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La basilica di San Pietro in Vincoli, un inno alla libertà

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Stefano_Valeri | Shutterstock

Marinella Bandini - pubblicato il 22/02/21

Rivivi l’antica tradizione quaresimale dei cristiani di Roma. Alla scoperta delle “chiese stazionali”

La basilica di San Pietro in Vincoli deve il suo nome alla preziosa reliquia che custodisce: le catene (vincula) di S. Pietro.

Qui tutto parla di liberazione. Nel rosone della volta, sopra l’ingresso, si legge: “Dirupisti vincula mea”, “Hai spezzato le mie catene”.

Secondo la tradizione, le catene con cui l’apostolo fu incarcerato a Gerusalemme furono donate all’imperatrice d’Oriente Elia Eudocia, che a sua volta le donò alla figlia, Licinia Eudossia. La giovane imperatrice le donò a Papa Leone Magno. Il Papa accostò le catene a quelle della prigionia di S. Pietro a Roma: appena si toccarono, si fusero in una sola, oggi custodita sotto l’altare. In memoria del miracolo, nel 442, iniziarono i lavori della basilica chiamata, per questo, S. Pietro in Vincoli.

Nella cripta sono custodite le reliquie dei sette fratelli Maccabei, morti per la fede nel II secolo a.C. I primi cristiani ammiravano questi martiri del giudaismo, considerandoli precursori dei martiri cristiani, e il loro culto si diffuse rapidamente.

Infine il “gioiello” di questa basilica, la statua del liberatore d’eccezione del popolo d’Israele: Mosè. La statua è stata scolpita da Michelangelo per il monumento funebre di Papa Giulio II.


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* In collaborazione con l’Ufficio comunicazioni sociali del Vicariato di Roma

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