito pessimista sulla possibilità di portare avanti la gravidanza, abbiamo deciso di cercare un altro medico. Così grazie a don Marco, un sacerdote nostro amico, abbiamo contattato Pia, la ginecologa che frequenta la sua parrocchia, di cui ci aveva già tanto bene parlato. La chiamo e mi raddoppia la dose di progesterone, che l’altro mi voleva far interrompere, indicandomi di ripetere le “beta” e di inviarle le ecografie fatte fino ad allora.

Il 3 settembre ho avuto nuovamente delle perdite nonostante la cura, dopodiché mi sono recata a visita da lei. Quel giorno ce lo ricorderemo per sempre: siamo arrivati lì con aspettative zero, quasi certi che non ci fosse battito e che la gravidanza fosse andata male. E invece scopriamo con grande sorpresa che nostro figlio era lì, vivo, e sentiamo il battito per la prima volta. Pia è stata ed è tutt’ora un riferimento grandissimo, anche per il modo sensibile con cui ci ha accompagnati.

Cosa è accaduto dopo?

Quel giorno torniamo a casa carichi di gioia, di speranza, anche se chiaramente la dottoressa aveva parlato chiaramente: c’era un doppio distacco, quindi dovevo stare a riposo assoluto due settimane e seguire la cura. Cominciamo così questo viaggio. Il ricordo di quei giorni è di forte combattimento: mi curavo per qualcosa per cui non potevo prevedere come sarebbe andata a finire.

Ho combattuto con tutta la mia umanità, perché volevo raggiungere il risultato finale e bruciare quelle due settimane, e invece il Signore mi stava chiedendo di andare al suo ritmo, di uscire dai miei progetti, dal mio piano. Stavamo già pensando alla macchina più grande, eravamo davvero proiettati sulla gravidanza, sembravamo due ventenni alla prima esperienza.

Lucio è stato un marito-infermiere: ha fatto in modo che rispettassi la terapia, si è fatto in quattro per aiutarmi. Non ha potuto prendere ferie ma era a casa appena poteva, tornava per prepararmi il pranzo, portava e riprendeva Miriam da scuola, ma con molta difficoltà perché lei lo rifiutava. Io non sapevo come aiutarlo, mi sentivo inutile, dicevo al Signore: “perché mi stai donando una gravidanza difficile se noi non ce la possiamo permettere?”. Ero a tratti arrabbiata. Non avevamo aiuti, nostra figlia non accettava di essere accudita dal padre e soffriva molto il fatto che non la prendessi in braccio.

Chi vi è stato vicino in quel momento così difficile?

Ricordo che don Marco, che ci ha sostenuto in tutto, in un momento in cui né i miei genitori né i miei suoceri potevano darci una mano, un giorno mi disse di mollare le mie pretese, di accettare le cose come stavano. La domenica mi portava l’Eucaristia a casa, questo mi ha giovato tantissimo. Stare nell’obbedienza, nel dialogo con Dio, proprio come un figlio col proprio papà, ha dischiuso gli occhi del Cielo, facendoci sperimentare tanta Provvidenza, in una infinita carezza che non ci ha più abbandonati. Tutto è servito perché ci lasciassimo trovare bisognosi dell’amore di Dio. Perché Lui potesse compiere le meraviglie che poi abbiamo visto.

Lucio. Le ricordo come le due settimane più difficili della mia vita, due settimane pienissime. Il rifiuto di Miriam è stata la cosa che mi ha tormentato di più, per lei era tutto mammacentrico. Sono stati giorni densi, ma non ne ho un ricordo negativo. Se non avessi alzato gli occhi al Cielo mi sarei ammalato, avrei perso la testa, sarei caduto in depressione se non avessi avuto accanto il Padre Celeste.

Ho pregato pochissimo quei giorni. Non avevo tempo, in macchina però tra uno spostamento e l’altro mi ritagliavo dei momenti per me, cercavo di rimettere insieme i pezzi della giornata e pregavo. Brevi momenti ma belli e consolatori.

Come sono state quelle due settimane di sofferta attesa?

Marianna. Io passavo la mattina a pregare, la gravidanza di Pio Maria si è rivelata straordinaria perché è stato il tempo della mia vita in cui ho pregato di più in assoluto: ero piena del Signore. Avessi dovuto affrontare con le mie sole forze una gravidanza del genere, con una bambina di due anni e mezzo, con un marito che lavorava tantissimo, con le famiglie distanti, sarei crollata. Aprivo tutti i giorni l’applicazione del Rosario e ho scoperto così che a settembre si fa la novena a Maria Addolorata. Da una parte quest’intimità con il Signore mi rinfrancava, dall’altra cominciavo ad interrogarmi. “Signore che mi stai dicendo? ‘sta novena parla di cose che non vanno a fini’ tanto bene”. E così cominciavano le prime domande, ma non mi sentivo sola e abbandonata. Condividevo anche con Lucio le mie riflessioni, e lui mi ascoltava proprio come un bimbo ascolta la mamma: è sempre stato con l’orecchio pronto ad accogliere quello che io stavo vivendo.

Come avete scoperto di avere perso il bambino?

Finita la novena, il 17 settembre mi presento alla visita piena di fiducia, avevo il cuore a mille: non vedevo l’ora di vedere nostro figlio, di sentire il battito di nuovo, ma soprattutto di sentire dire dalla ginecologa che la situazione era rientrata. Arrivato il nostro turno, la dottoressa mi visita, mentre io avevo lo sguardo fisso sul monitor. Lucio si accorge subito che la ginecologa aveva alzato il volume dell’ecografo ma non si sentiva il battito. Dopo qualche minuto Pia ci dice: ragazzi, purtroppo non c’è attività cardiaca.

Sono scoppiata in lacrime mentre la dottoressa con tutta la sua umanità ci diceva: “ragazzi, mi dispiace tantissimo. Il feto è cresciuto, si sono sviluppate le manine, i piedini. Sicuramente non è successo oggi, il battito è cessato da cinque-sei giorni, non di più”. Io non potevo crederci, non riuscivo a pensare che mio figlio avesse potuto sperimentare la sofferenza della morte, perché morire è sempre un evento doloroso. Non era accettabile per me che un’esperienza simile potesse capitare a noi, perché nella mia testa avevo fatto un patto con il Signore, ma lo avevo fatto solo io però. Mia madre aveva perso mia sorella, la seconda, noi siamo tre, al settimo mese di gravidanza, quando avevo circa sei anni. Quell’evento mi ha segnato tantissimo, più di quanto pensassi, l’ho scoperto con il tempo.

E quindi avendo nel bagaglio familiare questo vissuto, mi incavolavo proprio con Dio, anche quando aspettavo Miriam gli dicevo: “non voglio vivere una situazione simile a mia madre, non sono pronta. Non sono all’altezza”. Quello di mia sorella fu un lutto enorme con cui mia mamma ancora oggi fa i conti. Dicevo a Dio: “non è bastata Valentina? Non è bastato quel dolore? Non è possibile che mi chiedi una cosa del genere!”.

Nonostante tutto, in quel momento così difficile, posso dire di aver sperimentato la carezza di Dio attraverso le persone, anche le più inaspettate, che con un gesto, una parola, ci hanno dimostrato la loro vicinanza. Dio non era nell’alto dei cieli, ma sulla terra e stava patendo con noi.

Come hai affrontato il raschiamento?

Avevo la sensazione che il mio grembo fosse diventato un sepolcro, un luogo sacro. La morte di Pio Maria non ci ha mai gettato nello sconforto. È stato difficile, è difficile, è una presenza che manca, ma è una presenza, perché per noi nostro figlio c’è anche se non lo vediamo e non lo tocchiamo. La mattina del lunedì successivo usciamo, di casa per andare in ospedale, il tempo era brutto e grigio, ma ad un certo punto tra gli alberi vedo nel cielo uno squarcio di luce a forma di croce. Per me non è stato un caso, quello spiraglio così luminoso mi mise una pace grande, sentii come se il Signore mi stesse dicendo: “io sono qui, non sei sola”. Avevo tanta paura di fare il raschiamento.

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aborto spontaneotestimonianze di vita e di fedetomba
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