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Doha Sabah al Papa: “Perdono chi ha ucciso mio figlio”

VATICAN MEDIA / AFP

Annalisa Teggi - pubblicato il 08/03/21

Un colpo di mortaio dei soldati dell'Isis uccise David, il figlio di 4 anni, mentre giocava in cortile a Baghdad. Doha Sabah Abdallah ha portato la sua testimonianza di donna e madre cristiana a Papa Francesco: "E noi, i sopravvissuti, cerchiamo di perdonare l’aggressore, perché il nostro Maestro Gesù ha perdonato i suoi carnefici".

Sono cristiane, yazide e musulmane le donne che hanno dato il benvenuto a Papa Francesco in Iraq, vedendo in lui il segno di una speranza che può essere costruita di casa in casa, a curare le ferite che le famiglie irachene si portano addosso. C’è chi ha perduto figli, mariti, parenti e chi è stata rapita e abusata. Tra loro, nella città di Qarakosh, ha preso parola davanti al Santo Padre una donna di nome Doha Sabah Abdallah che nel 2014 ha visto morire davanti ai suoi occhi il figlio di appena 4 anni.

L’amore è più forte di tutto

In un discorso di appena 3 minuti Doha ha dato testimonianza di una fede che cammina quotidianamente dietro la Croce e ad essa si aggrappa per non ridurre in macerie anche l’anima.

E noi, i sopravvissuti, cerchiamo di perdonare l’aggressore, perché il nostro Maestro Gesù ha perdonato i suoi carnefici. Imitandolo nelle nostre sofferenze, testimoniamo che l’amore è più forte di tutto. – Doha Sabah Abdallah

CHILDREN, IRAQ, WAR

La guerra dentro casa

Nella Chiesa dell’Immacolata Concezione di Qarakosh DohaSabah Abdallah ha messo nelle mani del Papa la sua storia, il suo dolore, la sua fede. E’ una donna cristiana di 37 anni, sposata con Adeeb e madre di 5 figli, David, Ainar, Yousif, Diva e Sarah. Ai primi di agosto del 2014 una tragedia enorme li colpisce: un colpo di mortaio sparato dai jihadisti dell’Isis uccide sul colpo il figlio David di 4 anni. In quello stesso attacco muoiono anche altri due ragazzi.

Nessuno nella comunità cristiana di Baghdad, fino a quel momento, aveva voluto cedere alla logica del terrore sparsa dall’Isis:

La mattina del 6 agosto 2014 la città di Baghdad è stata svegliata dal frastuono del bombardamento. Tutti sapevamo che l’Isis era alle porte, e che tre settimane prima aveva invaso le città e villaggi degli yazidi trattandoli con crudeltà. Perciò siamo fuggiti dalla città, lasciando le nostre case. Dopo due o tre giorni siamo tornati, sostenuti dalla nostra fede forte e nella convinzione che, essendo cristiani, siamo disposti al martirio. (da Agensir)

Una bomba in cortile

Colpisce come la parola martirio entri quasi con naturalezza nel discorso di Doha. Non è un’esagerazione e risulta credibile da chi la pronuncia. Sulla nostra bocca suona solo come l’eco di storie lontane, quelle che parlano di catacombe e dei primi cristiani. In realtà sono tante le testimonianze di nostri fratelli di fede – in Pakistan, in Egitto ad esempio – in cui c’è chi fa i conti con il radicale che chiedono certi gesti di fede. Andare alla messa domenicale a certe latitudini significa fare i conti con l’idea di essere pronti a morire. Nel caso di Doha rimanere a casa, a custodire la propria piccola dimora e la famiglia, ha significato entrare nel buio nel Venerdì Santo con gli occhi di madre:

Quella mattina eravamo indaffarati con le solite cose e i bambini stavano giocando davanti alle nostre case, quando è successo un incidente che ci ha costretti ad uscire. Ho sentito un colpo di mortaio e sono uscita da casa di corsa. Le voci dei bambini sono ammutolite mentre aumentavano le urla degli adulti. Mi hanno informato del decesso di mio figlio e di suo cugino, e della giovane vicina di casa che si stava preparando al matrimonio. Il martirio di questi tre angeli è stato un monito chiaro: se non fosse stato per quello, la gente di Baghdad sarebbe rimasta e sarebbe inevitabilmente caduta nelle mani dell’Isis. La morte dei tre ha salvato l’intera città. (Ibid)

GIRL, IRAQ, WAR

Le voci dei bambini che improvvisamente precipitano nel silenzio, fa venire i brividi. Perché nel cortile di quella casa, spazio domestico di giochi e risate, si ripete quel sopruso che può avere mille volti e voci, ma in fondo parla sempre del mistero di un agnello innocente condotto al macello. Intervistata qualche giorno fa da Leone Grotti per Tempi, la signora Sabah ha dichiarato che ricordare i fatti di quella mattina le procurano ancora un dolore indicibile. Non è la cronaca della morte di un figlio ciò a cui si aggrappa. Fissa invece ciò che dentro quella tragedia parla di sacrificio, di una vita offerta:

Se non fosse stato ucciso, nessuno avrebbe percepito il pericolo e saremmo rimasti tutti qui. E avremmo fatto la fine dei yazidi nel Sinjar: ci avrebbero sterminati tutti – Doha Sabah Abdallah

La fuga in Francia

Non è il martirio cieco, o addirittura quello perseguito con l’orgoglio di vuole appuntarsi una medaglia al petto, ciò che la fede chiede. La fede non chiede il martirio, non lo esige al modo di un esattore delle tasse. Il patire esiste, l’umano è ferito, brucia in tutti il bisogno di una salvezza che ricucia ciò che è strappato – ecco in quale cammino ci è accanto la fede, come memoria di una Passione già vissuta fino in fondo da Gesù.

All’indomani della morte di David, Doha e la sua famiglia hanno scelto la via della fuga. Dopo varie peripezie sono riusciti ad approdare in Francia. C’erano le vite di altri 4 figli da custodire, e tra loro Sarah aveva bisogno di cure specifiche, essendo disabile. In Europa questa famiglia ha conosciuto per la prima volta una cornice di vera accoglienza, Sarah è stata seguita nelle sue fragilità senza lo stigma che, invece, la accompagnava in Iraq. Sono gli anni in cui una sofferenza incancellabile matura in silenzio nel cuore di Doha.

La via del perdono

Non appena ha la certezza che l’Isis non controlli più il loro paese, tutta la famiglia ritorna in Iraq. Non ci sono più le bombe, ma l’attacco sordo e silenzioso alla loro presenza cristiana resta. A causa della sua disabilità Sarah viene cacciata da scuola, ottenere il certificato di morte di David si trasforma in un’odissea. Piccoli grandi segni eloquenti. Ma è in mezzo al filo spinato di quest’odio quotidiano che Doha ha voluto prendere parola per dare voce all’unica ipotesi che libera l’anima dall’incubo del nulla e dalle grinfie della violenza, il perdono:

Non è facile per me accettare questa realtà, perché la natura umana spesso si sovrappone al richiamo dello spirito. […]. Tuttavia, la nostra forza proviene senza dubbio dalla nostra fede nella Risurrezione, fonte di speranza. La mia fede mi dice che i miei bambini stanno nelle braccia di Gesù Cristo nostro Signore. E noi, i sopravvissuti, cerchiamo di perdonare l’aggressore, perché il nostro Maestro Gesù ha perdonato i suoi carnefici. Imitandolo nelle nostre sofferenze, testimoniamo che l’amore è più forte di tutto. (Ibid)

Perdono non è cancellare il male subìto, ma riconoscere di appartenere a Dio. Solo Lui può liberarci dall’incubo di un dolore vano e dalla logica della vendetta.

Le parole di Papa Francesco per le donne

Il messaggio di Papa Francesco per le donne in occasione dell’8 marzo arriva dalla cornice del suo viaggio storico in Iraq. Ed è proprio nella dinamica del viaggio che emerge l’urgenza di un richiamo forte. Il passo anche un po’ claudicate del Sante Padre ci invita a lasciare le stanze del nostro pensiero solitario per andare a incontrare le presenze, le storie, i compagni di vita.

Anche la festa della donna rischia sempre di essere una celebrazione chiusa in un castello di pura astrattezza. L’antidoto è mettersi in moto, andare a tendere la mano e l’orecchio alle voci che chiedono attenzione, cura e un abbraccio di speranza. Guardando negli occhi una donna come Doha, Papa Francesco ha incontrato una volta di più l’ombra della premura di Maria, un passo dietro la Croce. E ha voluto dire grazie:

Le madri consolano, confortano, danno vita. E vorrei dire grazie di cuore a tutte le madri e le donne di questo Paese, donne coraggiose che continuano a donare vita nonostante i soprusi e le ferite. Che le donne siano rispettate e tutelate! Che vengano loro date attenzione e opportunità! – Papa Francesco

Tags:
cristiani perseguitati in iraqdonnePapa in Iraq
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