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Papa in Iraq: le parole su Cristo che non avete letto

VATICAN MEDIA | AFP

Giovanni Marcotullio - pubblicato il 09/03/21

Essendo stata una prima assoluta nella storia del Papato, la visita di Francesco nella terra di Abramo merita di essere considerata sotto il profilo dogmatico, ecclesiologico e missiologico.

Il 33º viaggio apostolico di papa Francesco, da poco conclusosi con il rientro a Roma dall’Iraq, è stato accolto dai media occidentali un po’ come il seme della celeberrima parabola di Gesù (Mt 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15): 

  • in buona parte con indifferenza, come se nulla stesse accadendo o rubricando rapidi servizi sotto la voce “esteri” (diciamo “il seme caduto sulla strada” e subito beccato via dagli uccelli); 
  • quanti non sono stati indifferenti si sono poi vistosamente divisi tra 

    • quelli che esaltavano la discontinuità rispetto ai precedenti pontificati (o anche solo rispetto al precedente), e che per questo soffocavano la forza profetica dei gesti e delle parole di Pietro tra le spine delle loro ideologie; 
    • quelli che accusavano direttamente Francesco di essersi “prostrato all’Islam” o di aver “annacquato la fede cristiana” senza annunciarla con franchezza (e che in tanta arida durezza neppure permettevano agli eventi di colpirli, come i sassi che impedivano ai semi di mettere radici). 

È dato sperare, evidentemente, che ancora e sempre sussistano i semi silenziosi che cadono sulla terra buona – «gli occhi dei poveri piangono altrove» (De André) – e che portano frutto secondo l’intenzione del Grande Seminatore. Tali frutti si manifesteranno solo nel tempo, dunque alla data odierna non si possono formulare se non voti e auspicî. 

Neppure Pietro ha bisogno di apologie, mentre è pienamente sensato chiedersi – a consuntivo di un’impresa apostolica evidentemente importante – quale sia stato lo stile evangelico scelto dal successore del Principe degli Apostoli. Abbiamo quindi trovato interessante e utile raccogliere i passi in cui Francesco ha parlato di Gesù in Iraq, per provare ad abbozzare “la cristologia del viaggio in Iraq”. 

Incontro con le Autorità, la Società civile e il Corpo Diplomatico (5 marzo)

Sorvoliamo (è il caso di dirlo) sul colloquio coi giornalisti all’andata, da quanto lo stesso è stato poco più di un cordiale ma formale saluto. Il primo importante evento pubblico è stato l’incontro con le Autorità di Stato e col Corpo diplomatico accreditato in Iraq. Lì si trova una diffusa introduzione teologica e religiosa – in un Paese occidentale l’avrebbero forse giudicata “lesiva della laicità secolare” – al cui culmine Francesco presenta sinteticamente sé stesso, la propria missione e dunque il proprio Mandante: 

Signor Presidente, distinte Autorità, cari amici! Vengo come penitente che chiede perdono al Cielo e ai fratelli per tante distruzioni e crudeltà e vengo come pellegrino di pace, in nome di Cristo, Principe della Pace. Quanto abbiamo pregato, in questi anni, per la pace in Iraq! San Giovanni Paolo II non ha risparmiato iniziative, e soprattutto ha offerto preghiere e sofferenze per questo. E Dio ascolta, Dio ascolta sempre! Sta a noi ascoltare Lui, camminare nelle sue vie.

Francesco, Incontro con le autorità, la società civile e il corpo diplomatico, venerdì 5 marzo 2021

“Vengo come pellegrino”, ha detto – non come capo di Stato o come leader religioso –, e “a chiedere perdono”; ma “in nome di Cristo”, definito “principe della pace”. La citazione esplicita di Is 9,5 sfrigola come la miccia di una bomba che racchiude tutta la deflagrante pretesa dell’annuncio cristiano: 

Poiché un bambino è nato per noi,
ci è stato dato un figlio.
Sulle sue spalle è il segno della sovranità
ed è chiamato:
Consigliere ammirabile, Dio potente,
Padre per sempre, Principe della pace.

Is 9,5
Georg Friedrich Händel, Messiah, 1741

Incontro con i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi e i catechisti (5 marzo)

Era difficile pensare di dire di più alle autorità civili, sociali e diplomatiche di un Paese di cristianizzazione remotissima, sì, ma in entrambi i sensi della parola (specie dopo le scorribande dei tagliagole dell’Isis). Parlando invece con il “piccolo resto” del “vero Israele” pellegrino in Iraq, Francesco ha sbottonato più generosamente la pettorina che gli serrava il cuore: 

Il cristiano infatti è chiamato a testimoniare l’amore di Cristo ovunque e in ogni tempo. Questo è il Vangelo da proclamare e incarnare anche in questo amato Paese.

Come vescovi e sacerdoti, religiosi e religiose, catechisti e responsabili laici, tutti voi condividete le gioie e le sofferenze, le speranze e le angosce dei fedeli di Cristo. […] 

Quanto ha bisogno il mondo intorno a noi di ascoltare questo messaggio! Non dimentichiamo mai che Cristo è annunciato soprattutto dalla testimonianza di vite trasformate dalla gioia del Vangelo. Come vediamo dall’antica storia della Chiesa in queste terre, una fede viva in Gesù è “contagiosa”, può cambiare il mondo. L’esempio dei santi ci mostra che seguire Gesù Cristo «non è solamente una cosa vera e giusta, ma anche bella, capace di colmare la vita di un nuovo splendore e di una gioia profonda, anche in mezzo alle prove» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 167). […] 

L’amore di Cristo ci chiede di mettere da parte ogni tipo di egocentrismo e di competizione; ci spinge alla comunione universale e ci chiama a formare una comunità di fratelli e sorelle che si accolgono e si prendono cura gli uni degli altri (cfr Enc. Fratelli tutti, 95-96). […] 

Ogni sforzo compiuto per costruire ponti tra comunità e istituzioni ecclesiali, parrocchiali e diocesane servirà come gesto profetico della Chiesa in Iraq e come risposta feconda alla preghiera di Gesù affinché tutti siano uno (cfr Gv 17,21; Ecclesia in Medio Oriente, 37). 

[…] 

Ora vorrei dire una parola speciale ai miei fratelli vescovi. […] Siate particolarmente vicini ai vostri sacerdoti. Che non vi vedano come amministratori o manager, ma come padri, preoccupati perché i figli stiano bene, pronti a offrire loro sostegno e incoraggiamento con cuore aperto. […] In questo modo sarete per i vostri sacerdoti segno visibile di Gesù, il Buon Pastore che conosce le sue pecore e dà la vita per loro (cfr Gv 10,14-15). […] 

Quando serviamo il prossimo con dedizione, come voi fate, in spirito di compassione, umiltà, gentilezza, con amore, stiamo realmente servendo Gesù, come Lui stesso ci ha detto (cfr Mt 25,40). E servendo Gesù negli altri, scopriamo la vera gioia.

Francesco, Incontro con i vescovi, sacerdoti, religiosi/e, seminaristi e catechisti, Cattedrale Siro-Cattolica di “Nostra Signora della Salvezza” a Baghdad, venerdì 5 marzo 2021

“Testimoniare l’amore di Cristo ovunque e in ogni tempo” è il compito principale dei cristiani e della Chiesa, dice Francesco; ciò avviene anzitutto condividendo le gioie e le sofferenze di tutti, soprattutto dei membri più esposti del Popolo di Dio. 

In questo discorso “a porte chiuse” la cristologia di Francesco si declina più nella testimonianza ecclesiale che nella dogmatica – che resta sottesa ma (considerato il contesto) data per assodata. Il sottotesto è quello di una cristianità frammentata e pervasa (per quanto consenta l’esiguità delle forze lo consenta) da reciproche rivalità: il Papa ricorda che il superamento di quelle antiche contese è la profezia di cui l’Iraq – come angolo prossimo di mondo – ha bisogno. 

Tornando sui confratelli nell’episcopato, invece, il discorso nuovamente tracima dall’ecclesiologia alla cristologia: il vescovo dev’essere per tutto il popolo – e a cominciare dal presbiterio – «segno visibile di Gesù Buon Pastore, che conosce le sue pecore e dà la vita per loro». La missione di Cristo nel mondo è anzitutto servizio, dono, riscatto incondizionato: quando i suoi discepoli a loro volta vivono come il loro Maestro vengono riempiti di una Gioia che invita gli uomini a interrogarsi e li attrae. 

Incontro interreligioso (6 marzo)

L’indomani Francesco si è recato da Baghdad alla Piana di Ur, dove – contestualmente all’Incontro Interreligioso del 6 marzo – si è registrato l’unico discorso del viaggio apostolico in cui non è mai risuonato apertamente il nome di Gesù Cristo. 

Francesco ha scelto invece di impostare il suo discorso tutto su Abramo, in una “composizione circolare” che partiva da Gen 15 e che lì tornava a concludere. Una scelta quasi obbligata, dato il contesto spaziale (oltre alla circostanza). La scelta di Abramo e il poetico e reiterato riferimento alle stelle (citate 11 volte nel discorso) pone però il tema in chiave di promessa e di profezia

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cristomissionePapa in Iraqteologia
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