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La reincarnazione: un’ipotesi veramente sostenibile?

Katrina-Jane

Michel Gitton - pubblicato il 24/02/21

Quella che si compie ipotizzando una trasmigrazione delle anime da un corpo all’altro è una soluzione comoda e semplicistica che misconosce sia la grandezza dell’essere umano – il quale è per sempre corpo e anima, capace di impegnarsi per l’eternità – sia la bellezza del piano di Dio come la sua Rivelazione ce lo mostra. 

La credenza nella reincarnazione è un’idea molto antica. Degli studi hanno mostrato che l’idea di reincarnazione si è imposta con forza in un’epoca molto precisa, individuabile nel V secolo prima della nostra era. Si è diffusa rapidamente e ha toccato diversi mondi culturali: è a partire da quel momento che se ne parla nella Grecia antica (Platone, che la riporta con simpatia, la collega a un mito di origine armena), ma anche nell’induismo e nel buddismo, e pure l’antico Egitto all’epoca non era molto distante dalla prospettiva.

L’idea non si è diffusa nel mondo cinese – né nel taoismo né nel confucianesimo – ma ha lambito pure il giudaismo antico (probabilmente negli esseni), e ancora oggi alcuni ebrei la ammettono… L’Antico Testamento infatti non è molto esplicito sulla vita dopo la morte, soprattutto se non si prendono in conto i libri che l’ortodossia giudaica ha scartato – come ad esempio il secondo libro dei Maccabei, nel quale è molto enfatizzata la dottrina della risurrezione della carne.

Pitagora per primo ha parlato di “metempsicosi”, parola greca per dire la “trasmigrazione delle anime”. Nella sua scia, Platone ha sviluppato una concezione dualistica dell’uomo: il corpo è un elemento aggiunto che grava sull’anima. Egli parla dell’anima nel corpo come di un cocchiere sul suo cocchio: il guidatore guida il mezzo dove vuole, ma non deve essere guidato da esso, perché gli resta esterno ed estraneo, e anzi può perfino farne a meno.

Questa riflessione conduce a immaginare la scomparsa del corpo come la liberazione di una prigione. Aristotele, nell’Etica a Nicomaco, ha successivamente riequilibrato le cose, ma l’ha fatto a partire da un’altra astrazione, che è la distinzione tra forma e materia. Strumento utile per dire il sinolo (l’unità) di anima e corpo, meno per parlare dello stato dell’anima separata dopo la morte.

L’anima, principio di animazione del corpo

Aristotele ha definito l’anima come il principio di animazione del corpo, e di conseguenza ogni anima è legata a un corpo particolare. In tal senso, la scienza moderna ha permesso di illustrare questa visione dell’anima, come principio di animazione che resta al di là della materia, perché oggi si sa che nel corpo di un adolescente non sussiste neanche un atomo del corpo del neonato che l’ha preceduto. In circa dieci anni, ogni parte e ogni cellula del corpo viene rinnovata – perfino quelle delle ossa! La materia passa, ma c’è qualcosa di noi che permane continuamente, e quella cosa siamo noi, noi personalmente, una persona particolare, in modo continuo. Questo principio di organizzazione del corpo e di animazione del nostro essere comporta anche una dimensione spirituale, perché abbiamo coscienza di essere la medesima persona, col medesimo pensiero, il medesimo spirito, il quale dunque non dipende dalla materia, e che permane per tutto il corso della nostra vita… però legato solo e soltanto a questa esistenza corporea. Già in tal senso – filosofico e scientifico – la reincarnazione non è possibile, perché l’anima è fondamentalmente legata al corpo.

Aristotele distingueva tra sostanza (anche l’anima umana ne ha una) e accidenti (ciò che affetta soprattutto i corpi materiali), ma l’oggetto è sempre il medesimo: una e medesima è la “sostanza”, mentre solo gli accidenti sono cambiati. Si può dire lo stesso anche per il corpo: quel che conta non è la materialità delle cellule, perché il corpo è un flusso di cellule e di particelle. Alla risurrezione non avremo certo le molecole di carne di cui saremo fatti il giorno della nostra morte: quelle molecole saranno tutte o quasi tutte scomparse, ma il corpo glorioso avrà un rapporto col nostro corpo, nel senso che partirà dalla medesima struttura, dalla medesima organizzazione:

Quel che viene seminato perituro resuscita imperituro; quel che viene seminato senza onore resuscita nella gloria; quel che viene seminato debole risuscita potente; quel che viene seminato corpo fisico risuscita corpo spirituale; perché se esiste un corpo fisico ne esiste anche uno spirituale.

1Cor 15,42-44

Nell’antropologia giudaica

L’antropologia giudaica, da parte sua, distingue abitualmente tre livelli d’anima: il nephesh, la parte bassa e corporea; la ruah, l’alito di vita, e il neshama, la parte spirituale. Queste tre parti sono una più vicina dell’altra a Dio. L’idea è che siano come delle scorze, diciamo come in un carciofo: dietro le foglie, via via più tenere, c’è un cuore. Del cuore effettivamente si parla anche tanto nella Bibbia, che con quella parola designa abitualmente la parte più intima dell’uomo.

Diversi passaggi possono essere ricordati:

Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le tue forze.

Dt 6,5 (ripreso da Gesù in Lc 10,26)

O San Paolo:

Lo stesso Dio della pace vi santifichi tutti; e tutto quello che è vostro – spirito, anima e corpo – si conservi irreprensibile per la venuta del Signore Nostro Gesù Cristo.

1Th 5,23

O la Lettera agli Ebrei:

La parola di Dio è viva, attiva e più tagliente di una spada a doppio taglio: essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla; essa giudica le intenzioni e i pensieri del cuore.

Heb 4,12

Due poli

Tutti convengono che sullo sfondo ci sono due poli: il corpo materiale e un’anima che lo vivifica, la quale è di natura spirituale e costituisce l’identità ultima dell’uomo. Quel che san Paolo chiama “spirito” non è il “pneuma” degli gnostici, bensì la persona spirituale, il soggetto della nostra avventura – mentre “l’anima” dev’essere piuttosto presa nel senso di quello che noi chiameremmo “la psiche”, ossia il complesso delle facoltà intermedie, se vogliamo, quelle che possono anche essere studiate dalla psicologia e dalle altre scienze umane, e che tuttavia restano legate al nostro essere più profondo, e dunque che lo traducono in scelte, in eventi…

Tutto dipende dal modo in cui si chiamano le cose. Se si vuole far convergere in quel che chiamiamo “spirito” l’ultima personalità dell’uomo, quella che attraversa le fasi successive – e perché no? – si sarà obbligati a dire che l’anima è più o meno legata al corpo, e che anche essa attenderà la risurrezione per riemergere. Il tutto va inteso secondo il senso che viene dato alle parole, ma ad ogni modo bisogna tener fermo che ci sono due poli: c’è l’identità ultima dell’uomo, che non scompare dal momento in cui siamo stati creati – mai Dio torna sui suoi passi, neanche per i dannati –; e c’è poi questo corpo che è stato creato contestualmente e che è il mezzo e l’espressione del suo inserimento nel mondo, nonché del suo contatto con gli altri.

Molta confusione

Ai nostri giorni molti non distinguono bene la differenza tra risurrezione, reincarnazione, sopravvivenza dell’anima e tutte le questioni connesse… È un po’ tutto uguale, per chi non vuole fare la fatica di andare più a fondo. Alcuni si dicono poi che è bello credere a una vita dopo la morte mentre quasi tutti non ci credono:

Già va bene così, non siamo troppo esigenti e comunque di tutto il resto non è che si sappia poi molto. E allora che sia reincarnazione o altro, dal momento che comunque si afferma una vita dopo la morte basta così, no? Davvero bisogna addentrarsi nei dettagli? La reincarnazione non sarebbe un’ipotesi credibile quanto la risurrezione, per esempio? In fondo la cosa fondamentale è affermare la vita dopo la morte.

Bisogna fare la guerra sulle sfumature? Ma non sono sfumature! Certo che bisogna, visto che si tratta di quanto si riferisce alla nostra eternità e al modo di prepararvisi. Visto che la New Age e altre mode orientali hanno già rimesso l’argomento all’ordine del giorno, tanto vale parlarne.

Quando la gente parla di reincarnazione cerca talvolta di fondarsi su alcuni testi biblici. Tale credenza è però in flagrante contraddizione con la Scrittura e con la Tradizione della Chiesa. Ad esempio, Elia che viene rapito (2Re 2,1-12) e che deve tornare (secondo Mal 3,23 ripreso da Mt 11,14;17,11) o lo Spirito di Elia mandato su Eliseo (2Re 1,15) o Enoc, anch’egli rapito da Dio (Gen 5,24; Heb 11,5) e che certamente tornerà. O ancora nei Vangeli il modo che alcuni hanno di comprendere l’interrogarsi attorno a Gesù:

È uno degli antichi profeti di un tempo tornato…

Mc 6,14-16

O ancora l’episodio dei morti che escono dai sepolcri, nella Passione secondo Matteo… In quest’ultimo caso si tratta di un segno escatologico, cioè che all’atto della morte di Gesù il giudizio si sta compiendo, si anticipano le ultime ore della storia al punto che se ne offre qualche anticipazione. È una sorta di assaggio di quel che sarà la risurrezione generale, niente a che vedere con la reincarnazione. A partire da tutto ciò, alcuni arrivano a pensare che ci fosse una credenza molto diffusa nella reincarnazione, e che soltanto la dogmatica cristiana, a posteriori, vi si sarebbe opposta. Penso che a questo sia il caso di rispondere più chiaramente possibile: non è assolutamente questo il caso, e per molte ragioni che cercheremo di introdurre.

La reincarnazione non è la risurrezione

Gli antichi ebrei avevano in realtà una visione completamente opposta: la vita terrena, sulla terra, con un corpo e un’anima, era anzitutto la sola cosa che si poteva veramente affermare. Nell’Antico Testamento la vita terrena ha grande rilevanza e tutto il resto è meno considerato. Come dice il Salmo: «Non i morti lodano il Signore» (Ps 113,17), vale a dire che la vita dopo la morte è vista in un primo tempo come un pallido oltretomba privo d’interesse.

L’idea essenziale era di riuscire la propria vita quaggiù. I Giudei avevano questa visione delle cose probabilmente perché si opponevano alla visione che sia gli Egizi sia altri popoli avevano dell’aldilà: ossia una visione idealizzata del mondo di quaggiù. Ciò sembrava agli ebrei uno sminuire il potere di Dio, come se egli si accontentasse di finanziare agli uomini il loro sogno di prolungarsi oltre la morte. L’idea biblica è che noi non sappiamo niente di molto chiaro su quanto c’è dopo la morte, e che dobbiamo rimetterci completamente a Dio. Tale è la prima prospettiva, che si trova nei testi più antichi – come ad esempio il salmo citato.

Tuttavia, a partire da un certo momento, sembra che si sia cominciato a sollevare il velo: si parla di “risurrezione”.

I tuoi morti rivivranno, i tuoi cadaveri risusciteranno.

Is 26,19 (ma si trova pure in Daniele)

C’è poi la fantastica visione delle ossa inaridite che tornano a vivere in Ezechiele (Ez 37,9), e poi, molto tempo dopo, arrivano i testi del secondo libro dei Maccabei, in cui si afferma molto chiaramente la credenza nella risurrezione della carne.

L’Antico Testamento si chiude dunque sull’idea che un giorno Dio rimetterà in piedi l’essere umano – col suo corpo e col suo spirito – destinandogli un’eternità di felicità. Gesù s’iscrive ovviamente in questa visione delle cose, quando parla di risurrezione, che per lui non è un ideale ma una palpitante realtà (Lc 20,38). Egli fonda questa affermazione sul passaggio dell’Esodo in cui Dio si presenta come il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, dei quali egli afferma che per Dio essi esistono ancora e sempre. Egli dice pure, ad esempio, che dopo la risurrezione non ci sarà più matrimonio umano, nel senso della convivenza aperta alla riproduzione e alla conservazione della specie: si sarà come gli angeli del cielo e si conoscerà in Dio la felicità che ci era stata promessa (Mt 22,30). Anche l’Apocalisse di Giovanni va in questo senso.




Leggi anche:
La reincarnazione non è cristiana: è incompatibile con la resurrezione

Ogni persona è unica

Per gli uomini è stabilito che muoiano una volta sola, e dopo viene il giudizio.

Heb 9,27

È questa tradizione costante che la Chiesa ha raccolto affermando dunque che l’essere umano non esiste che dal suo concepimento, e che conosce la morte una volta soltanto: seguono poi dapprima un giudizio particolare, che si opera sull’opzione fondamentale tra la volontà di Dio o (al contrario) il rigetto di Dio (e c’è la possibilità, se la vita non è sempre stata conforme all’asse positivo comunque dato, di una purificazione – ciò che si chiama “Purgatorio”); verrà poi il giudizio finale, con la risurrezione dei corpi – «Credo la risurrezione dei morti», diciamo quando professiamo il Simbolo Niceno-Costantinopolitano. È Cristo Salvatore che ci libera, e non una serie di reincarnazioni volte a raggiungere con le nostre forze un’illusoria perfezione.

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